Uno spazio di dignità, ascolto e riscatto per le donne detenute. Dietro le sbarre, i diritti e l’identità personale rischiano spesso di sbiadire. Questo rischio è ancora più profondo per le donne detenute, che vivono la realtà carceraria in contesti pensati e strutturati storicamente su base quasi esclusivamente maschile.
Il progetto “Una stanza tutta per sé” prende in prestito le celebri parole di Virginia Woolf per trasformarsi in un intervento concreto e necessario: la creazione di spazi protetti, intimi e accoglienti all’interno delle strutture di reclusione.
Perché questo progetto è fondamentale? Offre un luogo sicuro in cui le donne possono confrontarsi con operatrici qualificate, ritrovare la propria voce, aprirsi e affrontare i traumi del passato in un ambiente che non deumanizza.
La sicurezza e la giustizia non passano attraverso la pura militarizzazione o la punizione fine a se stessa, ma si costruiscono restituendo dignità. Spazi come questo rimettono al centro la funzione rieducativa della pena sancita dalla nostra Costituzione all’articolo 27.
In molti casi, questi ambienti protetti diventano fondamentali per favorire l’incontro, la cura e la continuità affettiva con i propri figli, proteggendo la maternità anche nei contesti più difficili.
Garantire alle donne un luogo in cui sentirsi ascoltate, comprese e protette significa investire in percorsi reali di riscatto sociale e di reinserimento. Solo così possiamo costruire una società più equa, inclusiva e attenta alle vulnerabilità, anche e soprattutto nelle nostre periferie e nei luoghi più invisibili delle nostre città.
Abbiamo voluto approfondire il progetto, intervistando proprio l’associazione Agave e le sue rappresentanti e volontarie.
Il progetto prende il nome dal celebre saggio di Virginia Woolf. Come è nata l’idea di tradurre questo concetto letterario in un intervento concreto e come avete scelto la casa circondariale di Trani per questa iniziativa?
Etta Tarantini, Presidente Agave, ci racconta: “Per noi di Agave quel riferimento non è solo simbolico: è il punto di partenza di un’azione concreta, pensata per tradurre in realtà un’idea di cura e di riconoscimento capace di rispondere a un bisogno reale.
L’idea è nata dalla convinzione che anche in un luogo complesso come il carcere sia possibile creare uno spazio che restituisca alle donne un senso di attenzione verso sé stesse, rispetto e possibilità di rinascita. La scelta della Casa Circondariale di Trani è maturata grazie al dialogo e alla disponibilità della Direzione dell’istituto, che ha accolto con sensibilità la nostra proposta, condividendone le finalità. Da questa collaborazione è nato un progetto che non offre soltanto un ambiente fisico, ma un segnale concreto di fiducia e di dignità, capace di lasciare nelle donne un’impronta profonda: quella di sentirsi viste, riconosciute e finalmente al centro di uno spazio pensato per loro”.
La stanza è nata dalla riconversione di un ex deposito della struttura. Quanto è stato complesso, dal punto di vista logistico e istituzionale, trasformare questo spazio per dedicarlo esclusivamente alla cura e alla dignità delle detenute? In cosa consiste il vostro intervento?
Tarantini sottolinea come “La trasformazione dell’ex deposito è stata resa possibile grazie alla sinergia concreta tra Agave e la Direzione della Casa Circondariale, fondata su fiducia, ascolto e responsabilità condivisa. Il progetto, infatti, è stato riconosciuto da subito come un gesto capace di andare oltre l’aspetto materiale, perché restituisce spazio, valore e attenzione a persone che troppo spesso vivono condizioni di marginalità. Ogni intervento, ovviamente, è stato pensato nel rispetto delle regole dell’istituto, ma con un obiettivo chiaro: offrire un ambiente che non sia solo funzionale, ma anche dignitoso, accogliente e inclusivo. Agave ha dato forma a questo obiettivo progettando e allestendo la stanza, reperendo arredi, accessori, abbigliamento e prodotti per la cura della persona grazie alla generosità di cittadini, aziende e volontari. L’associazione continua a prendersi cura dello spazio con costanza, assicurandone il mantenimento e il rifornimento, perché questo luogo resti un segno concreto di attenzione e di umanità. È un progetto che produce un impatto reale: rafforza il senso di comunità, restituisce dignità alle detenute e afferma che anche dentro il carcere è possibile costruire percorsi di inclusione e rispetto”.
Inizialmente le detenute hanno accolto il progetto con un “motivato scetticismo”. Come siete riuscite a superare questa diffidenza iniziale e a trasformarla in un coinvolgimento così pieno, tanto da farvi aiutare nell’allestimento?
La volontaria di Agave Tania Di Ciommo, ricostruisce il lungo cammino: “Le donne inizialmente erano un po’ restie ad aprirsi con noi volontarie; solo il nostro sorriso e la nostra dolcezza le ha rese meno rigide e più disponibili nei nostri confronti; in tal modo si è potuto creare un dialogo ed una empatia tra noi e loro, che è cresciuta nel tempo, visto che abbiamo cercato di essere assidue e costanti con le nostre visite, due volte al mese, durante questo intero anno.
Ritengo che la nostra serenità nell’ approccio con loro sia dipesa anche dal fatto che quando arriviamo in carcere lasciamo tutto negli armadietti, dopo che le agenti di polizia penitenziaria ci hanno controllate.
In questo semplice gesto penso che ognuna di noi si spogli di ogni riserva mentale o pregiudizio diventando quasi alla pari con le detenute, in una sorta di catarsi che avviene percorrendo quei pochi passi del cortile esterno che ci separa da loro.
Questo nostro sentimento è favorito anche dal fatto che noi siamo completamente all’ oscuro dei capi di accusa che hanno portato le donne ad essere in quel luogo; pertanto siamo meno condizionate e più libere e leggere di instaurare un dialogo con loro.
Personalmente penso sia una delle esperienze più forti ed emozionanti della mia vita, portando avanti una modalità già avviata da mia madre, che mi ha lasciato un bel bagaglio riguardante lo “stare al mondo”.
Molte delle donne che scontano una pena definitiva a Trani sono lontane dalle famiglie e spesso arrivano senza il necessario per affrontare i primi giorni di detenzione. In che modo concretamente si interviene per restituire loro la dignità perduta?
Giovanna De Vincenzo ci tiene a raccontarci la sua esperienza di volontaria: “Mi chiamo Giovanna, ho iniziato a far parte di questo progetto dopo quasi un anno. Ho potuto però constatare che le mie amiche volontarie hanno ben lavorato tanto da conquistare la fiducia delle detenute.
Ho notato che durante le nostre visite che quasi tutte le detenute che si prenotano per ricevere il conforto di un vestito di altro, ci accolgono con sorrisi e ci aspettano ogni venerdì.
Questo vuol dire che probabilmente stiamo agendo bene e che un abito, un pigiamino o un bagnoschiuma, allevi la loro privazione della libertà.
Dopo ogni incontro esco nell’animo!”
Il carcere è storicamente un luogo pensato su base maschile. Quanto è fondamentale per una donna detenuta avere un luogo gradevole dove poter avere cura e amore per se stessa, e che impatto ha questo sul loro percorso rieducativo e psicologico?
La volontaria di Agave Roberta Schiralli sottolinea che: “Il carcere è pensato al maschile perché le donne sono numericamente inferiori alla popolazione maschile, eppure ci sono e sono presenti negli istituti di pena, spesso anche con i loro figli minori di sei anni e non sempre in strutture di custodia attenuata come prevede la legge. I primi giorni di detenzione sono i più difficili. Spesso le “nuove giunte” sono sprovviste di tutto e lontane dal luogo di residenza, quindi prive di (nel linguaggio del carcere sono le persone arrestate o trasferite da altro istituto di pena) sostegno familiare. Questo lo abbiamo constatato frequentemente per le donne straniere prive di qualsivoglia riferimento familiare.
In quei momenti in cui si avvicinano alla stanza abbigliamento percepiamo smarrimento, vergogna nel chiedere beni di prima necessità, spesso i limiti linguistici sono una barriera difficile da superare.
Noi volontarie semplicemente con un sorriso e con naturalezza – quasi fossimo in una boutique del centro città – cerchiamo di abbattere quelle barriere e quei sentimenti.
Comunicare con loro attraverso dei gesti semplici quotidiani che ogni donna replica nella vita fuori: “ secondo me dovresti prendere quella maglietta rossa perché ti sta bene… questa crema viso è molto buona anche io la uso…”. Piccoli gesti che raccontano a queste donne che “fuori” c’è qualcuno che le vede e le riconosce come persone, che hanno sbagliato, ma meritano riscatto e dignità.
Mettersi in comunicazione con l’altra, ascoltare senza giudicarla, cercare di ricreare un frammento di vita normale in un posto che ti ricorda costantemente chi sei e cosa hai fatto, è il senso di “Una stanza tutta per sé”. Ridare dignità con un vestito, con una banale crema o un bagnoschiuma profumato, alleggerisce e cura, anche solo per qualche ora in una stanza tutta cuoricini e tende rosa, che vuole stridere in un ambiente fatto di sbarre e muri spessi.
Strappare un sorriso, alleggerire la mente dai pesi, seppure per due ore, è la forza che ci spinge in questo servizio”.
Questo traguardo è stato raggiunto grazie a una forte sinergia con l’impresa sociale Terre Solidali, la pastorale carceraria e la Caritas di Bisceglie. Quanto è cruciale la collaborazione tra terzo settore, istituzioni storiche e realtà locali per far sentire queste donne “ancora parte della comunità” e non ai margini? Quanto ti hanno aiutata le esperienze precedenti al fianco delle donne?
Roberta Schiralli crede “da sempre nella rete e nella collaborazione con il terzo settore e avere accanto a noi realtà che si occupano da molto tempo di carcere ci ha anche aiutate a comprendere come comportarci. Con i partners del progetto c’è un’interlocuzione continua e la presenza del cappellano del carcere, Don Raffaele Sarno, ci aiuta anche a comprendere meglio come essere d’aiuto, vista la sua esperienza e presenza nell’istituto di pena da tantissimi anni. Ognuno ha dato una “mano” nella realizzazione della stanza, cucendo i tendaggi con materiali di recupero, fornendoci abiti e prodotti per la cura della persona. Ogni giorno la loro presenza è un incoraggiamento per andare avanti”.
L’associazione Agave si occupa da sempre di diritti umani, pari opportunità e collabora attivamente con le scuole. Avete intenzione di portare l’esperienza della “Stanza tutta per sé” e le testimonianze del carcere all’esterno, ad esempio tra i giovani, per sensibilizzare sul tema della funzione rieducativa della pena?
La presidente Etta Tarantini ci tiene a evidenziare che “L’esperienza della “Stanza tutta per sé” come per tutte le iniziative che promuoviamo sono sempre incentrate ai temi dei diritti umani e pari opportunità e sono la ragione per cui Agave è nata.
Ritengo che portare questi temi nelle scuole e sensibilizzare le ragazze e i ragazzi sia fondamentale per prevenire culture sbagliate e purtroppo presenti nei comportamenti dei giovani.
Temi come legalità, rispetto, pari opportunità sono fondamentali per creare nei giovani consapevolezze nuove e libere da stereotipi che portano a comportamenti violenti e illegali.
Nel nostro piccolo ci proviamo e continueremo a crederci”.
E noi sicuramente ci teniamo a far conoscere e a diffondere queste buone pratiche anche in altre esperienze carcerarie, affinché diventino modelli positivi e accessibili a tutte le detenute. Agave sta creando un ponte di umanità tra il carcere e il mondo esterno, affinché il percorso sia meno accidentato e abbia una vera funzione rieducativa.

