Anche quest’anno con precisione sono stati resi pubblici i dati dell’Ispettorato del Lavoro relativi alle dimissioni dei neo-genitori (con figli da 0 a 3 anni) in Lombardia nel 2025. Sebbene si registri un leggero calo rispetto al 2024 (influenzato anche dal calo demografico), la regione registra il numero più alto d’Italia con un totale di 13.114 dimissioni.
La netta disparità di genere emerge chiaramente dalle cifre e dalle motivazioni:
- Le Madri (8.542 dimissioni nel 2025): si dimettono in misura doppia rispetto agli uomini. Le cause principali sono legate alla difficoltà di conciliare lavoro e cura dei figli (46,4% per assenza di servizi) e a problematiche legate all’organizzazione del lavoro (32,6%), come la rigidità dei datori di lavoro sui turni o sul part-time. Spesso queste dimissioni comportano un vero e proprio stop alla carriera.
- I Padri (4.572 dimissioni nel 2025): la motivazione principale è di carattere professionale, legata al passaggio ad un’altra azienda per migliorare la propria posizione o lo stipendio (62,3%). Solo il 24,9% si dimette per motivi legati alla cura dei figli.
L’identikit anagrafico mostra che il 79% dei dimissionari ha tra i 29 e i 44 anni, concentrandosi nella fascia d’età del primo figlio. Il settore più colpito è il terziario (72,2%), in particolare commercio, sanità/assistenza e ristorazione.
I costi dei nidi o il mancato inserimento pesano solo in minima parte; il vero nodo resta l’organizzazione del lavoro e la rigidità dei turni. C’è inoltre un aumento delle dimissioni anche tra le donne in ruoli dirigenziali o quadri, segno che il problema tocca trasversalmente ogni livello professionale.
La strada per una reale conciliazione e per la parità di genere nel mondo del lavoro è ancora lunga.
Cosa accade alle donne quando perdono il lavoro?
Quando c’è una crisi aziendale in un settore a forte segregazione di genere, le prime a perdere il lavoro spesso sono le donne. Spesso queste lavoratrici sorreggono l’economia familiare o sono madri single. La perdita del salario si traduce istantaneamente in una crisi del welfare familiare, dato che sulle donne grava ancora la maggior parte del lavoro di cura non retribuito (figli, anziani).
Perdere il lavoro nel 2026, ha un peso specifico diverso a seconda del genere, a causa delle fragilità strutturali del nostro mercato del lavoro. Per una donna attorno ai 40 anni, reinserirsi nel mercato del lavoro italiano è statisticamente molto più complesso rispetto a un collega uomo, a causa di pregiudizi legati all’età, al genere e alla presenza di figli.
Le dimissioni cosiddette ‘volontarie’ portano a un cammino tortuoso, con un reinserimento non scontato e sicuramente carriere discontinue. Ciò che non si vede è come poi vanno a finire le storie di queste migliaia di donne. Perché se gli uomini si dimettono per andare a migliorare la propria posizione lavorativa, le donne lo fanno per una impossibilità radicata e diffusissima di conciliare.
Manca ancora il verbo condividere, manca dal vocabolario ma anche dalle prassi familiari di tanti uomini. E mi dispiace se qualcuno si sentirà offeso, ma siamo ancora noi a dover ‘non scegliere’, declinare appuntamenti di lavoro e alla fine dimetterci.
L’ho vissuto sulla mia pelle e so quanto questo incida su decisioni e futuro. Nella mia variegata esperienza lavorativa, so bene quanto cambi la cultura aziendale, ma da piccola amministratrice locale, mi rendo conto di quanta strada ancora dobbiamo compiere. Perché per una donna è tuttora difficile far accettare modelli di politica differenti da quelli plasmati dagli uomini.
La politica è ancora a trazione maschile e orari, modalità, tipologia di azioni sono tutti su misura non certo femminile. La strada è in salita e senza una significativa rappresentanza femminile davvero differente nello stile e nei modi, nulla cambierà né nelle politiche, né nelle azioni, né nella realtà di tante donne che ancora oggi si trovano a vergare le proprie dimissioni per un fallimento di un welfare statale e aziendale che non le mette nelle giuste condizioni di vita.
Dare rilevanza a questi dati significa dare un nome e un’identità precisa al fenomeno. Significa accendere un faro su come le dinamiche economiche abbiano un impatto asimmetrico e ricordarci che, dietro ai numeri dei tagli aziendali, delle dimissioni ‘volontarie’, ci sono persone, la maggioranza donne, spesso precise categorie sociali più vulnerabili di altre. La storia non è mai neutra e va raccontata nelle sue variabili e declinazioni di genere. Parliamone, non smettiamo di farlo, non diamo per scontate le tante cose che cambiano per una donna tuttora dopo la maternità. C’è un prima e un dopo, in gran parte causato da fattori sociali esterni, di impreparazione del sistema a voler dare spazio anche alle donne.
La tutela delle lavoratrici madri è disciplinata principalmente dall’articolo 37 della Costituzione italiana. Questo articolo sancisce l’uguaglianza dei diritti e della retribuzione tra uomo e donna, stabilendo che le condizioni lavorative devono conciliare la funzione familiare della donna e garantire una protezione speciale e adeguata sia alla madre che al bambino. Vige il divieto di licenziamento, ma cosa sono queste dimissioni dopo la maternità, se non una forma velata di “fuoriuscita” indotta dal mercato del lavoro? Abbiamo ancora molto lavoro da compiere per rimuovere gli ostacoli per una piena partecipazione delle donne alla vita di questo Paese. L’Articolo 31 riconosce il valore sociale della maternità, impegnando lo Stato a proteggerla e a sostenere le famiglie. Un principio che non deve rimanere solo sulla carta.
