con Luca Toracca
In scena al Teatro dell’Elfo fino al 19 giugno
Abituati all’esibizionismo sopra le righe degli ultimi Pride si resta inteneriti di fronte alla figura di Denis Charles Pratt che diventa presto, anzi subito, Quentin Crisp.
Portato in scena con totale empatia da Luca Toracca, Quentin Crisp, icona gay del mondo anglosassone,
nato nel 1908, scomparso nel 1999, potrebbe ricordare Paolo Poli se il grande attore fosse stato anche un attivista dei diritti civili.

In un’epoca dove l’omosessualità è punita col carcere, Quentin non si nasconde, ma neppure ostenta, passa attraverso la prostituzione, si mantiene poi posando come modello per le scuole d’arte, sopporta umiliazioni, arresti, pestaggi e sopravvive a tutto grazie a una costante ironia e battute degne di Oscar Wilde. O di Alan Bennet se vogliamo essere più contemporanei.
Mise fiammeggianti, parrucche vistose rosso intenso, famoso nei locali gay, ispiratore di spettacoli e film, vede crescere la sua fama nel tempo. John Hurt lo incarna in The Naked Civil Servant, un film per la televisione nel 1975, facendolo conoscere al grande pubblico, mentre Sally Potter nel 1991 lo vuole per il ruolo della regina Elisabetta per il suo film molto premiato Orlando che lanciò Tilda Swinton.
Passata la mezza età, Quentin emigra negli Stati Uniti, restando fedele a se stesso. Ispira a Sting Englishman in New York, anima serate di successo con monologhi e one men show.

Per raccontare tutto di lui ci vorrebbe un’enciclopedia, Mark Farrelly ne racchiude la verve mescolando arguzia e malinconia in poco più di un’ora per una pièce brillante, dove Luca Toracca danza più che muoversi in una scenografia che è camerino teatrale, monolocale eccentrico e disordinato, zeppo di cianfrusaglie degne di nonna Speranza, ma anche palcoscenico con tanto di specchio teatrale. Le battute sono veloci, le situazioni fulminanti fermi immagine, la tenerezza costante e soave.
E colpisce il contrasto fra la vita di Quentin, in anni in cui ogni vittoria era individuale e sudata, e il grande movimento queer-pop che ha iniziato ad affacciarsi nel mondo degli anni Ottanta. Sempre garbati i racconti di Quentin che si autodefinisce “effeminato” colto nella saggezza mai doma della vecchiaia quando ancora di più è concesso dire, raccontare, fare.
E gli crediamo quando dice che guardare il cavallo dei pantaloni di un maschio etero, di quelli grossi forti e virili che per forza ti odiano, risulta alla fine molto più noioso che guardare il suddetto ragazzone negli occhi. A vincere ancora una volta e fino alla fine è la tenerezza.
Quentin Crisp – La speranza è nuda
di Mark Farrelly
traduzione di Matteo Colombo
a cura di Ferdinando Bruni
con Luca Toracca
luci e suono di Roberto Faiolo e Lorenzo Crippa
assistente scene e costumi Roberta Monopoli
Produzione Teatro dell’Elfo
