Elena Zucchi: «Solo accettando la nostra imperfezione possiamo
interrompere il ciclo dei vecchi rancori»
Una storia che tratta di amicizia e amore, inganni e tradimenti, vittime che si trasformano in
colpevoli, in un concatenarsi incalzante di eventi che porta infine a far luce sulle verità del passato e
del presente. Un romanzo sui tempi moderni, sui sentimenti e sulle paure della società.
Dopo il successo dell’esordio letterario con “Le scintille di Alma”, Elena Zucchi è tornata con “Il
tempo degli inganni” (Arkadia Editore, collana Eclypse 186).

Molti personaggi sembrano indossare una maschera per proteggersi dal dolore. Le
interessava raccontare la distanza tra ciò che mostriamo agli altri e ciò che proviamo
davvero?
Si, diversi personaggi indossano metaforicamente una maschera per nascondere le proprie fragilità, e per distanziarsi da problemi irrisolti. È uno scudo che non riguarda solo il rapporto con gli altri ma
anche quello con sé stessi e che impedisce una connessione con i propri stati d’animo più profondi.
La protagonista, Arianna Radice, è una psicoterapeuta quarantenne che si prende cura del dolore
altrui. La sua professionalità funge da prima maschera difensiva: dietro il camice professionale
nasconde una vita sentimentale disordinata, un’inquietudine profonda e il trauma mai superato di
essere rimasta orfana da adolescente e di aver perso bruscamente la sua migliore amica del liceo,
Malena.
Livio Ferrari, il nuovo paziente di Arianna che inaspettatamente la riconnette alla sua fosca storia,
manifesta il proprio blocco emotivo attraverso un sintomo somatico, un problema di deglutizione
non organico, nascondendo a sé stesso e agli altri le tensioni del suo matrimonio e alcuni aspetti
irrisolti con la propria famiglia di origine.
Solo la rimozione di queste maschere, e l’accettazione della propria imperfezione, permettono infine
ai personaggi di fare pace con il passato e aprirsi a un nuovo futuro.

Arianna ascolta ogni giorno le confessioni dei suoi pazienti. Quanto è stato difficile trovare un
equilibrio tra il linguaggio della psicologia e quello della narrativa, evitando che uno
prevalesse sull’altro?
Questo è un forte punto di attenzione che mi sono data: non cadere in psicologismi o teorizzazioni,
dato che si tratta di un romanzo e non di un saggio. Ho cercato di utilizzare parole semplici e
metafore immediate per raccontare concetti complessi della mente.
La mia attività di coach mi ha supportata: mi sono ispirata a dialoghi realistici con i miei coachee
per far sì che il gergo psicologico accelerasse la curiosità del lettore piuttosto che rallentare la
trama.
Nel romanzo vittime e colpevoli sembrano continuamente scambiarsi di ruolo. È davvero
molto sottile il confine tra queste due condizioni?
Sì, il fulcro narrativo del romanzo ruota proprio attorno al concetto di vittima che si trasforma in
colpevole. Alla protagonista si presenta imprevedibilmente l’occasione di vendicare un torto subito
in adolescenza, che ha prodotto conseguenze drammatiche. Nel tentativo di ottenere giustizia da
sola
Arianna finisce per manipolare il suo paziente, anche violando il codice deontologico del suo
ordine professionale e trovandosi poi in un vicolo cieco dal quale non sarà facile uscire. Ho cercato
di costruire una trama che stimolasse il lettore a ridefinire continuamente i propri giudizi sui
protagonisti man mano che le verità del passato e del presente vengono a galla.
Al di là del romanzo, credo che il confine tra la condizione di vittima e quella di colpevole possa
essere talvolta sottile, laddove alcune ferite irrisolte spingono chi è stato ferito a cercare una
compensazione emotiva o una vera e propria resa dei conti.
Il finale della storia spezza questo legame attraverso la rinuncia alla vendetta e l’accettazione
dell’imperfezione propria e altrui: è così che Arianna riesce a interrompere il ciclo tossico dei
vecchi rancori smettendo di considerarsi l’unica vittima della storia e disinnescando la trappola
psicologica che la spingeva a farsi carnefice.
C’è un angolo della Martesana o di Milano che considera particolarmente significativo e che
consiglierebbe ai lettori di visitare dopo aver letto il romanzo?
Sì, la “casa spettrale” di via Idro, un ex casolare agricolo abbandonato che affaccia sulla pista
ciclabile del Naviglio della Martesana, un luogo con un forte alone di mistero.
L’edificio è balzato alle cronache locali e all’attenzione dei passanti per via degli inquietanti oggetti
posizionati sul patio: un vecchio orologio fermo, bambole logore e un grande orso di peluche. La
leggenda urbana parla della sparizione di una bambina, di un abbandono improvviso da parte dei
proprietari e di presenze misteriose.
Nel romanzo la casa abbandonata della Martesana è il simbolo del passato e delle zone d’ombra
della protagonista. La sua estetica spettrale incarna il concetto di “luogo del rimosso” e dei segreti
mai svelati che gravano sui personaggi. La bambina scomparsa rappresenta l’innocenza perduta dei
personaggi e i traumi che hanno deciso di seppellire per non soffrire.
La sua platea di pubblico è prevalentemente femminile, maschile o bilanciata? Inoltre, trova
che i messaggi recepiti durante la lettura siano gli stessi a prescindere dal genere?
Credo femminile, non solo perché i dati statistici ci dicono che le donne leggono significativamente
più degli uomini ma anche per la tipologia di storia.
I feedback ricevuti dai miei lettori mi suggeriscono che per il pubblico femminile il libro risuona
come un dramma identitario e relazionale che pone l’accento sulla “sorellanza”, sul tradimento e
sulla elaborazione del lutto. Mi sembra che alcune lettrici si siano identificate nella dicotomia
vissuta da Arianna: una donna realizzata e capace di curare gli altri come psicoterapeuta, ma che nel
privato affronta una vita sentimentale disordinata e fragile.
Il pubblico maschile, invece, ha colto soprattutto la dimensione del “giallo psicologico” con
interesse per gli inganni e la catena di colpe reciproche con un approccio logico-investigativo
focalizzato sulla risoluzione del mistero del passato.
Qualche lettore è rimasto affascinato dal tema del corpo che parla per la mente, espresso da Livio
Ferrari che manifesta il proprio blocco emotivo attraverso un sintomo fisico, la disfagia, traducendo
il dolore psichico in un limite funzionale.
Se le venisse proposto, riuscirebbe a scrivere un libro su commissione?
A livello di contenuti credo dipenderebbe dal tema. Ma non è un’attività che mi interessa perché
non riuscirei a coinvolgermi con la giusta intensità e passione in una storia che non sento mia.
Per concludere, c’è un aspetto importante del libro che si accorge a malincuore non essere
stato sufficientemente colto da chi l’ha letta o, al contrario, uno per lei secondario che è stato
più volte sottolineato?
Sia i lettori che la critica mi pare non abbiano dato particolare attenzione a Julié, una ragazzina che
Arianna conosce al cimitero, dove suona il flauto di fronte alla tomba del fratellino recentemente
scomparso.
È un personaggio che invece io amo molto perché incarna la purezza del dolore e l’elaborazione del
lutto attraverso la musica. La sua figura si contrappone ad Arianna, che è una psicoterapeuta
abituata a gestire i traumi degli altri ma che porta dentro di sé le macerie irrisolte del proprio
passato. Il rapporto e il rispecchiamento che sorge tra le due le fa evolvere entrambe e produce un
balzo significativo nell’evoluzione della storia.
Invece, dal mio punto di vista, non ci sono aspetti secondari: ogni elemento che ho inserito ha un
preciso ruolo narrativo. Poi, è davvero interessante notare come ciascuno rimanga colpito da aspetti
differenti che gli risuonano di più. Credo che la lettura sia anche questo: una connessione silenziosa
e unica che si crea tra l’autore e ciascun singolo lettore. Questo per me è uno degli aspetti
entusiasmanti dello scrivere.
