Un ponte necessario tra sponde dell’Atlantico: la rivoluzione di bell hooks tradotta nel nostro presente.
Nelle pagine introduttive di Elogio del margine, Tamu edizioni, firmate da Maria Nadotti (Palermo, agosto 2020), il pensiero di bell hooks (pseudonimo di Gloria Jean Watkins) smette di essere unicamente un punto di riferimento della saggistica afroamericana per trasformarsi in uno strumento politico e analitico urgente, applicabile alla nostra contemporaneità.
Nadotti compie un’operazione preziosa: non si limita a presentare l’antologia di testi Elogio del margine (1998), ma ne attualizza la portata teorica, creando un cortocircuito virtuoso tra la storia dei movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti e le contraddizioni dell’Europa (e dell’Italia) odierna.
L’asse storico: da Sojourner Truth a bell hooks
Si apre con una suggestiva ricostruzione storica che parte dal 1851, anno del celebre discorso “Ain’t I a woman?” (“Non sono una donna?”) di Sojourner Truth alla Women’s Rights Convention di Akron. Quella domanda retorica, che squarciò l’ipocrisia del femminismo bianco e patriarcale dell’epoca, diventa il refrain teorico che bell hooks riprenderà esattamente 130 anni dopo, nel 1981, con il suo primo e fondamentale libro.
L’Intersezionalità come pratica, non come etichetta
Il cuore del saggio risiede nella decostruzione delle categorie identitarie. Nadotti evidenzia come per bell hooks razza, classe e genere non siano compartimenti stagni o “quote” da redistribuire, ma nodi indissolubili di un unico sistema oppressivo (il “patriarcato capitalista imperialista bianco”). Il testo mette in guardia dalle “esche” del neoliberismo, che usa la diversità come brand pubblicitario (da Nike a Beyoncé) o come mero inserimento di facciata nelle istituzioni (il caso di Kamala Harris), senza mai metterne in discussione la struttura profonda.
Il Margine come spazio di radicalità
Riprendendo il nucleo teorico di hooks, il testo esalta il “margine” non come luogo di privazione o di vittimismo, ma come spazio di resistenza e di creatività politica. Essere al margine permette di sviluppare uno sguardo doppio, critico, capace di vedere contemporaneamente il centro e le sue crepe.
La scrittura è densa, militante e priva di compiacimenti accademici. C’è una forte urgenza intellettuale che pulsa nelle pagine, la stessa che hooks applicava alle sue lezioni: il rifiuto di una teoria “fredda” e astratta a favore di una teoria vissuta, che nasca dall’esperienza quotidiana, corporea e affettiva.
Si traccia una linea retta tra le scrittrici della galassia del black feminism (da Audre Lorde a Octavia Butler) e i “nostri neri”: i migranti che attraversano il Mediterraneo. Nadotti denuncia con lucidità come l’Occidente tenda a vedere queste persone solo come “corpi ridondanti” o, nel migliore dei casi, come soggetti da assimilare passivamente alla “fata morgana della libertà e del consumo”, invitandoci invece a un ascolto profondo e a una reale condivisione di sensibilità.
Perché leggerlo
È un testo che scuote. Ha il grande merito di smantellare il femminismo liberale e borghese, ricordandoci che la vera liberazione non consiste nel “sedersi allo stesso tavolo del potere”, ma nel cambiare le regole del gioco.
Un’introduzione fondamentale per chiunque voglia approcciarsi a bell hooks, e una lettura indispensabile per comprendere come il razzismo e il sessismo sistemici non siano problemi confinati “altrove”, ma dinamiche radicate nel nostro presente quotidiano.
Elogio del margine necessita di una vera e propria mappa concettuale per orientarsi nel pensiero radicale, carnale e profondamente politico di bell hooks. Maria Nadotti riesce a restituire la complessità di una delle voci più importanti del femminismo intersezionale, mettendone in luce la deliberata scelta di abitare il “margine” non come luogo di privazione, ma come spazio di radicale possibilità e resistenza.
Il nome minuscolo: un atto di rinominazione politica
Scritto rigorosamente in minuscolo, bell hooks è un omaggio alla madre e alla nonna materna. Nadotti decodifica magistralmente la triplice funzione di questo pseudonimo militante adottato negli anni ’70: l’affermazione politica, un gesto fondativo di una soggettività inedita attraverso la ri-nominazione.
L’ancoraggio del sé a un continuum genealogico materno, riscattando generazioni di donne da una silenziosa e secolare passività.
Un attacco diretto al sistema dei nomi ad asse maschile, che storicamente incensa l’individualità degli uomini negando, al contempo, continuità e identità alle donne.
L’intersezionalità vissuta: razza, classe e genere
Nadotti ripercorre la formazione di hooks nel Sud rurale e segregato degli Stati Uniti (a Hopkinsville, Kentucky), descrivendo il trauma del passaggio dal mondo protetto della comunità nera a quello della desegregazione e, successivamente, all’ambiente universitario di Stanford.
In queste pagine emerge il nucleo dell’epistemologia di hooks: il razzismo e il sessismo non possono essere separati o combattuti singolarmente. Nadotti evidenzia come la scrittrice afroamericana si scontri da subito sia con il femminismo bianco e borghese (reprobo di voler assimilare l’esperienza di *tutte* le donne appiattendone le differenze di classe e razza), sia con i movimenti di liberazione nera (spesso declinati al maschile e intrisi di patriarcato). Da qui nasce la necessità di decifrare quello che hooks definirà come il “patriarcato capitalista suprematista bianco”, un sistema integrato di oppressioni.
La teoria come pratica di vita e la critica all’accademia
Uno dei punti più densi e stimolanti è l’analisi del rapporto di bell hooks con l’istituzione accademica. Nonostante la sua carriera di docente in contesti prestigiosi (come il City College di Brooklyn), hooks rifiuta categoricamente i linguaggi iniziatici, autoreferenziali ed escludenti dell’accademia tradizionale.
Nadotti sottolinea con ammirazione la “virtù acrobatica” dell’autrice
hooks sceglie deliberatamente di non corredare i suoi saggi di note o apparati bibliografici complessi. Non per pigrizia, ma per una precisa scelta etica e politica: rendere la teoria accessibile alle masse, a chi non ha mai preso in mano un libro, ai non addetti ai lavori.
La teoria, per hooks, ha senso solo se si muove tra il “ruolo paterno e il ruolo materno”, tra la parola maschile e il silenzio femminile, traducendo l’esperienza vissuta e il dolore in consapevolezza collettiva.
L’introduzione di Maria Nadotti, mantiene intatta una sconvolgente attualità. Il pregio della curatrice è quello di non intellettualizzare eccessivamente una pensatrice che ha fatto dell’anti-accademismo la sua bandiera. Nadotti ci consegna l’immagine di una bell hooks che “va nei campi a procurare la materia prima”, trasformando le gerarchie e le ferite quotidiane in un arazzo di liberazione.
Una lettura imprescindibile per chiunque voglia comprendere il femminismo non come dogma teorico, ma come pratica quotidiana di conversione, accoglienza e rivoluzione culturale.
Dal dialogo tra bell hooks e Maria Nadotti nasce Scrivere al buio. Una conversazione che accoglie il pensiero di entrambe, su temi cruciali come sesso, razza, classe, identità appartenenze e contraddizioni, un oscillare tra storia personale e vita pubblica, tra politica, scrittura e femminismi. Il buio abitato da chi cerca e si cerca, a chi sta sul crinale con la capacità di stare al centro senza perdere di vista il margine, come scriveva qualche anno fa Caterina Serra sul Manifesto.

