Il film horror Backrooms (2026), è diretto dall’esordiente Kane Parsons e prodotto da A24. Lodato per la straordinaria scenografia analogica e l’atmosfera claustrofobia degli spazi inquietanti e l’ansia che riesce a trasmettere.
Christopher Nolan e Steven Spielberg lo amano insieme a Curry Barker, due registi di provenienza you tuber, che oggi fanno faville.
Il giovane Kane Parsons, 21 anni, dimostra grande dimestichezza con l’universo da lui creato, utilizzando la macchina da presa a mano per trasmettere un forte senso di disorientamento. I set fisici, costruiti con grande cura, ricreano in modo superbo l’effetto perturbante degli ambienti labirintici.
La sceneggiatura firmata da Will Soodik si concentra sulla ricerca di un disperso da parte di una psicologa, espandendo la conoscenza del web con l’introduzione di nuovi elementi.
Il cast, che include Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, un’attrice del cinema d’essai, e un regista assoldato per dirigerlo prima ancora che si diplomasse è ispirato a una leggenda metropolitana di internet che i nativi digitali conoscono bene, buone performance, sebbene i rispettivi personaggi risultino a volte complessi da inquadrare.
Scoprire un pubblico così giovane per Backrooms è stata una cosa nuova. Ma non è l’unica di un film che non si era mai visto prima.
L’horror sta vivendo l’ennesimo periodo di rinnovamento. È già il secondo in poco più di dieci anni. Una nuova generazione di registi ventenni ha esordito nel genere, realizzando, dopo essersi fatti notare sui social, film per il cinema a basso budget o autoprodotti.
Kane Parsons rientra precisamente nell’identikit qui sopra: il suo cortometraggio più famoso, distribuito su YouTube, ha accumulato 70 milioni di visualizzazioni.
Parsons, conosciuto online come Kane Pixels, ha continuato a espandere la mitologia delle backrooms attraverso una serie di altri film autoprodotti, quindi è stato contattato da diversi produttori quasi contemporaneamente. Sono nomi che gli appassionati conoscono: James Wan, Shawn Levy e Osgood Perkins, che secondo alcuni report sarebbe stato presente sul set (è possibile che venga da qui la voce secondo cui Parsons non avrebbe realmente diretto Backrooms.
È interessante invece che questi horror low-budget stiano incassando tantissimo.
Ce ne sono alcuni nella top venti del box office mondiale. Una classifica in cui, per la prima volta dopo tanti anni, compaiono diversi titoli originali, cioè non sequel, prequel o spin-off, o non appartenenti in nessun modo a un universo già conosciuto.
Backrooms è sicuramente una novità: per la prima volta sul grande schermo il linguaggio di internet, l’estetica dell’intelligenza artificiale e il gameplay dei videogiochi vengono utilizzati pienamente, sistematicamente e tutti insieme per generare paura.
In passato è naturalmente capitato che il cinema prendesse ispirazione dal web o dai video games, ma la differenza con Backrooms è che quest’ultimo sembra avere soltanto riferimenti culturali recentissimi ed extra-cinematografici.
Le backrooms sono un creepypasta, cioè una storia dell’orrore con una genesi precisa e documentata su un forum di internet, che ha progressivamente preso forma con discussioni online, video virali, videogiochi, una pagina wiki.
Ogni immagine prodotta, che sia un dipinto, una fotografia o un video, porta con sé un fuori campo, ciò che resta oltre il bordo dell’inquadratura, che non viene mostrato e, nella logica interna alla narrazione, non esiste. Eppure, quel margine non è vuoto e questa esclusione può essere letta anche al contrario: ogni volta che si seleziona una porzione di spazio da raccontare, se ne produce uno residuo, una zona liminale, che resta fuori dalla rappresentazione e che ne fa parte come presenza in assenza.
Le scenografie labirintiche e la capacità di creare un’atmosfera angosciante sono considerate i pregi maggiori, insieme all’esordio maturo del giovane regista che ha trasformato un fenomeno virale di internet in un lungometraggio.
Il film Backrooms usa il celebre fenomeno di internet per esplorare il trauma, il fallimento e l’alienazione moderna. Più che un horror tradizionale, l’opera è una metafora psicologica dove le stanze infinite rappresentano i ricordi distorti e le ansie irrisolte della mente umana.
Il protagonista si imbatte in questa dimensione parallela passando dal seminterrato del proprio negozio fallito.
Le Backrooms si configurano come “spazi liminali” — corridoi vuoti, uffici deserti e luci al neon — che diventano lo specchio deformante della realtà: un luogo asettico in cui tutto ciò che viene dall’esterno viene clonato e trasformato in una versione asettica e inquietante di se stesso.
Il labirinto viene descritto come un “inconscio collettivo”, dove il passato, i sensi di colpa e il dolore delle persone finiscono per accumularsi. Le entità che popolano questi spazi non sono semplici mostri, ma le proiezioni dei fallimenti personali e delle paure interiori.
Uscire dal labirinto non significa solo trovare una porta, ma riuscire a fare i conti con la propria psiche e il proprio vissuto.

Adriana Moltedo
Esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Ceramista, Giornalista, Curatrice editoriale, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità. Scout.
