Un libro necessario e che fa riflettere. Il libro in questione è “Mai più cosa vostra” di Ilaria Ramoni e Fabio Roia, edizioni Mondadori, 2025, un’opera che traccia un parallelismo lucido e potente tra la cultura patriarcale e quella mafiosa in Italia.
Un parallelo scomodo ma necessario
Il cuore pulsante di questo saggio risiede in un’intuizione tanto provocatoria quanto rigorosa: la subcultura patriarcale e la subcultura mafiosa condividono lo stesso DNA. Gli autori, Fabio Roia (magistrato da tempo in prima linea contro la violenza di genere) e Ilaria Ramoni (avvocata cassazionista e consulente della Commissione parlamentare antimafia), scardinano l’idea che la violenza sulle donne sia il frutto di “raptus” isolati o follie momentanee, descrivendola invece come l’estremizzazione di un sistema radicato e strutturale.
Il legame profondo tra la cultura mafiosa e il sistema patriarcale, analizzando il ruolo storico e l’evoluzione delle donne sia all’interno delle organizzazioni criminali sia nella magistratura italiana.
Il legame tra Mafia e Patriarcato
Il testo si apre con una riflessione forte: la struttura mafiosa ricalca e amplifica le logiche del patriarcato ancestrale. All’interno del sistema mafioso, l’uomo è considerato il capo assoluto. Le vite di mogli e figli non hanno un valore autonomo, ma sono totalmente subordinate alle dinamiche e agli interessi del clan. Michela Murgia per prima accostò il patriarcato alla mafia. Murgia evidenziava come nascere maschi in contesti patriarcali e mafiosi significhi essere predestinati a “mangiare, bere e vestire” grazie all’attività mafiosa, diventando ingranaggi di un sistema di violenza. Il testo sottolinea come il patriarcato uccida ben più della mafia stessa, ma come la mentalità mafiosa sia impregnata di maschilismo. Smantellare questo finto machismo è considerato un passo fondamentale per demistificare e colpire le organizzazioni criminali.
Il ruolo della donna nella Mafia: tra complicità e “Tetto di Cristallo”
Il ruolo delle donne nelle organizzazioni criminali viene definito complesso, sfaccettato e a lungo sottovalutato dagli studi (spesso condotti da una prospettiva unicamente maschilista che liquidava le figure femminili come puramente ancillari). Le donne non sono solo vittime o spettatrici. Svolgono compiti cruciali di tenuta familiare e criminale: sono custodi dei segreti, gestiscono il potere dei mariti latitanti o detenuti, tramandano i valori e le tradizioni mafiose alla stirpe.
Passano inoltre a ruoli operativi come corriere della droga, contabili e persino capo-clan. Nonostante l’importanza strategica, anche nella mafia le donne si scontrano con barriere invisibili. Come dimostra il caso citato di Anabel Hernández sui narcos messicani, le donne portano messaggi, gestiscono flussi finanziari e aiutano a riciclare il denaro, ma raramente riescono a raggiungere posizioni di vero e proprio comando assoluto.
L’evoluzione storica: le donne nella Magistratura
Il testo traccia un parallelo storico di emancipazione citando lo storico Enzo Ciconte e l’ingresso delle donne nella magistratura italiana, un percorso che ha scardinato il monopolio maschile anche nel contrasto alle mafie. Fino al 1965 la magistratura è stata una prerogativa esclusivamente maschile, poiché si riteneva che le donne non avessero le doti necessarie nei giudizi.
Se nel 1990 c’era una sola donna denunciata in Italia in base all’articolo 416 bis (associazione di tipo mafioso), nel 2020 le donne denunciate o arrestate arrivano a 126. Questo incremento e mutamento di prospettiva si deve anche al lavoro di sociologhe come la professoressa Alessandra Dino, tra le prime a studiare in modo sistematico il fenomeno delle donne di mafia e delle donne degli uomini di mafia, cambiando radicalmente il modo in cui la magistratura e la sociologia approcciano il problema.
La lotta alla mafia non può prescindere dalla lotta al patriarcato: comprendere come il genere influenzi i ruoli di potere, sia all’interno dei clan (come custodi e contabili) sia nelle istituzioni che li combattono (la magistratura), è la chiave per scardinare l’immaginario e la struttura del potere criminale. (pagg. 50-51, capitolo “Mai più cosa vostra / Cosa mia”).
Punti di forza dell’opera
Utilizzando il celebre slogan «La mafia non esiste. Firmato: la mafia», gli autori dimostrano come il patriarcato utilizzi la stessa strategia di negazione e svalutazione («Il patriarcato non esiste»). Entrambi i sistemi si fondano sul silenzio, sulla complicità, sul controllo del territorio (o del corpo) e sull’idea che le persone (le donne, gli affiliati) siano proprietà da possedere o scambiare.
L’analisi della “zona grigia”
Il testo non si limita a condannare i reati macroscopici (femminicidi, stupri), ma scava nei comportamenti quotidiani, nel linguaggio e persino nei tribunali, dove spesso si consuma la vittimizzazione secondaria delle donne. Il saggio spazia dalle definizioni etimologiche del dizionario Treccani alle tesi di Friedrich Engels, fino ai dati statistici italiani (Istat, toponomastica), offrendo al lettore una panoramica che unisce la sociologia alla giurisprudenza.
“Mai più cosa vostra” non è solo un atto d’accusa, ma un manuale di responsabilizzazione, rivolto in particolar modo agli uomini. Ramoni e Roia ricordano che il silenzio o l’indifferenza equivalgono a complicità. La scrittura è diretta, priva di accademismi superflui, pensata per scuotere le coscienze e spingere verso un cambiamento culturale non più rimandabile.
Qualche spunto
Il testo si apre evidenziando come la violenza di genere sia un fatto prettamente culturale con risvolti criminali. Viene introdotto il concetto di “zona grigia” (citando la sociologa Renate Siebert), in cui le dinamiche familiari patriarcali si intrecciano con quelle dei clan mafiosi. In entrambi i mondi:- Le donne sono considerate oggetti e non soggetti dotati di autonomia.- Il potere si regge sull’omertà e sulla sottomissione.- Esiste un forte risentimento, soprattutto nel genere maschile, quando si usa la parola “patriarcato”, considerata erroneamente da alcuni una mera “ideologia”.
L’illusione dell’emancipazione e la realtà dei fatti
Gli autori smontano la narrazione secondo cui la società attuale ha superato queste dinamiche. Per anni si è pensato che la violenza fosse un “problema femminile”, spostando il focus su come le donne dovessero difendersi o comportarsi, anziché concentrarsi sull’agire maschile. Viene fatto un parallelismo con l’antimafia di facciata. Proprio come molti partecipano ai funerali di Stato delle vittime di mafia ma poi alimentano l’humus mafioso nella quotidianità, così molti condannano pubblicamente i femminicidi ma continuano ad adottare comportamenti sessisti o discriminatori tutti i giorni. Viene reso omaggio alle grandi figure femminili della storia italiana (come la magistrata Francesca Morvillo, spesso ricordata solo come “moglie di Falcone”, o la testimone di giustizia Rita Atria).
I dati del problema e i pregiudizi culturali
Il testo riporta dati Istat e sondaggi d’opinione per mostrare quanto il pregiudizio sia radicato nella popolazione italiana. Infatti, circa il 39,3% degli intervistati ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo desidera. Resistono stereotipi sulla vittima (se era ubriaca, come era vestita), generando una pericolosa “torsione dei ruoli” nei processi, dove la vittima diventa quasi l’imputata. Sebbene l’Europa e l’Italia abbiano fatto passi avanti normativi (es. la direttiva UE 2024/1385), le leggi da sole non bastano senza una rivoluzione culturale.
L’Iceberg della violenza e le radici storiche
Il fenomeno viene descritto attraverso la metafora dell’iceberg di Amnesty International: la punta visibile sono i femminicidi e gli stupri, ma la base sommersa è fatta di battute sessiste, controllo, svalutazione e linguaggio discriminatorio. Vengono analizzate le radici storiche del patriarcato (dal greco “supremazia del padre”). Aristotele definiva la femmina come un “maschio mancato”, nata per obbedire. Engels identificava nel patriarcato il primo sistema di dominio mondiale, legato alla nascita della proprietà privata.
La toponomastica e i monumenti
Viene citato il dato emblematico di Milano (dati 2024), dove su migliaia di strade e piazze dedicate a figure umane, solo una percentuale minima è dedicata a donne laiche e professioniste. La prima statua a una donna (Cristina Trivulzio di Belgioioso) è stata eretta solo nel 2021.
Nuove generazioni e conclusioni
Il libro lancia un allarme sui giovani. Nonostante i progressi, i dati della città metropolitana di Milano (2024) mostrano che la maggior parte dei reati di violenza di genere e maltrattamenti è compiuta da uomini nella fascia 18-35 anni. I modelli patriarcali si tramandano in modi nuovi e subdoli, ad esempio attraverso i testi di certa musica trap, dimostrando che il “virus” del possesso (riassunto nella frase d’appendice «Sei cosa mia») è tuttora attivo e richiede un’educazione affettiva e al rispetto radicalmente nuova.
Il dibattito giuridico sull’introduzione del reato specifico di femminicidio e la situazione dei centri antiviolenza in Italia Ramoni e Roia si interrogano sull’opportunità di introdurre il femminicidio come reato autonomo nel codice penale italiano, partendo da una storicizzazione del termine. Gli autori offrono una preziosa genealogia del concetto, da categoria criminologica (Diana Russell, 1992) a fenomeno politico-sociale (Marcela Lagarde e il dramma di Ciudad Juárez).
Questo dimostra come il linguaggio non sia mai neutro, ma uno strumento per dare un nome a ciò che la società ha cercato a lungo di rendere invisibile. Introdurre una fattispecie di reato autonoma o inasprire le pene (come l’ergastolo) serve davvero come deterrente? Citando l’appello firmato da 77 giuriste nel maggio 2025, gli autori mettono in guardia dal “populismo penale” o dal valore meramente simbolico della legge: la repressione da sola, se non innestata in un radicale cambiamento culturale ed educativo, è un’arma spuntata.
La radiografia dei centri antiviolenza
Attraverso i dati del 2024, emerge il ritratto di un’Italia a due velocità: da un lato la straordinaria accoglienza delle operatrici della rete D.i.Re, dall’altro una cronica insufficienza di risorse rispetto ai parametri europei della Convenzione di Istanbul. A livello europeo, solo Cipro, Malta e la Croazia lo hanno codificato come reato autonomo.
Il dibattito giuridico in Italia
In Italia il termine entra nel dibattito pubblico nel 2008 con Barbara Spinelli. La svolta culturale del 1996: viene ricordato, come precedente storico di riforma, lo slittamento del reato di stupro da “delitto contro la morale” a “delitto contro la persona”, avvenuto nel 1996 dopo un lunghissimo percorso.
La fenomenologia della violenza attraverso i dati
Gli autori analizzano le dinamiche relazionali che portano al delitto: nel 57,4% dei casi l’omicidio è opera del partner attuale; nel 12,7% dell’ex compagno. Solo nel 15% dei casi la vittima aveva precedentemente denunciato le violenze subite. Spesso le donne non denunciano per paura di non essere credute o perché circondate da consigli fallimentari di amici e parenti («È pur sempre un padre», «Per il bene dei figli, perdonalo»). I dati della rete D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) aggiornati al 2024: hanno accolto oltre 23.085 donne nel 2023, 23.851 nel 2024. Quasi la metà ha un’età compresa tra i 30 e i 49 anni.
La violenza psicologica è la più diffusa (82,2%), seguita da quella fisica (56,5%), economica e stalking. Il 32% delle donne che si rivolgono ai centri non ha alcuna fonte di reddito, il che rende vitale lo strumento del “Reddito di libertà” (un assegno da 500 euro al mese per massimo 12 mesi).
Le domande nel 2025 sono state 5.068. Nonostante i fondi per il piano antiviolenza siano aumentati nel 2024 arrivando a 80,2 milioni di euro, le risorse restano insufficienti. L’Italia dispone di circa 435 CAV e 444 Case rifugio: un parametro ancora ben lontano dagli standard minimi imposti dalla Convenzione di Istanbul (che prevedrebbe un centro ogni 10.000 abitanti e la presenza di un CAV ogni 50.000 donne sopra i 14 anni, richiedendo all’Italia di averne almeno 624).Il capitolo si conclude ribadendo la centralità delle operatrici dei centri, figure fondamentali per permettere alle donne di elaborare il trauma e superare il muro del “è la mia parola contro la sua”, che spesso blocca le denunce fino a quando non è troppo tardi.
Nelle pagine conclusive, Ramoni e Roia sferrano l’attacco più concreto e politico dell’intero saggio, evidenziando come le storture sistemiche tra la lotta alla mafia e quella alla violenza di genere non siano solo ideologiche, ma economiche. La denuncia del “decreto Milano-Cortina”: gli autori portano alla luce un paradosso amministrativo di rara gravità (avvenuto a fine luglio 2025). Lo Stato sceglie di finanziare le spese impreviste delle Olimpiadi invernali attingendo ai fondi destinati alle vittime di mafia, usura e agli orfani di femminicidio. Questa scelta viene criticata non solo per la destinazione dei soldi, ma perché svela un’amara verità: lo Stato accumula “residui” (ossia fondi non spesi) sulla pelle dei soggetti più vulnerabili invece di usarli per la prevenzione o il supporto reale.
Mafia e violenza maschile contro le donne
La mafia ha subito una dura battuta d’arresto culturale grazie a una “scossa sociale” collettiva arrivata dopo le grandi stragi del 1992. Al contrario, la violenza maschile sulle donne manca ancora di una vera scossa di coscienza di massa; la reazione sociale è intermittente, confinata a date istituzionali (25 novembre, 8 marzo) e spesso seguita da lunghi periodi di “letargo e indifferenza”. Citando le parole immortali di Rita Atria e le atmosfere di Tolstoj, le conclusioni si trasformano in un manifesto etico. Gli autori ricordano che sconfiggere il patriarcato e la mafia richiede di bonificare le nostre “zone grigie” quotidiane: il linguaggio che usiamo in famiglia, con gli amici o sul posto di lavoro.
Gli autori riassumono la matrice comune tra la relazione mafiosa e quella violenta/patriarcale: entrambe si nutrono di dominio, controllo, privazione della libertà e arroganza.Anche le risposte dello Stato mostrano le stesse identiche crepe:- Le vittime (donne che denunciano o testimoni di giustizia) sono paradossalmente costrette ad abbandonare le proprie case e i propri affetti per sfuggire alle vendette.- La formazione degli operatori giudiziari e delle forze dell’ordine è ancora “a macchia di leopardo” e non uniforme.- Gli investimenti sulla prevenzione culturale sono gravemente inadeguati.
Per una “scossa sociale” contro il patriarcato
Il capitolo finale tira le somme storiche e culturali del nostro ordinamento, ricordando ad esempio che il delitto d’onore è stato cancellato dal codice penale italiano solo nel 1981, mentre la violenza sessuale è diventata reato contro la persona solo nel 1996.Mentre contro la mafia lo Stato si è dotato nel tempo di leggi chirurgiche per aggredirne il patrimonio (come la legge Rognoni-La Torre del 1982), la reazione contro la violenza sulle donne fa molta più fatica: Mafia e Violenza sono “germi patogeni” che infettano la società dal di dentro, nascondendosi dietro perbenismi, ipocrisie e silenzi domestici.
Il richiamo a Rita Atria
Gli autori ne mutuano il testamento morale: «Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici». Questa identica formula va applicata al patriarcato. Il saggio si chiude con un forte messaggio di speranza e corresponsabilità: la violenza di genere non si cura solo nelle aule di tribunale. Solo compiendo un quotidiano “scatto di civiltà” nelle nostre famiglie, sul lavoro e nelle relazioni amicali, mafia e patriarcato saranno finalmente destinati a morire. «Insieme, potremo riuscirci».

