Regia di Gore Verbinski
Con Sam Rockwell, Adam Burton, Anna Acton, Juno Temple
Nella sale dal 25 giugno
Dura più di due ore: mai guardato l’orologio. Le scene d’azione si susseguono, le invenzioni più folli irrompono, in un connubio di passato e futuro, di Urania e videogiochi. Abbiamo la missione di un manipolo di eroi, come in una favola e contro di loro un mondo creato dall’Intelligenza Artificiale dove arriva persino un gatto famelico e gigantesco composto da centinaia di gattini.

È fantascienza vecchio stampo, zeppa di citazioni, raccontata con la mano abile di Gore Verbisnki, il regista di I pirati dei Caraibi. Il nemico è un (possibile?) terrificante futuro, dove il mondo reale scompare sostituito dal virtuale, come in Matrix. Gli eroi, persone comuni, combattono proprio per scongiurare questo pericolo e permettere agli umani di vivere ancora nella vecchia (rassicurante?) realtà.
Come in un videogioco, noi spettatori guardiamo, in attesa della prossima mossa, del nuovo colpo di scena. Del resto il titolo lo dichiara esplicitamente: la frase è un meme proprio dei videogiochi. In bocca al lupo, divertiti e cerca di sopravvivere.

Il film si apre con l’irruzione di un tizio malconcio in un diner di Los Angeles. Ha la barba lunga, una tuta piena di fili come se fosse uscito da un mercatino dell’elettronica. Vengo dal futuro, dice, sono qui per la 117esima volta e vi conosco già, uno per uno. Deve formare una squadra per fermare l’apocalisse. Chissà che finalmente questa non sia la volta buona, altrimenti Il giorno della marmotta continuerà.
Proprio quella notte verrà messa online una nuova AI che renderà catastrofico il futuro da cui il nostro viaggiatore del tempo è fuggito per cambiarlo. C’è chi gli crede, chi pensa sia un homeless, ma alla fine la squadra viene formata e inizia l’avventura.

Ci sono due professori, una madre che ha appena perso un figlio, un uomo di buona volontà, una ragazza vestita come una principessa delle fiabe allergica a ogni congegno elettronico. Procedono a tentoni e, tutto in una notte, come in un film degli anni Ottanta, cercano di salvare il mondo.
Ritmo da videogioco: la squadra affronta livello dopo livello, scontri con la polizia, criminali, e poi minacce sempre più “tech” mandate direttamente dall’IA. Qualcuno lungo la strada ci lascia la pelle, ma era nei patti.

Sam Rockwell l’uomo venuto dal futuro si porta sulle spalle il film (effetti speciali a parte). Corre, cade, suda, fa smorfie, salta, urla, è generoso. Bravo e giusto, funziona perché non si prende mai sul serio.
Abbiamo la fantascienza ma anche molta ironia, spruzzata di cinismo e parecchia attualità, esaminata con sguardo trasversale.
Ci sono le sparatorie nelle scuole e una società che produce i cloni ai genitori che hanno perso un figlio (c’è chi vi ha fatto ricorso anche più volte). Se accetti il clone con la pubblicità, risparmi.
Gli studenti in classe ignorano i professori e stanno incollati ai cellulari, se un docente cerca di interromperli o anche solo di insegnare, i ragazzi diventano violenti. Del resto forse non sono più neppure umani perché li vedremo nel corso del film, come un esercito delle tenebre, avanzare con passo da zombie in una notte da morti viventi, con gli occhi fissi sullo smartphone.

Hollywood sta individuando nella tecnologia se non il male, di certo un problema. E come darle torto? O impariamo a gestirla, (e a limitarla?) o ne diventeremo ostaggi e vittime. In Toy Story 5 i dispositivi sono il nemico dei vecchi giocattoli col cuore. Qui, cellulari e AI rischiano di distruggere tutta l’umanità, rendendola schiava. Un futuro possibile in cui gli esseri umani verranno sostituiti da bacelli virtuali: gli ultracorpi non sono più gli alieni ma i chip. Terminator incontra Matrix, con la supervisione di Black Mirror.
C’è chi accusa il film di essere passatista perché considera la tecnologia come il diavolo. Forse, ma qualche dubbio ormai lo abbiamo tutti.
