“Il centro ci trova poco interessanti e, come noi, le nostre storie. Le nostre poesie, i nostri libri, i nostri disegni, i nostri stili, i nostri sogni, i nostri pensieri. Non idonei. La diversità, sbagliata. Ci è vietato persino il desiderio di sapere, di capire, figurarsi la possibilità di spiegare.”
Pochi anche i luoghi in cui si può accedere al sapere, se ci sono poche e nessuna libreria e le biblioteche pubbliche non sono così diffuse come a Milano.
“Siamo messi a lato. Siamo una città invisibile nella città. Second’ordine, periferia, ma periferia cucita alla bell’e meglio dall’ostinazione.
In questa percorrenza frammentata, ho capito che una sorta di femminismo da me c’era. Che anche al di qua del feminist divide, una forma di resistenza si era formata in qualche modo grazie alla solidarietà tra le donne di quartiere. Certo, non aveva le parole precise, le lauree e i diplomi pagati a peso d’oro. Era ruvida e isolata come uno scoglio. Non aveva le strutture, né tantomeno la volontà politica.
Ma c’era, e non solo da me. Reti ombra e sorellanza invisibile, intrecciate abilmente in territori altamente misogini.
Spazi sicuri, ambienti potenti che, però, troppo spesso, anche il femminismo fatica a riconoscere. Perché se non è roba del centro, con la giusta etichetta, allora semplicemente, non la vede.
Dove sta il femminismo? Dovunque, e ce lo portiamo noi, passandocelo di mano in mano, di bocca in bocca, di soccorso in soccorso.
Per questo ho deciso di scriverci un libro, di raccontarlo, di scovarlo e mostrarlo in Parole per poi portarlo tra gli scaffali delle librerie. Perché non sia Più ignorabile, ma anche Perché le periferie stesse smettano di essere condannate senza appello. In queste pagine si parla di periferia, come Oggetto e soggetto, come ambiente sociale, come costruzione, come spazio di espulsione e identità, come direzione e approdo. Nel libro, troverete Milano, la Comasina dell’autrice. La metropoli del capitale, orgoglio dell’Italia degli investimenti e del PIL, sarà in queste pagine lo spunto di analisi per comprendere le dinamiche che sottostanno ai processi di periferizzazione nelle città e nel globo, a quelli coloniali ed estrattivi attuati dal capitalismo. Vi racconterò del centro inteso sia come centro cittadino geografico, ma anche come centro di potere, come spazio di accumulo del potere, del potere. Vi parlerò di sistema, per rivendicare L’esistenza di una struttura ramificata e iniqua e la sua responsabilità nel mantenimento delle disuguaglianze e, contemporaneamente, il nostro potere in quanto soggetti politici, collettivi e individuali, nel cambiare lo stato delle cose, anche solo scegliendo di non riconoscere più lo status quo come un dato di fatto incontrastabile.
Dall’importanza di leggere le periferie all’espressione sessista delle città e dei centri, dal razzismo urbano e istituzionale all’analisi degli stereotipi di genere derivanti dalla periferizzazione, il libro si muove riallacciando spazi e riflessioni, unendo idee e progetti, portando in primo piano soggetti spesso silenziati e ragionando sugli elementi che Più difficilmente vengono alla mente quando si parla di periferia, come la crisi climatica e l’espulsione degli animali non `umani. Reportage, interviste e testimonianze si sommano al racconto del margine periferico per aumentare la consapevolezza in chi le legge e dare a chi, invece, vi si legge, la consapevolezza di essere vist* ascoltat* e riconosciut*.”
Così ci accompagna Martina Miccichè nel suo saggio Femminismo di periferia (Edizioni Sonda 2024), per cogliere tutti gli aspetti di una militanza e di una fragilità potente che sta ai margini. “La periferia è una parola che arriva con carico specifico, periferia è l’orlo esterno, il margine della città, l’ultimo tratto prima della provincia.” Se la si guarda dal centro è l’ultima parte, ma per chi ci arriva è la prima, per chi la vive è centro.

Ci aiuta a capire anche il tema dell’esclusione dalle città, con una progressiva gentrificazione, l’aumento dei costi dell’abitare e una cementificazione a prezzi non più sostenibili.
Una riflessione importante sul tema dei collegamenti e dell’accessibilità ai servizi.
“Nelle città la prossimità non viene considerata come un valore da garantire, un diritto per tutt*, ma come una caratteristica da implementare sempre e solo lungo l’asse centro-periferia. Drena verso il centro con le sue espressioni strutturali, i mezzi pubblici, ed espelle tutte le soggettività non ritenute funzionali o degne di abitarlo e si premura di frammentare tutte le zone al margine, quasi a negare loro un diritto a un’esistenza integrata e autonoma. Una città costruita solo con percorsi a linea retta aumenta le distanze.
Al contrario, una città che sfrutta connessioni circolari a reticolo, riduce la lunghezza dei percorsi e il numero di auto private utilizzate, quindi il traffico, i costi sostenuti e le emissioni. Queste implementazioni devono ovviamente unire il centro alla periferia, onde evitare che diventino terreno fertile per nuove forme di separazione Si tratta perciò di ripensare e redistribuire risorse e trasporti, in modo da creare una città reticolare e non una città a compartimenti.
Una città aperta e non blindata. Se nella città questa divisione è tangibile in termini di mobilità, nel sistema centrista capitalista e patriarcale, è tangibile in tutte le sue realizzazioni ideologiche, che alimentano le disuguaglianze dividendo i gruppi colpiti. Lo scopo è molto semplice: impedire che vi sia una continuità o una comunità d’intenti. I collegamenti sono pericolosi, creano ponti e congiunture capaci di sovvertire il potere del centro. Separare le persone è una determinazione squisitamente capitalista. Solo con la competizione e invidia, con la diffidenza e la distruzione della solidarietà sociale è possibile crescere comunità che credono nell’accumulo concentrato e non nel benessere distribuito. La separazione delle soggettività in singoli interessati solo al proprio benessere e alla propria prosperità è ciò che sta alla base dell’indifferenza, della connivenza o della partecipazione alla discriminazione dell’altro da parte di chi, a sua volta, è discriminato in qualche modo. Così le città disinnescano quotidianamente bombe pronte a esplodere, solidarietà pronte a intrecciarsi e costituire un fronte comune.
C’è poi il tema della cura “Le donne ricche, bianche, che abitano il centro, possono pagare servizi che le liberino dalle incombenze della cura. Servizi privati, inaccessibili alla maggior parte della popolazione e che, il più delle volte, prevedono proprio l’impiego di altre donne. La delega della cura e del lavoro crea un bacino di lavoro, spesso sommerso e quindi retribuito senza tutele di sorta, che attrae donne e soggettività marginalizzate. Nulla di nuovo, anzi. La denuncia dell’abuso sessista, capitalista e suprematista che ha permesso ad alcune donne, bianche e borghesi di emanciparsi dalla cura, scaricandola sulle spalle delle donne razzializzate e povere non è decisamente recente, ma rimane tristemente attuale. I lavori definiti domestici vengono svolti da altre donne, mai dai compagni o dai mariti, dalle persone con cui si presuppone si stia dividendo la vita. Invece di richiedere autonomia e responsabilità di cura al maschile si paga perché un’altra donna, più povera, subentri.
La disparità di ricchezza permette una sorta di emancipazione a metà, di poche a scapito delle altre, ma non solo. Tutte le soggettività che non rientrano nel binarismo di genere, immediatamente espulse dallo sguardo cittadino, per poter sopravvivere lavorano e vivono negli spazi più al margine, ancora più invisibili, rimanendo incastrate. Il centro capitalista e sessista attinge a piene mani dalla subordinazione femminile della periferia, non solo perché questa è garanzia di produzione di capitale lavorativo, futuri lavoratori della periferia da cui trarre forza lavoro, ma anche perché l’espulsione di genere permette di tenere in piedi un vero e proprio <processo di accumulazione orientato in base al genere>. I corpi delle donne sono miniere in movimento, da cui sono scavate risorse di cura e impegno.”
“Per chi la abita, la periferia, però, è prima di tutto casa. Un ambiente che dovrebbe essere qualificato e non schedato. Riconosciuto come lo spazio di vita di comunità, famiglie e singoli individui. Persino labitare, il co- struire un ambiente che sia casa e ristoro non è scontato, anzi, è sempre più difficile, non da ultimo per la gestione degli ambienti delle risorse popolari. La città, infatti, spinge per accentrare nel proprio nucleo primario capitali e servizi, ma anche il diritto all’abitare. Una prerogativa del centro.
A Milano ci sono circa 11 mila alloggi popolari non abitati, Secondo i dati sono ben 17.500 le famiglie in attesa di una casa. Qualcosa non quadra, evidentemente. E quel qualcosa è il riconoscimento del diritto alla casa, un diritto che non è tanto una questione di proprietà, anzi, ma è piuttosto un diritto all’abitare per chi lo desidera o ne ha bisogno. Il diritto alla casa è interpretato in maniera prettamente materiale: va acquistato. Che si tratti di affitti, mutui o altro, lo spazio per abitare è garantito solo come estensione del diritto di proprietà. Se paghi, abiti. Dare una casa, nella Milano dei capitali, non conviene. La città sta ormai affrontando la sua mercificazione definitiva: ogni esercizio commerciale è a rischio di essere sostituito da un ristorante o un locale, preda del contagio della foodification che ingloba ogni esperienza esterna e la riconverte in un ristorante.
E le case subiscono una spinta affine. Il dilagare di Airbnb sta contribuendo a rendere le città nulla più che articoli acquistabili e fruibili per poco tempo, tant’è che nella sola Milano parliamo di circa 17 mila appartamenti dedicati agli affitti brevi. Soppiantano gli ambienti per gli affitti di lungo periodo, ormai difficili da rintracciare e trattenere. E a che prezzi. Stando all’ultimo report di Housing Everywhere (la più grande piattaforma di affitti attiva in Europa) i prezzi abitativi a Milano sono aumentati esponenzialmente rendendola la quarta città europea per incremento di prezzo nel periodo compreso tra il 2021 e il 2022. Inutile dire che queste fasce di prezzo sono progressivamente meno accessibili a chi ha sempre abitato la città. O meglio, sono scarsamente accessibili a chi ha abitato la città fuori dal centro, nei margini. E per estensione, attirano verso la città solo chi può effettivamente permettersi costi di una vita cittadina, chiudendo le porte della città a tutt* gli altr*.
I costi abitativi sono in crescita in tutta Europa, soprattutto nei centri delle città che, però, sono in continua espansione.
A correre i rischi maggiori sono le persone che hanno un reddito inferiore del 60% alla media nazionale, quindi di giovani, lavoratori precari, donne e persone immigrate.
L’espulsione sociale non si limita a seguire l’andamento del mercato immobiliare e a proporsi come un fenomeno accidentale e inevitabile, quasi passivo, ma si realizza anche in forme attive. Il sistema di gestione delle case popolari è fallace, a partire dai requisiti. Si richiede alle famiglie un reddito di almeno 3 mila euro e una residenza nella città non inferiore ai 10 anni, pare quasi una graduatoria al merito nella sua accezione più capitalista. Ma non solo, il Comune di Milano assegna appena 1-200 alloggi all’anno, raccogliendo e gestendo solo il 3% delle richieste.
(…)
Il pensiero espulsivo del centro è riflesso in quella che Leslie Kern, autrice ed esperta di urbanistica femminista definisce <fantasia fallica del grattacielo> e che esprime perfettamente il pensiero verticale e gerarchico del centro. I grattacieli sono il simbolo del potere economico maschile. L’espansione cittadina segue le traiettorie dell’evoluzione del sistema economico che, infatti, ora, non si allarga più orizzontalmente, ma si dilata verticalmente. Di recente, alcune torri hanno iniziato a spuntare nei punti di contatto tra periferie e ambienti di mezzo, offrendo anche alla periferia un potenziale innalzamento, indicativo di un’estensione di mentalità più che di un’inclusione. I quartieri di periferia vengono ripensati in un’ottica borghese, intervenendo sull’utenza e sulla presenza in spazi storicamente abitati da persone appartenenti a classi di reddito basse.
Nel centro riposano i grattacieli di vetro pensati per essere uffici e luoghi di affari, mentre nei pressi la periferia assume la forma di nuovi palazzi colossali i cui prezzi sono estremamente proibitivi e non congruenti all’ubicazione, simili a chi abita I quartieri popolari, con opzioni abitative inaccessibili.
Questa è gentrificazione, così si chiama il processo che trasforma i quartieri popolari in ambienti residenziali, di pregio. Presentata come un evento positivo e costruttivo, è invece una forma di marginalizzazione sociale che costringe, a processo avvenuto. gli abitanti della periferia a rinunciare alla città, con conseguenze socioeconomiche devastanti. Un’aggressione finale. Il centro vuole spostare la periferia, convertirla in ambienti vivibili da chi è considerato degno, in base al reddito, di essere cittadino.
La scelta del percorso verticale importa il paesaggio fallico là dove le case tendono a essere più larghe che alte, popolari e non lussuose, incuneate l’una sull’altra e non svettanti e intenzionate a superarsi I’un l’altra in una corsa al cielo.”
Quindi come si presenta il femminismo di periferia: “per ovvie ragioni è fortemente legato all’antirazzismo, alla lotta di classe e alla lotta ambientale perché di fatto, le soggettività razializzate, religiosamente discriminate e povere convergono in questi bordi urbani e spaziali. Ed è per questo che spesso lo si trova come parte o prodotto dei movimenti decoloniali. Se Il capitalismo e il patriarcato hanno fatto della competizione e della rivalità il centro del loro apparato circolatorio, il femminismo vi ha posto la sorellanza, la cooperazione. Non opera per gerarchie ma con meccanismi comunitari, orizzontali e collettivi,
Non ha vertici, capi insigniti di potere, ma comunità organizzate, che condividono responsabilità e cura. Le sue pratiche condivise creano con la cooperazione ciò che la città non offre: spazi, supporto, mutuo soccorso, ascolto, sostegno e attenzione all’altro sono nella periferia qualcosa di difficile e prezioso. Il femminismo di periferia, tenace, sovverte gli schemi e agisce, supportando donne, ragazze, persone non binarie e persone trans in situazioni violente, lottando per mantenere aperti o istituire consultori, organizzando club di lettura e mercati solidali, erigendo spazi di accoglienza e abitazioni per quelle soggettività che il sistema invisibilizza più di tutte.
Il femminismo di periferia reclama un margine da integrare nell’approccio intersezionale e si propone come chiave di lettura dei processi di distribuzione delle risorse nel mondo. Di fatto, chi è definito periferia viene sempre considerato come meno rilevante, con problemi meno urgenti, con questioni troppo specifiche per essere parte della lotta.
Dunque, questo femminismo periferico vuole ricordare l’importanza politica di riconoscere l’unità e la cooperazione nelle lotte che, dopotutto, sono una lotta unica, contro le diseguaglianze e contro chi su di esse ricava il proprio margine di dominio.”
Un testo denso di spunti di riflessione che riesce a cogliere vari aspetti dei problemi che riguardano le nostre città. Rivendicare la periferia come spazio di esistenza e resistenza è una necessità politica. Siamo e abitiamo ambienti popolari, facilmente dimenticabili, ma non per questo possiamo essere cancellati dalle mappe, siano queste cittadine, sociali o globali. Le periferie sono tante, enormi. Maggiore è l’estensione del bacino di soggetti oppressi, maggiore sarà il novero dei soprusi e degli espropri di cui saranno vittima. Sottrarre a molti consente ai pochi di acquisire il potere e di mantenerlo. Riflettiamo a partire da questo testo, che potrebbe aiutare a disegnare meglio le nostre città, ad aumentare la consapevolezza sulla realtà di periferia e sulla nostra dimensione di cittadinanza.
Il femminismo di periferia è tante cose, una chiave di interpretazione ma anche una rivendicazione. Rivendica esistenza, spazio e identità. È denuncia contro le disuguaglianze, contro la periferizzazione.
Il femminismo di periferia rivendica il margine come esistenza, come ambiente e identità complessa. L’intento è proprio quello espresso da bell hooks che ha descritto la marginalità come un luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza.
Spazio, perché il margine (ricordando bell hooks), come uno si è visto, è sia un luogo fisico sia il cumulo di identità che ci abitano. E qui, in noi e nello spazio periferizzato, ci sono radicali possibilità, ovvero opzioni alternative, futuri da sperimentare così profondamente diversi dal meccanismo di accumulo e dominio da essere una reale, tangibile, proponibile alternativa.
La periferia è lo spazio periferizzato dalle definizioni del centro di potere (economico, sociale e culturale) che si esprime dividendo e attribuendo valori in funzione del ricavo possibile. Il femminismo di periferia vuole spostare lo sguardo, cambiare angolazione dire chiaramente che il centro può benissimo smettere di esserci.

Grazie per questo importante saggio che ci aiuta ad attraversare luoghi e spazi, riappropriandocene, rivivendoli, riassaporando la loro unicità. Vissuta da dentro la periferia ci dona ancora tante risposte, risorse e forza. Ripeto, un libro necessario per capire meglio cosa fare e dove andare, cosa cambiare e percepire. Come muoverci e come nutrire ogni aspetto della nostra vita di periferia. Il femminismo c’è e vive in ciascuna di noi, forme di mutuo aiuto, segnali di una solidarietà femminile che c’è e non è affatto scomparsa. Un saluto dal margine ovest della città di Milano, che mi ha fatto sentire vicina la dimensione di cui parla Martina Miccichè in questo libro.