La Festa dei Popoli: un antidoto all’individualismo del nostro tempo
Ieri, a Pieve Emanuele, ho visto qualcosa che oggi sembra quasi rivoluzionario: popoli diversi seduti allo stesso tavolo, mani che si stringevano senza chiedersi da dove arrivassero, bambini che giocavano senza conoscere il significato delle frontiere, donne e uomini che condividevano cibo, musica, storie e memoria. In un tempo in cui il mondo sembra correre verso l’individualismo, verso la paura dell’altro e verso un’idea sempre più sterile di identità, la Festa dei Popoli è stata l’esatto contrario: un atto umano, semplice e potentissimo.
Sono salita sul palco con emozione. Attraverso le trecce del Kurdistan, del Venezuela, dell’Italia, dell’Ucraina e di tanti altri Paesi presenti, ho sentito che ieri non rappresentavamo più soltanto delle nazioni. Eravamo una comunità umana. Uno stand accanto all’altro, senza gerarchie, senza muri invisibili. Abbiamo mangiato insieme, ci siamo offerti i sapori delle nostre terre, i nostri costumi, le nostre danze, le nostre ferite e le nostre speranze.
Anche noi, come comunità italo-curda, abbiamo partecipato con orgoglio. È stato un onore enorme poter essere parte di questa festa che ogni anno riesce a fare qualcosa che la politica internazionale spesso fallisce: creare vicinanza reale tra le persone.
Da mediatrice culturale ed etnopsicologa, lavoro da anni perché le identità non vengano cancellate ma riconosciute. Perché l’integrazione non significhi appiattire le differenze, bensì valorizzarle. In Occidente, troppo spesso, si pensa che per convivere si debba rinunciare a ciò che si è. Ma non funziona così. Lo spiegava bene Georges Devereux: non possiamo mettere da parte la dimensione etnica e culturale dell’essere umano, perché fa parte profonda della nostra identità.
Ieri ho incontrato anche vecchi colleghi: oggi alcuni sono professori, altri sono avvocati. E parlando con loro dicevo: dobbiamo smettere di vergognarci delle nostre origini. Dobbiamo accendere le bellezze delle nostre radici, non spegnerle. Le differenze non impoveriscono: arricchiscono. La vera convivenza nasce quando nessuno è costretto a cancellarsi per essere accettato.
Per questo continuo a credere che il compito più importante della nostra epoca sia imparare a stare insieme senza puntare continuamente il dito per decidere chi abbia ragione e chi abbia torto. Ieri, per qualche ora, siamo andati oltre quella logica.
Mi è tornato in mente Rumi, quando scrive: “Al di là delle idee di giusto e sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù.” È esattamente ciò che ho visto ieri: uno spazio umano dove le persone si incontrano senza paura.
Nel Masnavi, Rumi arriva persino a dire che vorrebbe bruciare il paradiso e spegnere l’inferno, affinché gli uomini imparino a volersi bene non per paura della punizione o desiderio della ricompensa, ma semplicemente per umanità. È una frase radicale, ma profondamente vera. Perché tutto finirà: le ideologie, i confini, persino noi stessi. Ciò che resterà sarà soltanto il modo in cui avremo trattato gli altri esseri umani.
Non sappiamo se esistano davvero il paradiso o un inferno. Ma sappiamo che questo mondo esiste. E abbiamo una responsabilità: lasciare a chi verrà dopo di noi qualcosa di umano, qualcosa di giusto, qualcosa di bello.
Per questo voglio ringraziare di cuore il sindaco di Pieve Emanuele, Pierluigi Costanzo, per aver creduto nel valore di una festa capace di riunire il mondo in una piazza. Un ringraziamento speciale va anche all’assessora alle Politiche Sociali e all’Integrazione Margherita Almerinda Mazzuoccolo, all’assessore allo Sport e alle Politiche Giovanili Giovanni Rappocciolo, e a tutte le assessore, gli assessori, le associazioni, i volontari e le persone che hanno lavorato dietro le quinte per rendere possibile questa giornata straordinaria. Perché eventi come questi non nascono da soli: nascono dalla volontà concreta di costruire umanità.
In una piazza di provincia, per un giorno, il mondo intero si è seduto insieme. E forse è proprio da luoghi così che può ancora nascere una speranza vera.

