Scritto e diretto da Shahrbanoo Sadat
con Shahrbanoo Sadat, Anwar Hashimi
Nelle sale dal 28 maggio
Anteprima milanese con la regista ospite in sala martedì 26 maggio ore 19, cinema Anteo, via Milazzo
Vita vissuta e cinema verità in un film che ha tutta la potenza di un documentario sul campo. La sensazione che tutto quello che vediamo sullo schermo sia vero è forte. Non è una sensazione: è davvero così.

Siamo a Kabul, nel 2021, poco prima del ritorno dei talebani. Naru è l’unica operatrice donna della televisione, relegata a un programma di cucina e a pochi altri incarichi. Non si rassegna, è consapevole delle difficoltà, ma è disposta a lottare per ottenere incarichi più interessanti perché è sicura di meritarli. Contro tutto e contro tutti, fra mille sabotaggi, riesce alla fine a lavorare con Qodrat, il giornalista più importante di Kabul News, il telegiornale dell’emittente.
Intanto ha un’altra battaglia da affrontare, quella con l’ex marito, fedifrago e violento, che la perseguita e vuole a tutti i costi toglierle il figlio. In Afghanistan, e poco conta se prima o dopo il potere dei talebani, la vita per una donna che vuole essere indipendente è un inferno.
Shahrbanoo Sadat, regista, produttrice e anche interprete del film, in No good men racconta una storia che conosce molto bene, perché è la sua. Ha lavorato come produttrice dal 2009 al 2014 in una Tv di Kabul, si è trasferita poi in Germania, è ritornata in Afghanistan per poi lasciare definitivamente il Paese poco prima del ritorno dei talebani al potere. Conosce la sua terra e la ama, ma la rabbia per la situazione politica e ancor di più nei confronti di una società patriarcale che sottomette le donne, affiora in ogni sequenza del film. Fino a farle dire, come recita il titolo, che No good men, ovvero che in Afghanistan non ci sono uomini perbene.
Sono decine i momenti del film in cui Naru si scontra col maschilismo violento dei suoi conterranei, il condottiero talebano che vede un’operatrice donna non vuole più farsi intervistare e si inventa la scusa del velo caduto, il cameriere rifiuta di servirla perché Naru ha voluto sedersi al ristorante con il giornalista nella sala “grande” e non in quella schermata da pesanti tende riservata alle famiglie, dove le donne sono nascoste agli sguardi.

Nelle strade, filmate come in un reportage sul fronte, i talebani sono violenti e corrotti, Naru più di una volta deve frenare le sue reazioni per non finire nei guai. E scena dopo scena, senza appesantimenti ideologici, tocchiamo con mano cosa sia la corruzione, della classe politica, delle ong, della polizia e persino del più umile cittadino.
Eppure, in mezzo a tutti questi uomini che ritengono normale la sopraffazione, almeno uno si salva. Qodrat, il giornalista che accetta di lavorare con Naru. Non è un personaggio inventato, ma rispecchia ancora una volta la storia della regista: infatti è interpretato da Anwar Hashimi con cui davvero Shahrbanoo Sadat ha lavorato.
Un film politico? Di sicuro, perché la cronaca vera di quell’anno fatale viene riportata fedelmente e noi la seguiamo col cuore in gola, sentendo sempre più incombente il tracollo che sancirà la fine anche dei più elementari diritti. Ma non è solo questo, perché il film è anche una commedia romantica, una storia personale, scandita da momenti lievi che invitano al sorriso, una storia girata con ritmo veloce, senza un attimo di noia.
Su tutto però domina la forza indomita di Shahrbanoo Sadat giovane donna combattente per la libertà. Non solo la sua, ma di tutto il suo Paese e di tutte le donne. Un film come questo è il messaggio più giusto per far capire la condizione di uno dei regimi più bui del mondo di oggi, dove un intero popolo è ostaggio di un fanatismo religioso patriarcale e violento che ha fra i bersagli prediletti proprio le donne. Private di ogni diritto, da quello all’istruzione per arrivare persino a quello per le cure mediche.
Purtroppo oggi in Afghanistan avere un uomo al fianco non è una scelta ma una necessità, per una donna che voglia sopravvivere. Un’amara constatazione per Shahrbanoo Sadat che si impegna in tutti i modi per raccontare al mondo cosa succede sotto il giogo dei talebani.
Poche le luci sul futuro di quel paese, teatro di un conflitto quasi perenne dal 1973. Si era registrata una crescita che sembrava traghettarlo verso la democrazia dopo il 2001, con la formazione di una nuova classe media annientata purtroppo con la diaspora del 2021, dopo la partenza degli americani.
Shahrbanoo Sadat sta accompagnando il film in varie città: il consiglio è quello di cercare le proiezioni con lei ospite in sala. Ascoltarla vi arricchirà.
