Il bene passa di persona in persona. Io ho scelto di non interrompere la catena
È ormai un anno che ho deciso di fare una cosa un po’ insolita: andare nei bar. Non nei locali esclusivi, ma nei bar di quartiere, quelli frequentati dalle persone comuni, quelli delle associazioni, dove la gente si incontra davvero. Mi porto il computer, mi siedo a lavorare e, nel frattempo, regalo delle sedute di ascolto.
Per me è anche un modo per gestire il mio ADHD. Restare seduta a casa è molto difficile: mi costa tantissimo entrare nello stato di concentrazione e, quando finalmente ci riesco, ho bisogno di un ambiente che mi permetta di lasciarmi andare. Nei bar questo succede. Lavoro, osservo, ascolto.
Capita spesso che le persone inizino a raccontarsi. Mi parlano di relazioni finite, di separazioni, di fidanzati e fidanzate, di storie eterosessuali, omosessuali, lesbiche o gay. In fondo i problemi umani sono gli stessi per tutti. A un certo punto mi chiedono che lavoro faccio e scoprono che sono una psicologa.
Uno dei bar che frequento ha per me un significato particolare. È il luogo dove accompagnavo uno dei ragazzi che seguo durante il suo PCTO. Per rispetto della sua privacy lo lasciavo con il datore di lavoro e, nell’attesa, tornavo al bar. In quei mesi ho conosciuto i proprietari e molte delle persone che lo frequentavano. Così, poco alla volta, tutti hanno saputo che ero una psicologa.
Mi sono resa conto di una cosa: tutti, prima o poi, hanno bisogno di una psicologa. E se non hanno bisogno di un percorso psicologico vero e proprio, hanno comunque bisogno di una voce esterna, di qualcuno che li ascolti senza giudicarli e che offra uno sguardo diverso.
Per questo ho iniziato a regalare questi incontri. Non faccio psicoterapia, perché la psicoterapia è un percorso lungo, strutturato e richiede continuità. Quello che posso offrire è uno spazio di ascolto, qualche spunto di riflessione, un feedback, un punto di vista diverso. E, quando capisco che una persona non può permettersi uno psicologo, cerco almeno di consigliarle dei libri o delle risorse che possano aiutarla a iniziare un percorso personale.
Questa esperienza mi fa stare profondamente bene. Mi fa sentire utile.
Tra le persone che incontro c’è anche chi mi chiede di iniziare una terapia con me. E io, quasi sempre, rispondo di no.
Non so spiegare fino in fondo il motivo. Faccio ancora molta fatica a chiedere dei soldi per il mio lavoro. Ho sempre il timore che possa sembrare pubblicità o che la relazione di fiducia nata spontaneamente venga trasformata in qualcosa di commerciale. È una cosa che va contro il mio modo di essere. Del resto, non sono mai stata una grande libera professionista.
Così propongo un’altra cosa: dico loro di tornare al bar quando ne avranno voglia, di raccontarmi come stanno, di darmi un feedback, di farmi sapere se quei piccoli spunti sono stati utili. Ci rivediamo lì, in modo semplice, senza trasformare quell’incontro in una terapia.
Ed è sorprendente vedere quanta fiducia ripongano in me.
Ancora più sorprendente è vedere i cambiamenti. Persone che iniziano a stare meglio, che ritrovano fiducia in sé stesse e, forse, anche nella figura dello psicologo. Una psicologa che non cerca di convincerli a diventare pazienti, ma che prova sinceramente ad aiutarli.
Molti mi chiedono perché lo faccia.
La verità è che quasi nessuno conosce la mia storia.
Quando sono arrivata in Italia sono stata aiutata da tante persone. Dai volontari, da persone straordinarie che mi hanno accolto senza chiedere nulla in cambio. Dai professori che hanno creduto in me. Dalle persone dell’oratorio che frequentavo. Da chi mi ha guidata negli studi e nella vita, offrendomi fiducia prima ancora che io la meritassi.
Credo che sia stata proprio quella fiducia a insegnarmi una delle lezioni più importanti della mia vita: quanto abbiamo bisogno degli altri e quanto possa cambiare una persona quando qualcuno sceglie di credere in lei.
Oggi, in fondo, faccio questo per restituire almeno una parte di ciò che ho ricevuto.
So cosa significa provare gioia. So cosa significa stare bene grazie all’aiuto di qualcuno. E, se posso contribuire a far provare quella stessa sensazione anche a un’altra persona, allora sento di essere nel posto giusto.
Forse c’è anche una componente egoistica, e lo ammetto. Dopotutto, cosa non lo è? Ogni nostra scelta, in qualche modo, ci restituisce qualcosa.
Ma quando ciò che rende felice me riesce, allo stesso tempo, a rendere felice anche qualcun altro, allora mi chiedo: cosa si può desiderare di più?
Forse dovrebbe essere proprio questo il nostro obiettivo: capire che la gratificazione non deve necessariamente essere materiale. Esiste una gratificazione molto più profonda, quella emotiva, che nasce dal sentirsi utili, dal creare legami e dal migliorare, anche solo un po’, la vita di qualcuno.

