Un manifesto di r/esistenza: la distruzione delle gabbie del Realismo Patriarcale
Nella densa e sovversiva prefazione al saggio di Martina Miccichè, Realismo patriarcale – Come il sistema ci educa alle diseguaglianze (Meltemi, 2025), Rachele Borghi evoca l’immagine delle “scatole di carta”: categorie precostituite, posizionate dal sistema per controllare i corpi e le esistenze, che si rivelano drammaticamente vuote una volta smontate. Il libro di Miccichè si inserisce esattamente in questo solco di smantellamento radicale, configurandosi non come una semplice lettura scientifica o accademica, ma come un vero e proprio strumento di coscientizzazione, resistenza e rivolta collettiva.
Prendendo le mosse dal celebre concetto di Realismo Capitalista di Mark Fisher — l’idea che sia più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo — Miccichè compie un’estensione teorica e politica fondamentale, arrivando a definire il Realismo Oppressivo e Patriarcale. È quella narrazione tossica e pervasiva che presenta il sistema attuale (capitalista, eteropatriarcale, coloniale e specista) come l’unica realtà possibile, naturale e inevitabile.
La semplicità come scelta politica e decoloniale
Una delle cifre più significative del saggio risiede nella sua accessibilità. Richiamando l’insegnamento dell’attivista e scrittrice bell hooks, il testo rivendica che farsi capire è una scelta politica rigorosa.
In un panorama saggistico spesso arroccato su linguaggi elitari e accademici — dinamiche classiche del binomio “sapere-potere” che alimentano la sindrome dell’impostore nelle soggettività marginalizzate — la scrittura di Miccichè sceglie deliberatamente di scendere dal piedistallo dell’autorialità. Questo “hackeraggio” del linguaggio escludente non è una semplificazione concettuale, tutt’altro: è un esercizio di decolonialità che restituisce la teoria a chi ne ha più bisogno, trasformando la parola in uno spazio di rielaborazione orizzontale e collettivo.
Tuttavia, avverte la prefazione, un testo semplice non è un testo facile. Realismo patriarcale non permette una lettura veloce; al contrario, impone una sosta forzata. Costringe a fermarsi, a mettersi in discussione, a guardare da vicino i fili invisibili della dominazione che ciascuno di noi ha interiorizzato e banalizzato.
Anatomia del Realismo Oppressivo: i dispositivi del controllo
Il saggio decostruisce con precisione chirurgica i dogmi e le istituzioni considerati intoccabili dalla nostra società, svelando come la violenza sistemica venga costantemente protetta da tre dispositivi fondamentali:
- La patologizzazione del dissenso: L’uso sistematico di violenza verbale e categorie stigmatizzanti (“pazza”, “strozza”, “matta”, “esagerata”, “estremista”) per delegittimare, ridicolizzare e isolare chiunque rifiuti di allinearsi alla norma imposta.
- La rassegnazione fatalista: La cristallizzazione del presente riassunta nel mantra “la vita è così, è il sistema”. Questo fatalismo produce una deresponsabilizzazione dei singoli, distribuendo le colpe delle oppressioni sulla collettività e trasformando rapporti storici di potere in dati di natura immutabili.
- L’artificio retorico del merito: La narrazione secondo cui “le cose stanno così perché è meglio per tutti” o per un ordine naturale/tradizionale. Questo schema permette a chi trae vantaggio dalle gerarchie di autoconvincersi di meritare la propria posizione di privilegio, occultando la propria reale funzione di oppressore.
Il saggio illumina inoltre la natura “plastica” del capitalismo contemporaneo, capace di assimilare e mercificare le stesse istanze che lo contestano. Miccichè demistifica con forza le operazioni di pinkwashing e il femminismo neoliberale, ridotti a meri strumenti di marketing o a narrazioni di inclusione superficiale che celebrano il successo di singole figure di potere senza mai scardinare le barriere strutturali. Viene così denunciata l’ipocrisia sociale di chi condanna il pregiudizio ma accetta le disuguaglianze materiali prodotte dai “padroni della tecnologia” o continua a valutare i corpi femminili secondo standard patriarcali.
Intersezioni e prospettive: il transfemminismo come alternativa radicale
Contro la convergenza delle oppressioni di classe, genere, razza e specie, il volume propone l’orizzonte del transfemminismo intersezionale non come una teoria astratta, ma come un progetto politico vivo, radicato nelle pratiche dal basso.
Richiamando il pensiero abolizionista di Angela Davis, il testo invita a non accontentarsi di riforme di facciata, ma a mettere in discussione l’essenza stessa del dominio, distruggendo le istituzioni nate per escludere per ricostruire spazi di vita radicalmente diversi. L’intersezionalità di Miccichè si spinge fino all’antispecismo, individuando nella scelta vegana e nel rifiuto della produzione intensiva un’alleata imprescindibile della lotta, unendo lo sfruttamento dei corpi umani e non umani in un’unica critica al sistema tecno-capitalista.
La bussola di questa r/esistenza trova una collocazione geopolitica precisa e urgente nelle pagine finali, dove la riflessione si connette alla Palestina, assunta come fulcro delle lotte antifasciste contemporanee, per denunciare la normalizzazione della violenza coloniale, dell’apartheid e della necropolitica che crea la categoria stessa del “subumano”.
Un’etica della fragilità e dell’interdipendenza
Ispirandosi al pensiero di Judith Butler, Realismo patriarcale ci ricorda che la vulnerabilità e la precarietà non sono limiti da cancellare attraverso l’accumulazione di forza o di potere, ma i punti di partenza etici per riconoscere la nostra profonda e costitutiva interdipendenza.
Riprendendo il celebre monito di Audre Lorde — “gli strumenti del padrone non distruggeranno mai la casa del padrone” — il libro di Martina Miccichè compie un atto di sabotaggio intellettuale: sottrae quegli stessi strumenti, li risignifica attraverso il linguaggio comune e li consegna alla collettività per smantellare l’illusione dell’immutabilità del presente.
È un invito potente a costruire reti di supporto, “sorellanze multiple transpecie” e modelli orizzontali e partecipativi. Perché la liberazione, per essere reale, non può essere parziale né individuale; deve essere totale: “finché tutt* non saremo liber* nessuno lo sarà”. Qui a mio avviso c’è anche un richiamo a De Beauvoir, che guardava a tutte le donne del mondo.
Un saggio necessario che trasforma l’utopia in qualcosa di urgentemente e maledettamente possibile.
