Nelle doppie vesti di regista e sceneggiatore, in Ricchi da Morire, John Patton Ford si cimenta con un remake di Sangue blu, una commedia nera del 1949 dove un grande Alec Guinness vestiva i panni di tutte le vittime del protagonista.
Glen Powell deve far fuori sette parenti per conquistare l’eredità miliardaria.
Figlio di una donna ripudiata dalla sua famiglia d’origine per aver sposato un uomo di ceto inferiore, l’ormai trentenne e orfano Becket Redfellow decide di vendicarsi per reclamare ciò che ritiene suo di diritto. Già da bambino, infatti, la madre gli ha rivelato che il patriarca, già a capo della banca che costituisce il business principale della famiglia, ha disposto una norma irrevocabile secondo cui, nonostante l’allontanamento, Becket resta nella linea di successione.
Aggiornati intreccio, estetica e linguaggio ma lasciato intatto il cuore della storia, la sterzata decisiva arriva proprio sul finale. Che con astuzia si prende gioco delle aspettative e rende l’opera ancora più cattiva e cinica di quanto non fosse fino a quel momento.
Per quanto si parli di conflitto di classe e di prendere di mira le fortune di anziani miliardari, in Ricchi… da morire siamo infatti ben lontani dall’idealismo alla Robin Hood, in quanto Becket agisce solo ed esclusivamente per il proprio beneficio.
Becket Redfellow (Glen Powell) nasce da rinnegato, membro di una famiglia ricchissima che non vuole riconoscerne l’esistenza. Nel testamento, tuttavia, figura ancora tra i possibili ereditieri del patriarca Whitelaw (Ed Harris). Rimasto orfano, Becket non ha mai dimenticato la promessa fatta alla madre in punto di morte: ottenere la vita che merita, a qualunque costo. Quando si rende conto che i parenti tardano a tirare le cuoia, decide di prendere in mano la situazione e pianifica una serie di omicidi volti a rimanere l’unico Redfellow in vita.
Eppure, non si può fare a meno di parteggiare per lui. Forse perché ha il volto di Glen Powell, nuovo sex symbol degli ultimi anni.
Sempre solare, affabile, bonario, e inoltre dotato di una certa goffaggine che, talvolta, ne depotenzia il fisico statuario.
Un killer, che con il suo modus operandi resta pulito, rapido, assolutamente non violento, a meno che non sia strettamente necessario. Bisognerebbe scoprire se l’idea è stata di Ford o dello stesso Powell, che così, in maniera quasi inspiegabile, mantiene praticamente immacolata la propria immagine, fuori e dentro al film.
L’attore non perde l’abitudine a camuffarsi, ad assumere identità fittizie e a vivere vite multiple: da un lato il meticoloso criminale, dall’altro l’uomo colto, intelligente, carismatico.
“questa è una tragedia” annuncia Beckett ma le battute e i tempi comici sono essenziali. Merito soprattutto di Glen Powell, attore intelligente e carismatico. Credibile tanto come gentile e spietato outsider ma anche dotato di una allure nobile e sinistra: che sia l’unico ad aver ereditato i geni buoni della dinastia, zeppa di mitomani, tossici, depressi?
La parte finale con Ed Harris è un piccolo manifesto contro il capitalismo.
L’approccio di Ford è tutto nel titolo originale: How to Make a Killing è un’espressione gergale che non allude alla morte ma sta per “come fare una fortuna” o “come fare un colpaccio”, usata nel mondo degli affari per riferirsi a guadagni facili e inaspettati.

Adriana Moltedo
Esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Ceramista, Giornalista, Curatrice editoriale, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità. Scout.
