La rifondazione necessaria e auspicabile di Milano, e non solo, parte dalle scuole: efficienza, cura e una città a misura di comunità.
Ho voluto affrontare il tema confrontandomi con l’Architetta Giacoma Tiziana Gallo, progettista e pianificatrice con una consolidata esperienza nel settore della rigenerazione urbana e dei cambiamenti climatici, con la quale avevamo già avuto modo di ragionare in questo approfondimento.
Qui di seguito una significativa e utilissima disamina delle variabili e delle sfide attuali, su cui soffermarsi per programmare e decidere quale strada intraprendere.
Da decenni l’Europa traccia la rotta, indicando l’adeguamento climatico come la priorità assoluta.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) era nato esattamente per questo: incanalare risorse verso una transizione ecologica ed energetica radicale.
Ma i fondi, da soli, non cambiano la realtà. Oggi i sindaci e le amministrazioni locali hanno totale autonomia e il dovere di intervenire.
Il vero nodo non è ottenere i finanziamenti, ma saperli spendere bene e coerentemente con gli obiettivi.
A fare la differenza è la competenza, sottolinea l’architetta. Una recente e impietosa analisi sui progetti Pnrr controllati ha rivelato che ben il 70% di essi è risultato incompatibile con i piani originariamente presentati. Questo significa che a volte manca la capacità tecnica di progettare e realizzare gli interventi. E mentre la macchina burocratica fatica, a pagare il prezzo più alto sono le fasce più vulnerabili della popolazione, a partire dai giovani.
La scuola è la punta dell’iceberg
Non occuparsi dell’edilizia scolastica in modo integrato è la metafora perfetta di una politica urbana che ha smarrito il proprio target. Per chi stiamo amministrando e progettando Milano e le altre città? Se la risposta visibile sono interventi di edilizia di altissima fascia, accessibili solo a pochi, la scuola pubblica rappresenta invece il termometro di ciò che si fa – o non si fa – per la popolazione non ricca.
La crisi climatica non è un’ipotesi futura, è il nostro presente. È un nuovo clima, non un’emergenza, ma una nuova normalità.
La risposta all’aumento delle temperature nelle aule non può essere quella più semplice ma energivora: installare impianti di aria condizionata.
Procedere in questo modo significa:
- Far lievitare i costi di gestione per i Comuni.
- Sovraccaricare il sistema elettrico, aumentando il rischio di blackout urbani.
- Alimentare un circolo vizioso inquinante e di aumento delle temperature, poiché l’energia che utilizziamo è ancora prodotta in gran parte con combustibili fossili.
Il caldo estremo non può e non deve interrompere un servizio pubblico essenziale come la scuola o un ospedale. La sfida per i tecnici, gli urbanisti e i progettisti è fornire soluzioni strutturali e opportunità concrete per abbattere il consumo energetico alla radice.
Significa contrastare anche la povertà energetica sempre più diffusa e preoccupante, insieme alle altre povertà.
Garantire strutture scolastiche efficienti sia d’inverno che d’estate significa riuscire a scardinare divari e diseguaglianze, ovvero garantire pari opportunità in partenza, rimuovendo gli ostacoli.
Un approccio integrato: materiali, verde e comunità
L’alternativa all’aria condizionata esiste ed è un approccio integrato sull’edificio scolastico (ma non solo) e sul contesto circostante. Bisogna intervenire sui muri e sugli infissi, sfruttare la ventilazione naturale e isolare termicamente le strutture pubbliche. Soluzioni naturali come il cappotto in calce e canapa offrono una protezione eccellente sia dal gelo invernale sia dalla canicola estiva, riducendo drasticamente il fabbisogno energetico. Inoltre, i tetti delle scuole dovrebbero essere sistemati per ospitare impianti fotovoltaici, trasformando gli istituti in vere e proprie comunità energetiche a beneficio dei quartieri.
Allo stesso tempo, occorre ripensare lo spazio pubblico esterno modificando i materiali della città – riducendo cemento, vetro e asfalto – e integrando il verde. Ma anche sul verde serve pragmatismo, non retorica. Piantare un albero oggi significa investire sul medio e lungo termine, rispettandone i tempi di crescita. Gli alberi vanno piantati in piena terra: se soffocati nel cemento o messi in conflitto con i sottoservizi (tubature, cavi), sono destinati a morire. Il verde non può essere solo un lusso per quartieri ricchi, né l’unica risposta al problema. Occorre programmare.
Per questo la progettazione dell’adattamento climatico richiede team multidisciplinari e interassessorili. Bisogna partire dal piano della mobilità e legarlo alla mitigazione delle isole di calore, alla riduzione della CO2 e all’abbattimento dell’inquinamento, creando Piani Urbani Integrati attorno ai luoghi sensibili: scuole, ospedali, spazi pubblici.
Mappatura e azione: l’esempio da seguire
La pianificazione non si inventa da zero. Esistono modelli virtuosi di gestione dei dati. La città di Fano, già dal 2016, col programma “Edifici Intelligenti” per Fano dispone su piattaforma Gis di una mappatura completa dei consumi medi di energia di tutti i propri edifici, collegata a un piano strategico di rigenerazione urbana per l’adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici, a consumo di suolo 0, perché interviene solo sulla città costruita, che permette di sapere esattamente quali sono le scuole più energivore a cui dare la priorità, così come di tutti gli edifici pubblici.
Significa intervenire sugli edifici per risparmiare sulle bollette, migliorare la qualità della vita di chi usufruisce di quegli edifici pubblici (fondamentale anche il tema degli ospedali e strutture ospedaliere altamente energivore ed inquinanti con valori che si attestano intorno al 5% del totale), abbattere l’inquinamento e effettuare la transizione energetica puntando sulla riduzione dello spreco energetico e la produzione di energia green in loco (comunità energetiche CER). Qui il link dove potete vedere una breve presentazione del programma “Edifici Intelligenti”.
Milano ha già degli ottimi strumenti, come il Piano Aria e Clima e il Climate City Contract, ma non sono metodologie operative come il programma “Edifici Intelligenti”, in grado di mettere insieme la dimensione urbanistica urbana ed extraurbana, la dimensione progettuale specifica, per massimizzare l’opportunità di ricevere fondi europei e nazionali, pubblici e e privati su questi temi, che facilitino uno sviluppo green ma anche equo ed inclusivo, a partire da una grande attenzione dai fragili e le nuove generazioni
Verso una rifondazione civica
La domanda di fondo è antropologica e politica: che città vogliamo costruire? Oggi assistiamo a un esodo silenzioso ma costante: i giovani e le famiglie se ne stanno andando da Milano perché la città è diventata respingente, costosa e disattenta ai bisogni di base.
Milano ha bisogno di rifondarsi attorno a un modello diverso, basato sulla solidarietà e sulla cura. Ripartire dalle scuole significa rimettere al centro i/le bambini/e, i/le ragazzi/e, le famiglie i fragili e le persone con disabilità fisiche e psicologiche, progettando ogni spazio in chiave di inclusione totale. I giovani sono i meno tutelati oggi, ma sono coloro che vivranno sulla propria pelle il peggioramento climatico causato dalle nostre omissioni. Non possiamo continuare a vessare il presente e il futuro di questo Paese.
Per invertire la rotta serve un movimento civico diffuso, che eserciti un controllo attento sulle scelte pubbliche e promuova la solidarietà sociale. Gli organi locali hanno il potere di decidere un piano d’azione chiaro, per poi pretendere il supporto e le risorse a livello governativo.
La progettazione urbanistica deve tornare a guardare al bene comune, pensato per la totalità della popolazione e non per pochi eletti. Solo così Milano tornerà a essere una città in cui vale la pena restare e crescere.
Proprio in questa direzione l’Architetta Tiziana Gallo ha orientato la metodologia “Città Intelligenti” esposto nel libro appena uscito, editrice Maggioli.

