Il gen. Vannacci e il movimento negazionista della violenza contro le donne
Ha generato un terremoto la recente dichiarazione del Generale Vannacci per cui il femminicidio non esisterebbe perché “un reato non è più o meno grave in base al sesso e al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità di genere”.
Ora, al di là della confusione di piani, genere, pigmentazione, religione, negare il fenomeno strutturale del femminicidio in un Paese come il nostro in cui una donna, tipicamente preda di contesti abusanti, viene uccisa ogni tre giorni ed al termine di dinamiche di discriminazione e disprezzo del femminile caratterizzate da controllo coercitivo e volontà di sopraffazione, risulta odioso oltre che grave.
Perché, come diceva Michela Murgia, “Il termine femminicidio non indica il sesso della morta, indica il motivo per cui è stata uccisa” legato al rifiuto di conformarsi alle aspettative che certo maschile aveva su di lei, alla decisione di autodeterminarsi a dire basta ad una condizione di abuso e sudditanza a rivendicare il proprio diritto a dire no, ad essere libera. Questa è la grande differenza con l’omicidio, che non descrive l’uccisione di una donna in quanto tale, ma la morte in conseguenza di delitti che possono colpire chiunque, come una rapina, un conflitto a fuoco, ecc.
Il fenomeno strutturale del femminicidio nel nostro Paese, ampiamente studiato e documentato da decenni, riverbera chiaramente nei dati statistici ufficiali.
Nel 2025, secondo le rilevazioni del Ministero dell’Interno, sono stati compiuti 97 omicidi di donne: di questi 85 sono avvenuti in ambito familiare o affettivo ed in 62 casi, il 72,9% del totale l’autore è stato il partner o l’ex partner. Gli uomini uccisi nello stesso anno sono stati 189; gli autori di questi delitti nella stragrande maggioranza dei casi, l’85,7%, sono altri uomini per motivi legati alla criminalità comune ed organizzata e conflitti interpersonali.
Eppure, ciò a cui si sta assistendo negli ultimi anni è la diffusione prepotente, programmatica, pericolosa e crescente di una propaganda negazionista della violenza di genere e del femminicidio di cui le dichiarazioni del Gen. Vannacci costituiscono la quintessenza.
Lo dimostrano profili social interamente dedicati al riconteggio per difetto delle donne uccise per motivi inerenti il genere e alla messa in discussione della natura stessa del femminicidio quale fenomeno strutturale, ricorrendo ad argomentazioni ideologiche e faziose, per non parlare della critica agli Enti di ricerca istituzionali preposti con opposizione di elaborazioni dei dati che fanno accapponare la pelle a chiunque si intenda minimamente di ricerca scientifica e del tentativo di rivendicare il concetto di maschicidio per descrivere una realtà speculare al femminicidio assolutamente disconfermata dalle ricerche sociologiche e criminologiche in tema.
Ciò che inquieta è che di tali narrazioni si nutrono persone con scarsi strumenti critici ed imponenti pregiudizi personali che si determinano ad affermarle e ripeterle come fossero verità assolute con modalità ora manipolative, ora svalutanti e di attacco alla fonte scientifica partendo da un contenuto giudicato sgradito e/o allo stesso autore che lo ha proposto, nell’ottica, come nel mio caso, di prevenire e combattere la disparità e la violenza di genere. Ai loro occhi, infatti, la persona competente ha la capacità o l’insopportabile ardire, se donna, di smentire quanto affermano, per cui ricorrono massicciamente alla provocazione, al diniego dei fatti e allo spostamento continuo del focus del discorso con una ostinazione tipica dell’indottrinamento cieco.
E circa la modalità di comunicare vale la pena citare alcuni incipit dei commenti al mio ultimo reel in tema: “Volevo tranquillizzare tutti, i dati dichiarati da questa divulgatrice sono falsi” (Si riferisce alle rilevazioni del Ministero dell’Interno relative all’anno 2025 da me riportate fedelmente), “Omicidio è omicidio smettetela di menare la m…chia alla gente, avete gli stessi diritti stessi doveri stesse responsabilità, basta co sto vittimismo del c..zz…..AVETE ROTTO IL C.ZZ.”, “E poi le prime manipolatrici siete voi e non rompete i co..ni”.
Che tipo di mentalità induce un uomo a screditare la parola di una professionista della salute mentale con dichiarazioni al limitar della diffamazione? O a ridurla al suo genere, da cui altri individui si sentono evidentemente minacciati a tal punto da agire una dinamica del voi contro noi, sentendosi in diritto di rimettere l’intero femminile al proprio posto a suon di espressioni volgari e offensive?
Che responsabilità ha la propaganda negazionista della violenza di genere e del femminicidio nel farli sentire vittime di una ingiustizia, quando si cerca di prevenire e sconfiggere un fenomeno evidente il cui pilastro sono gli stereotipi di genere di derivazione patriarcale, cui aderisce quasi un italiano su due, e che sono stati trasmessi ai più giovani con gli esiti inequivocabili evidenziati dalla cronaca?
Quella di catalizzare l’involuzione culturale e relazionale del nostro Paese, che può costituire il trampolino di lancio di nuove disparità e violenze. Un imbarbarimento da contrastare con tutti i mezzi e da tutte le donne e gli uomini consapevoli perché, come ha dichiarato l’ex Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan: “I diritti delle donne sono una responsabilità di tutto il genere umano; lottare contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne è un obbligo dell’umanità; il rafforzamento del potere di azione delle donne significa il progresso di tutta l’umanità”.
