L’UGUAGLIANZA NON CONSISTE NEL CONQUISTARE IL DIRITTO DI DOMINARE.
SE L’EMANCIPAZIONE RIPRODUCE GLI STESSI CODICI DEL PATRIARCATO, FORZA, COMPETIZIONE, UMILIAZIONE, CONTROLLO, CAMBIA IL SOGGETTO DEL POTERE, NON LA SUA NATURA.
C’è una domanda che il femminismo dovrebbe poter rivolgere anche a se stesso senza considerarla un tradimento: che cosa succede quando una lotta contro il dominio comincia a desiderare gli strumenti del dominatore?
È una domanda scomoda perché tocca una contraddizione antica quanto la politica. Chi è stato escluso dal potere vuole giustamente entrarvi. Ma una volta conquistato quel posto, deve decidere che cosa farne: trasformare il sistema o semplicemente dimostrare di essere altrettanto capace di comandare.
È qui che uguaglianza ed emancipazione possono smettere di coincidere.
Per secoli alle donne è stato detto che erano troppo emotive per governare, troppo fragili per decidere, troppo deboli per competere. La risposta necessaria è stata rivendicare autonomia, libertà economica, sessuale, politica e intellettuale.
Ma esiste una seconda domanda, più difficile: emanciparsi significa dimostrare di saper essere duri quanto gli uomini?
Se la risposta fosse sì, avremmo accettato senza accorgercene uno dei principi più profondi del patriarcato: l’idea che la forza sia superiore alla vulnerabilità, che comandare valga più che prendersi cura, che vincere significhi necessariamente far perdere qualcun altro.
In questo senso il patriarcato è più resistente degli uomini che storicamente lo hanno amministrato.
Può sopravvivere perfettamente anche senza di loro.
Può essere riprodotto da una donna, da un’azienda che celebra la diversità, da un movimento progressista, perfino da chi si definisce femminista. Perché il patriarcato non è soltanto una distribuzione del potere tra i sessi. È anche un modo di immaginare il potere.
Gerarchia. Controllo. Possesso. Aggressività. Incapacità di mostrare fragilità. Trasformazione dell’altro in avversario.
Per questo mettere una donna al vertice non significa necessariamente femminilizzare o democratizzare una struttura. Una dirigente può essere autoritaria quanto un dirigente. Una politica può esercitare il potere con la stessa brutalità di un politico. L’identità di chi governa conta, soprattutto quando intere categorie sono state escluse per secoli, ma non garantisce da sola la qualità morale del governo.
Lo stesso vale nella vita quotidiana.
Rivendicare la libertà sessuale, professionale ed economica delle donne è una conquista fondamentale. Ma la libertà non dovrebbe essere misurata dalla possibilità di ripetere i comportamenti peggiori un tempo concessi quasi esclusivamente agli uomini.
“Anche io posso usare le persone.”
“Anche io posso tradire senza conseguenze.”
“Anche io posso umiliare.”
“Anche io posso comandare attraverso la paura.”
Naturalmente queste frasi non rappresentano il femminismo nel suo complesso. Sarebbe intellettualmente pigro sostenerlo. Il femminismo è una costellazione di idee, movimenti e conflitti interni, e alcune delle sue pensatrici più importanti hanno criticato proprio la logica del dominio.
Ma proprio per questo il femminismo dovrebbe possedere gli strumenti per riconoscere anche le proprie possibili deformazioni.
Nessun movimento emancipatore è immune dal fascino del potere.
La psicologia umana non cambia semplicemente perché cambia l’ideologia che pronunciamo. Desideriamo riconoscimento, controllo, sicurezza, status. E quando abbiamo conosciuto l’impotenza, il desiderio di dimostrare la nostra forza può diventare ancora più intenso.
Il problema comincia quando la forza smette di essere capacità di autodeterminazione e diventa capacità di imporsi sull’altro.
A quel punto non stiamo abolendo una gerarchia.
Stiamo negoziando il nostro posto al suo interno.
Il contrario del patriarcato non è il matriarcato
Questa dovrebbe essere un’ovvietà, ma spesso non lo è.
Se consideriamo ingiusta una società in cui un uomo possiede automaticamente più autorità di una donna, non possiamo considerare progressista una società che si limita a invertire quella presunzione.
L’obiettivo non dovrebbe essere decidere chi merita il privilegio di dominare.
Dovrebbe essere ridurre lo spazio del dominio stesso.
Questo richiede anche di ripensare il concetto di forza.
Forse essere forti non significa non avere bisogno di nessuno.
Forse significa essere capaci di dipendere dagli altri senza possederli.
Forse l’autonomia non è l’assenza di legami, ma la possibilità di scegliere legami nei quali nessuno deve scomparire perché l’altro possa esistere.
E forse l’uguaglianza non consiste nel convincere le donne ad adottare caratteristiche tradizionalmente considerate maschili, ma nel liberarci dall’idea che aggressività, durezza e competitività siano caratteristiche superiori.
Perché c’è qualcosa di paradossale nel dire per decenni agli uomini che il modello del maschio dominante è tossico e poi presentare alle donne quello stesso modello come simbolo di emancipazione.
Non possiamo criticare il patriarca e celebrare la sua imitazione.
Anche gli uomini devono essere liberati
C’è poi un’altra contraddizione che merita attenzione.
Se il femminismo vuole essere un progetto di uguaglianza e non una semplice redistribuzione del potere, deve poter immaginare anche la liberazione degli uomini dai ruoli che il patriarcato assegna loro.
L’obbligo di essere forti.
L’incapacità di chiedere aiuto.
La vergogna della fragilità.
L’idea che il valore maschile dipenda dal successo economico, dalla conquista sessuale, dalla capacità di proteggere, produrre, competere.
Il patriarcato ha privilegiato gli uomini come gruppo, ma non per questo ogni uomo vive il patriarcato come una festa permanente. Le strutture possono concedere privilegi e contemporaneamente imporre gabbie.
Capire questa complessità non cancella le discriminazioni contro le donne.
Le rende più comprensibili.
E soprattutto impedisce di trasformare una teoria delle strutture sociali in una teoria morale secondo cui metà dell’umanità sarebbe naturalmente colpevole e l’altra metà naturalmente innocente.
Gli esseri umani sono più complicati.
Una donna può dominare.
Un uomo può prendersi cura.
Una donna può riprodurre una cultura patriarcale.
Un uomo può combatterla.
Ed entrambi possono fare tutte queste cose nello stesso giorno.
La prova più difficile
Forse il vero test di qualsiasi movimento di emancipazione arriva proprio quando comincia ad avere successo.
Finché sei escluso dal potere, sai perfettamente che cosa c’è di sbagliato nel dominio.
Quando finalmente il potere diventa accessibile anche a te, la questione cambia.
Sei ancora disposto a criticarlo?
È relativamente facile denunciare un privilegio quando appartiene a qualcun altro. È molto più difficile rifiutarlo quando finalmente potresti beneficiarne.
Per questo la sfida del femminismo contemporaneo non dovrebbe essere semplicemente produrre più donne forti.
Dovrebbe essere ridefinire ciò che intendiamo per forza.
Non una forza che ha bisogno di un debole.
Non una libertà che ha bisogno di qualcuno da usare.
Non un’autonomia dimostrata attraverso l’indifferenza.
Non un potere che misura il proprio successo dalla capacità di far tacere l’altro.
Una società veramente post-patriarcale non sarà quella in cui finalmente le donne potranno comportarsi come gli uomini peggiori.
Sarà quella in cui né uomini né donne avranno più bisogno di comportarsi così per sentirsi potenti.
Perché l’emancipazione non consiste nel conquistare la frusta.
Consiste nel capire perché qualcuno dovrebbe averne una.

