Yellow Letters, vincitore dell’Orso d’Oro alla 76° Berlinale 2026, è un potente film politico del regista tedesco Ilker Çatak, che tallona i personaggi in frequenti primi piani e utilizzando la camera a mano, mettendoli alle strette ma al contempo rispettandoli, e comunque rappresentandoli in tutte le loro sfumature psicologiche ed etiche, anche nel confronto generazionale, con la figlia e con la madre/ suocera, in un film che da politico e sociale in cui il realismo diventa sempre più intimo, e personale, la sceneggiatura del regista con la moglie Ayda Meryem Çatak e con Enis Köstepen.
E’ la storia di due artisti teatrali turchi che, dopo essere caduti in disgrazia presso il regime, subiscono la sistematica distruzione della loro vita e dei loro rapporti personali a causa della censura.
Il film è un’opera dolorosa che indaga i meccanismi subdoli delle dittature moderne. Anziché concentrarsi unicamente sulla violenza fisica, il regista – noto per La sala professori – mostra come il potere illiberale usi il ricatto economico, la burocrazia e la pressione sociale per soffocare il dissenso.
Attraverso le loro vicissitudini, artistiche, famigliari e finanziarie, il filmmaker berlinese di origine turca denuncia la spinta autoritaria che si respira nel suo paese d’origine sotto il dominio di Erdogan.
Molti paesi arabi o musulmani sono disseminati di portali metal detector come quelli degli aeroporti. Bisogna superarli per entrare in alberghi, teatri, cinema, musei. In pratica in ogni edificio aperto al pubblico. Si tratta ovviamente di un sistema di protezione nato dalla paura di attacchi terroristici, che è comunque diventato pervasivo, parte dell’eccessivo controllo da parte di stati autoritari che temono, con psicosi, contestazioni o ribellioni interne. Non fa eccezione la Turchia sotto Erdogan che è al centro dell’ultimo lavoro di Ilker Çatak.
İlker Çatak gira in Germania una storia ambientata in Turchia senza simulare gli esterni come turchi. La Turchia trasferita in Germania: perché nei titoli di testa compaiono le scritte, dopo quelle che si riferiscono agli attori, “Berlino nel ruolo di Ankara” e “Amburgo nel ruolo di Istanbul”; impensabile un film del genere in Turchia, come in qualunque altra dittatura perché il suo tema di fondo, universale, è il rapporto tra politica e arte.
Il film è incentrato su Derya e Aziz, una coppia di teatranti di Ankara. Proprio su uno di quei varchi dotato di metal detector, ricreato fedelmente in scena, è costruito lo spettacolo teatrale cui stanno lavorando.
Si tratta di un’opera evidentemente politica, di denuncia della deriva autoritaria del paese sotto Erdogan, di uno stato quasi di polizia che effettua controlli a tappeto. Il titolo dello spettacolo è lo stesso del film, e fa riferimento alle buste gialle, le missive con cui le autorità turche comunicano ai cittadini provvedimenti sanzionatori di varia natura.
Così era successo ai protagonisti che si sono visti allontanati dall’insegnamento e chiudere il precedente spettacolo, con strascichi processuali e gravi danni alla loro vita famigliare.
Yellow Letters comincia con un’immagine bianca, come lo schermo cinematografico, in cui compaiono delle ombre per capire che si tratta di un palcoscenico teatrale in cui si svolgono delle prove. Sul confine tra due tipi di rappresentazione, teatro e cinema, e tra queste e la realtà, si gioca un’opera che vuole essere politica e di impegno civile.
İlker Çatak ragiona anche sui rapporti tra arte e militanza, su come l’una cosa non debba andare a discapito dell’altra. Così quel grande varco al centro della scena è sì un simbolo dell’oppressione e del controllo, ma anche una porta teatrale interna, un meraviglioso dispositivo scenico.
La nudità paventata può essere resa innocua al cinema e inquadrare solo ciò che ritiene necessario, mentre a teatro si vede tutto ciò che sta sul palcoscenico.
Così è quella sorta di doppia uscita finale, con Aziz che esce nudo dal metal detector per poi uscire effettivamente dalla scena, dopo un piccolo stacco in cui ricompare con un accappatoio, a prendere gli applausi del pubblico.
L’allestimento dello spettacolo sembra un Brecht trasposto ai giorni nostri, con delle gabbie e dei ritratti appesi.
Aziz, il drammaturgo, è convinto che il teatro possa salvare il mondo.
In fondo Derya e Aziz sono dei novelli Maria e Josef Tura di Vogliamo vivere! (To Be or Not to Be), teatranti contro il regime che smascherano e mettono a nudo.
Il gioco tra realtà e finzione prosegue con i luoghi del film.

Adriana Moltedo
Esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Ceramista, Giornalista, Curatrice editoriale, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità. Scout.
