L’Italia è stato uno degli ultimi Paesi europei a riconoscere il diritto di voto alle donne, nel 1946.
La prima nazione al mondo che ha concesso il diritto di voto alle donne è stata la Nuova Zelanda nel 1893. In Europa la prima fu la Finlandia nel 1906, nel 1913 la Norvegia e nel 1915 la Danimarca dove però, già dal 1908, potevano votare le donne con più di venticinque anni di età e che pagavano le imposte. Poi, pian piano, tutte le altre Nazioni riconobbero quel diritto: le ultime cittadine europee a ottenerlo furono le svizzere, nel 1971.
Nella nostra nazione, tentando un sintetico excursus storico, non possiamo non ricordare la figura di Anna Maria Mozzoni che già, nel febbraio del 1881, a Roma, durante l’Assemblea della Democrazia rivendicava il diritto di voto alle italiane negato dall’emanazione del Codice civile del 1865. Anna Maria Mozzoni si batté per tutta la vita per questa conquista.
Vent’anni prima, nel 1861, le donne lombarde depositarono alla Camera una petizione in cui come “cittadine italiane rivendicavano il diritto di voto”. Infatti, lo Statuto Albertino, che fu esteso a tutta la penisola, aveva cancellato il diritto di voto concesso ad alcune donne (soprattutto benestanti e amministratrici) come, ad esempio, nel Granducato di Toscana e nel Regno Lombardo-Veneto.
Un primo passo ufficiale fu compiuto nel 1890 con la legge 6792 del 17 luglio che conferiva alle donne la possibilità di votare e di essere votate nei Consigli di Amministrazione delle istituzioni di beneficenza. Nel 1911 poterono votare per eleggere gli organi scolastici delle scuole elementari. All’inizio del Novecento le richieste si fecero più pressanti e tra i politici del tempo aleggiava una sorta di incubo costituito dall’entrata delle donne in politica.
Riportiamo i commenti degli onorevoli di quel periodo: l’on. Monti Guarneri definì il suffragio universale “un attentato all’ordinamento della vita” e l’on. Micheli proponeva di concedere il voto alle donne dopo i trent’anni, con la motivazione che “lo scopo della vita della donna è il matrimonio”.
Il 17 luglio 1919 si approvò la legge 1176 (nota anche come legge Sacchi) che abrogava l’istituto dell’autorizzazione maritale, e prevedeva, anche se con molte limitazioni, il diritto di voto per le donne. Si dava così l’incarico ad una Commissione specifica di preparare una proposta di legge. La proposta venne letta in aula il 30 luglio e votata il 19 settembre dello stesso anno. Questo il testo:
“sono iscritte nelle liste elettorali amministrative le donne che hanno compiuto il venticinquesimo anno di età … e che si trovino in una delle seguenti condizioni:
- Che siano decorate di medaglie al valor militare o della croce al merito di guerra.
- Che siano decorate di medaglie al valore civile o della medaglia dei benemeriti della sanità pubblica o di quella dell’istruzione elementare o di quella per il servizio prestato in occasione di calamità pubbliche, conferita con disposizione governativa.
- Che siano madri di caduti in guerra.
- Che siano vedove di caduti purché non siano state private del diritto alla pensione a termini e per effetto del R.D. 12 luglio 1923 n. 1491.
- Che abbiano l’effettivo esercizio della patria potestà o della tutela e sappiano leggere e scrivere.
- Che abbiano, se nate antecedentemente al 1894, superato l’esame di promozione alla terza elementare; se nate posteriormente, che producano un certificato di promozione dall’ultima classe elementare esistente, al momento dell’esame, nel comune o frazione di loro residenza
- Che paghino annualmente nel comune nel quale vogliono essere iscritte per contribuzioni dirette erariali di qualsiasi natura ovvero per tasse comunali esigibili per ruoli nominativi una somma non inferiore complessivamente a cento lire e sappiano leggere e scrivere
Nella prima revisione delle liste elettorali, dopo l’entrata in vigore della presente legge, saranno inscritte soltanto le donne che facciano domanda […] le donne inscritte nelle liste elettorali che non siano colpite dall’ineleggibilità previste dagli articoli 26 e 28 della legge comunale e provinciale, sono eleggibili agli uffici designati dalla legge stessa ad eccezione dei seguenti:
- Sindaco, assessore
- Presidente dell’amministrazione provinciale e deputato provinciale
- Componente della giunta provinciale amministrativa
- Componente del consiglio di leva; della commissione per la requisizione del quadrupede, per la revisione delle liste dei giurati, componente della direzione provinciale del tiro a segno nazionale e del comitato forestale
Questa legge non fu più discussa, poiché l’impresa fiumana causò la chiusura anticipata della legislatura e le leggi che non avevano completato il loro iter decaddero.
Con l’avvento del fascismo tutto cadde definitivamente nel dimenticatoio, anzi il governo emanò delle leggi volte ad escludere le donne in molti ambiti, come ad esempio nel mondo della scuola con la riforma Gentile del 1923. Le donne non potevano diventare presidi di istituti di istruzione media e non potevano concorrere all’insegnamento di varie materie negli istituti magistrali, nei licei classici e scientifici, nemmeno in quelli femminili.
Non era ammissibile che una donna si trovasse in una posizione di parità con l’uomo: ciò avrebbe scalfito agli occhi dei giovani “il mito borghese della fragilità e dell’inferiorità femminile”.
Tutto ciò non veniva passivamente accettato dalle donne che comunque continuarono a lottare per l’affermazione dei propri diritti.
Vogliamo ricordare un episodio che, ancor prima della legislazione fascista e della proposta di legge del 1919, vide protagoniste alcune maestre. Siamo nel 1906 a Senigallia: dieci maestre elementari, raccogliendo l’invito suffragista di Maria Montessori, decidono di iscriversi nelle liste elettorali e si rivolgono alla Commissione Elettorale della provincia di Ancona che accoglie l’istanza. Il procuratore del Re fa immediatamente ricorso e la querelle approda al presidente della Corte di Appello di Ancona, Lodovico Mortara. Il giudice dà loro ragione suscitando ovviamente stupore e scandalo in tutta la nazione. Così dichiarò: “Personalmente sono contrario al suffragio femminile ma giuridicamente devo essere favorevole”.
Con il ritorno al potere di Giovanni Giolitti, la Corte di Cassazione cancellò questa sentenza dichiarando “la presunta inconciliabilità tra le doti tipicamente femminili e i forti doveri dell’impegno politico”.
Prima di questo pronunciamento, abbiamo il dovere di ricordare che dal 25 luglio 1906 al maggio 1907, le dieci maestre avevano ottenuto il diritto di voto anche se non poterono esercitarlo perché in quel periodo non si svolsero elezioni. Queste prime “potenziali” elettrici italiane si chiamavano: Carola Bacchi, Palmira Bagaioli, Giuseppina Berbecci, Giulia Berna, Adele Capobianchi, Luigia Mandolini, Iginia Matteucci, Emilia Simoncini, Enrica Tesei e Dina Tosoni.
Ancor prima, continuiamo a ricordare che nel 1906, Accursia Pumilia, agrigentina, chiese di essere iscritta nelle liste elettorali, ovviamente con esito sfavorevole e, ancora più a ritroso, nel 1860, la poeta
Alinda Bonacci Brunamonti, fu l’unica donna ammessa a votare, su sua esplicita richiesta, al plebiscito per l’annessione dell’Umbria e delle Marche al Regno Sabaudo.
Dopo la Seconda guerra mondiale e le lotte di migliaia di italiane per ottenere il diritto di voto, il primo febbraio del 1945 fu emanato un decreto che riconosceva alle donne l’elettorato solo passivo: potevano votare ma non essere elette.
Dopo innumerevoli proteste femminili e dopo un anno fu concesso anche l’elettorato attivo. Così il 10, il 17, il 24 e il 31 marzo e il 7 aprile del 1946 molte italiane si recarono alle urne (in 5722 comuni) per le elezioni dei consigli comunali. Furono elette oltre duemila donne e una manciata di loro diventarono sindache. Ricordiamo Ninetta Bartoli a Borutta in Sardegna, Margherita Sanna a Orune in provincia di Nuoro ed ancora Caterina Tufarelli Pisani a San Sosti in provincia di Cosenza, Elena Tosetti a Fanano in provincia di Modena, Ada Natali nel comune di Massa Fermana, Lydia Toraldo Serra a Tropea. Le altre prime sindache del 1946 come, per citarne alcune,
Ottavia Fontana ed Elsa Damiani Prampolini, furono elette dopo il 2 giugno del 1946 quando già tutte le italiane avevano esercitato il diritto di voto tranne le “prostitute schedate che esercitavano al di fuori delle case di tolleranza”. La vergognosa esclusione fu eliminata l’anno successivo.
Riteniamo comunque giusto che tutte le sindache del 1946 (anche dopo il 2 giugno 1946) vengano ricordate come prime sindache d’Italia. Le loro sono storie di donne straordinarie che dovrebbero essere conosciute e divulgate. Furono pioniere di una politica intesa come servizio di una comunità, lungimiranti e spesso grandi benefattrici.
Come andrebbero sempre valorizzate e ricordate le figure delle nostre 21 madri Costituenti.
Dopo questo sintetico excursus storico desideriamo concludere riportando le parole di Anna Maria Mozzoni che così scriveva nel 1865: “Voi, signori, fate le leggi e noi non siamo consultate…non siamo contente affatto e per non importunarvi con troppe cose in una volta, ne cerchiamo una sola: il Voto politico…non dite più che la donna è fatta per la famiglia, che nella famiglia è il suo regno e il suo impero! Ella esiste nella famiglia, nella città, in faccia ai pesi e ai doveri; di questi, all’infuori, ella non esiste in nessun luogo”
Ed ancora: “Per lei le imposte, ma non per lei l’istruzione; per lei i sacrifici, ma non per lei gli impieghi, per lei la severa virtù, ma non per lei gli onori…non per lei il possesso di sé medesima…la capacità che la fa indipendente, forte abbastanza per essere oppressa sotto un cumulo di penosi doveri, abbastanza debole per non potersi reggere da sé stessa”
