Regia di Andrea Bettinetti
Voce narrante Miriam Leone
Nelle sale per tre giorni il 25, 26 e 27 maggio
Dici Lucio Fontana e pensi subito alla tela bianca su cui spiccano come ferite i tagli. Ma del grande artista scomparso nel 1968 a 69 anni e vissuto fra l’Argentina e l’Italia c’è moltissimo da raccontare.

Questo documentario ci restituisce la sua figura con ricchezza di testimonianze d’autore e con una profondità che diventa un viaggio nell’arte moderna.
Prima delle tele che lo hanno reso famoso, Lucio Fontana ha lavorato moltissimo, come pittore e soprattutto come scultore. Figlio di uno scultore, nonno pittore, vive fin da bambino nutrendosi di arte e dimostra subito un grande talento, ma far passare le sue idee più rivoluzionarie non sarà facile, così nei primi tempi si mantiene con sculture funerarie.

Nomade fra Argentina e Italia, si arruola volontario nella Prima guerra mondiale ma alla vigilia della seconda tornerà in Sudamerica, nel frattempo non smetterà mai di lavorare.
Tutte le testimonianze di personaggi internazionali sono preziose ma forse ancora più appassionante è la carrellata attraverso le sue opere. Vediamo le tantissime sculture lavorate a mano in cui si riconoscono nei contorni le impronte delle dita dell’artista, vediamo le decorazioni in molte residenze borghesi e palazzi pubblici e le ceramiche, commentate dall’artista stesso: la ceramica, spiega, è un materiale versatile, ci si fanno i piatti con cui mangiamo ma possono anche ispirare un artista. Al suo seguito arriviamo in Costa Azzurra nello studio di un altro grande grandissimo che si esprimeva anche con la ceramiche: Pablo Picasso.

Finalmente ecco la grande intuizione rivoluzionaria di Lucio Fontana: la riflessione sullo spazio. I suoi lavori a questo punto trascendono l’arte, superano il concettuale per diventare pura dichiarazione filosofica.
Emozionante vederlo al lavoro nello studio di Comabbio, la casa di famiglia, dove ancora oggi ha sede la fondazione Fontana, emozionante lo scatto che lo ritrae sa Milano, nel dopoguerra davanti a quello che era il suo studio: sono rimaste in piedi solo due pareti appoggiate a un cumulo di macerie.

La riflessione sullo spazio ricade anche su altre opere, ad esempio sui neon, molto belli, gigantesche plafoniere di cui c’è un esempio al Museo del Novecento a Milano.
Fra le tante testimonianze ho apprezzato quella di Roberta Cerini Baj che ci restituisce la dimensione più privata dell’artista, filmato in un super 8 con la firma di Ugo Nespolo, girato a Comabbio.

Merita un racconto a sé il rapporto con la moglie.
Teresita Rasini nel 1930 è modista in un negozio di cappelli, a Milano, in via Ausonio, all’angolo con via De Amicis. Il giovane Lucio Fontana ha lo studio dall’altra parte della strada. Si guardano attraverso la vetrina, si sfiorano perché Teresita è di Lodi e finito il lavoro deve scappare a prendere il treno.
Ma una sera il treno lo perde e scocca la scintilla.
Nel 1940 Fontana decide però di tornare in Argentina, anche per evitare di arruolarsi, si trasferisce a Buenos Aires e finalmente arriva il successo. Tornerà a Milano solo nel 1947. E in questi sette lunghi anni, nonostante la guerra, nonostante non siano sposati, Teresita lo aspetta e gli resterà accanto tutta la vita con un ruolo cruciale per il successo del marito. Anche se l’affascinante Lucio non era un campione di vera fedeltà.
Crediti: Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese, 1964, idropittura e tagli su tela, 72 x 93 cm. Collezione privata © Fondazione Lucio Fontana, Milano by SIAE 2026
L’elenco delle sale che programmeranno il film-evento è disponibile su nexostudios.it.

