Molte donne non ricordano con piacere gli anni della pubertà: anni che, da qualche tempo, arrivano prima. Negli anni della pubertà – ci si sente bruttine, impopolari, inascoltate e con la pubertà aumentano i problemi di accettazione del proprio corpo che cambia specie se fai sport.
Per sconfiggere questo demone puberale nasce con la sua ideatrice Gaia Manzone il progetto BAB – Breaking All Barriers rivolto alle giovani sportive che spesso nel momento critico della pubertà abbandonano lo sport.
Il progetto si concentra sul supporto alle giovani atlete per affrontare l’impatto della pubertà e del ciclo mestruale, contrastando l’abbandono sportivo. Ne abbiamo parlato con Gaia stessa che, dopo aver lavorato come dirigente per adidas global in Germania, si è spostata in Francia con il suo nuovo progetto.
Ci racconti il tuo percorso lavorativo e di vita nello sport?
il mio percorso nello sport è iniziato nel Benfica Football Club, poi mi sono spostata nella parte del settore commerciale in Puma e alla fine negli ultimi 5 anni di carriera ho lavorato in Adidas,
Sono stata a lungo a contatto con il mondo sportivo, e gli atleti per lavoro e per interesse personale, perché lo sport l’ ho praticato fin da piccola e quindi ho prestato più attenzione a tutta una serie di problematiche che riscontravo sia in casi singoli sia nelle varie atlete con le quali ho avuto modo poi di interagire in questi anni di lavoro nello sport.
Raccontaci allora…
Di fatto quello che sta succedendo ora a livello globale è un tasso molto elevato e in costante aumento di abbandono della pratica sportiva, sia nei ragazzi che nelle ragazze, ma soprattutto tra queste ultime
Le ragazze, nella maggior parte dei casi smettono di fare sport con l’arrivo della pubertà, per una serie di ragioni. La principale è legata alla percezione della propria immagine e all’impatto che questa ha sulla sicurezza del sè a seguito di un corpo che cambia in modo imprevedibile, e che inizia ad essere guardato e spesso giudicato. Dall’altro punto di vista, con la pubertà cominciano anche a farsi spazio sensazioni e paure nuove, come la gestione del dolore legato al ciclo, sbalzi di umore, imbarazzo e insicurezze.
Spesso il disagio è ancora un tabù sia in molti ambiti sportivi che familiari e scolastici.
Parlare di mestruazione in Italia e difficile; abbiamo sempre il nostro,” ho le mie cose” che si spiega da sé. Ed ecco quindi che le mestruazioni diventano l’innominabile che poi noi donne affrontiamo per tutta la vita per molti anni fino alla scomparsa del ciclo con la menopausa.
Hai dati e ricerche dai quali sei partita?
Ci sono dei dati abbastanza preoccupanti : più del 93% delle ragazze intervistate in uno studio hanno dichiarato di aver avuto delle esperienze negative in relazione al ciclo nel contesto sportivo, quindi praticamente tutte. Ed è una cosa terrificante perché se c’è da un lato il tabù, dall’altra esiste il disagio di dover allenarsi o a fare una gara quando hai il ciclo.
Si apre quindi la questione sul prendere o meno la pillola anticoncezionale per non avere il mestruo durante le gare. Per non parlare della gestione del dolore, spesso gestito attraverso un abuso di antidolorifici già in età adolescenziale.
I dati inoltre riportano che più dell’80% delle atlete gestisce il dolore del ciclo ignorandolo o prendendo farmaci o semplicemente continuando a spingere e disconnettendosi dal proprio corpo
E quindi è nata l’idea di questo progetto…?
BAB è una piattaforma a tutto tondo dove l’atleta è al centro perché è fatta proprio per lei, le sue esigenze, e la sua fisionomia, ma nel contempo dà anche supporto a tutto l’ecosistema che c’è intorno alle ragazze quindi sia dalla parte di genitori, che degli allenatori e società sportive.
L”obiettivo principale è quello di aiutare le ragazze a dare un nome, a comprendere, a comunicare e a gestire tutti i segnali che il corpo manda loro nel momento in cui questo stesso corpo diventa imprevedibile o più sconosciuto con l’impatto della pubertà. Nel contesto sportivo, poi, la mancanza di supporto rischia di cambiare la relazione con il tuo corpo che passa dall’essere uno strumento a un nemico. Questo è spesso accentuato da
mentalità come “no pain, no gain” che portano ad una disconnessione dai segnali che il corpo ci manda, e dunque a potenziali infortuni, burnout e problematiche a livello psicologico.
Dobbiamo aiutare queste ragazze innanzitutto a capire che cosa è normale o meno per loro, che ogni corpo è diverso e che non devono sentirsi sole nel percorso di crescita, attraverso delle risorse che aiutino sia loro, che i genitori e gli allenatori, ad imparare ad utilizzare ed apprezzare il corpo nello sport, e nella vita.
Che accoglienza ha avuto il progetto?
Io partivo un po’ con un pregiudizio, dicendomi «magari in Italia a parlare di queste tematiche non troverò riscontro, non troverò interesse», e invece ho avuto la conferma che è un problema reale ed è sentito molto anche dagli allenatori. Sia uomini che donne: loro vedono che ci sono sempre meno ragazze che fanno sport e al contempo che c’è un’emotività e fragilità maggiori. Le ragazze piangono di più in partita, sono più ansiose, hanno più insicurezze rispetto al passato.
Dall’altro lato, nelle giovani c’è tanta tanta voglia di essere ascoltate ma anche difficoltà a dare un nome a sensazioni nuove e sentirsi “autorizzate” a rallentare per assimilare che cosa ti sta succedendo.
Hai qualcuno che ti sta supportando in questo percorso?
Al momento sto facendo un percorso di pre-accelerazione con l’Università Bocconi che si chiama IdeaBoosterLab. Inoltre sono parte della community Hi!Founders creata da Simone Martinelli, dedicata a supportare l’innovazione e ad accompagnare i founders a trasformare le proprie idee in veri e propri business.
Di recente BAB ha anche vinto il primo premio alla Techstars Startup Weekend, un evento per supportare l’innovazione e l’imprenditoria, e che agisce a livello globale e per la prima volta è stato organizzato nel comune di Lecco. Qui ho imparato tantissimo perché sei circondato da mentori esperti provenienti da vari settori che ti permettono di avere un supporto a tutto tondo per validare il tuo progetto.
L’ ultima domanda : BAB cosa vuol dire?
Bab in a parte viene slang inglese che per riferirsi a qualcuno a cui tieni e di cui vuoi prenderti cura, ed è il modo con cui io chiamo le mie migliori amiche
E’ anche l’acronimo di Breaking All Barriers quindi buttare giù tutte le barriere che ci sono per le giovani donne che fanno sport, ma in realtà anche per tutta l’esperienza che permetta alle donne di acquisire conoscenza e sicurezza di sé, nello sport e nella vita, attraverso il movimento.
La mia convinzione è il motivo per il quale voglio iniziare questo percorso dalle adolescenti : nel momento in cui impari ad essere in contatto con il tuo corpo, e a gestire dolori, disagi e i segnali che esso ti manda, acquisisci qualcosa che puoi portare con te durante tutto il corso della vita, sia che tu continui a fare sport o meno.
Al momento ci sono molte barriere sistemiche per una crescita sana e sicura delle ragazze nel mondo dello sport dalla pubertà in poi, e questo è perché solo il 6% della ricerca sportiva è stata condotta sulla salute della donna e poco più dello 0% sulle ragazze adolescenti. Se da un lato c’è una disconnessione dal corpo, dall’altro c’è la barriera dell’assenza di conoscenza su ciò che fa bene o meno bene a queste ragazze in piena fase di crescita.
Per seguire lo sviluppo di BAB o collaborare con Gaia a ridurre l’abbandono sportivo in età adolescenziale, iscriviti su https://www.babsport.co
