Per molti anni ho cercato di capire perché alcuni miei professori mostrassero nei miei confronti una particolare attenzione intellettuale. Con il tempo ho maturato una convinzione: ciò che riconoscevano non era semplicemente una preparazione accademica, ma una sensibilità culturale e spirituale legata alla mia vicinanza all’alevismo.
Questa consapevolezza mi ha portato a esplorare più a fondo le radici dell’alevismo e il suo rapporto con il tasavvuf, il sufismo. Nella prospettiva di molti aleviti, il sufismo non è una tradizione estranea, ma una delle sorgenti spirituali che hanno alimentato la formazione dell’identità alevita. Le due vie non coincidono, ma condividono un linguaggio simbolico, una concezione dell’essere umano e una ricerca interiore che le rende profondamente vicine.
Al centro di questo incontro si trova una figura che appartiene a entrambe le tradizioni: Mansur al-Hallaj. Mistico, poeta e martire della ricerca spirituale, Hallaj rappresenta forse il ponte più importante tra il mondo sufi e la sensibilità alevita. La sua celebre affermazione “Ana al-Haqq” – “Io sono la Verità” – non fu interpretata soltanto come una formula teologica, ma come l’espressione di una trasformazione interiore radicale, nella quale l’essere umano riconosce la presenza del divino nella propria coscienza.
Per molti aleviti Hallaj non è soltanto una figura storica. È un simbolo di libertà spirituale, di resistenza contro il dogmatismo e di ricerca della verità attraverso l’esperienza diretta. In questo senso egli appartiene contemporaneamente all’immaginario del sufismo e a quello dell’alevismo.
Questa dimensione spirituale mi ha aiutato a comprendere un fenomeno che ha attraversato anche l’Europa del secondo Novecento. Tra gli anni Settanta e Ottanta una parte significativa della cultura progressista italiana ed europea iniziò a guardare alle tradizioni contemplative orientali come a possibili risposte alla crisi delle grandi ideologie moderne. Molti intellettuali e artisti cercavano una spiritualità capace di dialogare con la ragione, senza rinunciare alla profondità dell’esperienza interiore.
In quel contesto il sufismo esercitò una forte attrazione. Veniva percepito come una via spirituale aperta, filosofica, centrata sull’esperienza più che sul dogma. Non sorprende che una figura come Franco Battiato sia diventata un punto di riferimento culturale per questa ricerca. Attraverso la sua musica egli contribuì a diffondere temi legati alla trascendenza, alla conoscenza di sé e alla dimensione invisibile dell’esistenza.
Mentre in Anatolia tali sensibilità continuavano a vivere all’interno dell’alevismo, in Europa fu soprattutto il sufismo a diventare il volto più conosciuto di questa ricerca spirituale. Le due tradizioni seguirono percorsi differenti, ma conservarono una comune attenzione alla trasformazione della coscienza e alla dignità dell’essere umano.
Da una prospettiva di psicologia transculturale, questo elemento è particolarmente interessante. Culture diverse elaborano linguaggi differenti per affrontare le stesse domande fondamentali: chi siamo? Da dove veniamo? Qual è il significato della vita? L’alevismo e il sufismo offrono risposte diverse, ma condividono l’idea che la conoscenza più importante non sia quella che riguarda il mondo esterno, bensì quella che riguarda la trasformazione interiore dell’essere umano.
È forse per questo che il pensiero di Hallaj e di Rumi continua ancora oggi a esercitare un fascino straordinario. Entrambi suggeriscono che la realtà percepita dai sensi non esaurisca l’intera esperienza dell’esistenza. Il mondo appare come una dimensione parziale, un passaggio, quasi un sogno rispetto a una realtà più profonda.
Letta attraverso categorie contemporanee, questa intuizione ricorda alcune immagini della cultura moderna. Quando Rumi descrive l’esistenza come una sorta di sogno e Hallaj parla dell’unione tra l’essere umano e la Verità, il paragone con narrazioni come Matrix emerge quasi spontaneamente. Non perché i contenuti siano identici, ma perché condividono una domanda fondamentale: ciò che consideriamo reale è davvero tutto ciò che esiste?
Forse è proprio questa capacità di tenere insieme ragione, immaginazione e ricerca interiore che ha permesso al sufismo di parlare a una parte della sinistra europea del Novecento e che continua a rendere l’alevismo e il tasavvuf rilevanti anche oggi. Al di là delle differenze storiche e dottrinali, entrambe le tradizioni indicano una stessa direzione: la conoscenza di sé come via verso una comprensione più profonda dell’essere umano e del mondo.

