L’arte Pop non crea nuovi soggetti, ma usa quelli noti, li ripropone, fornisce messaggi che alterano l’originale e come avviene in quest’opera d’arte, ne fa oggetto di critica e messaggio di riflessione.

Marilyn Diptych (1962)
Inchiostro serigrafico e acrilico su tela (205,44 x 289,56)
Tate Gallery Londra
Andy Warhol nasce nel 1928 a Pittsburgh, in Pennsylvania, da genitori ruteni (slavi orientali).
Le popolazioni slave orientali della Lituania emigravano in U.S.A per cercare fortuna e lavoro; il cognome originale della famiglia era Warhola.
Era un bambino molto fragile, di colorito pallido, con il caratteristico chiarore della pelle delle persone di origine slavo-ucraina, i compagni di scuola lo deridevano sia per la difficoltà nel parlare la lingua americana sia per il suo aspetto emaciato e molto minuto.
Sempre da bambino si ammalò a livello neurologico con una sindrome detta “Corea di Sydenham” che lo costrinse a letto per molto tempo.
Più nota come “Ballo di San Vito” è una patologia caratterizzata da movimenti involontari rapidi e scoordinati del viso e degli arti che rendono difficile equilibrare e coordinare i movimenti.
Mentre era malato gli piaceva ascoltare la radio e ritagliare immagini delle celebrità del cinema per le quali nutriva una vera ossessione, li considerava degli Dei quasi immortali che potevano evitare povertà e morte.
La madre era tanto religiosa quanto eccentrica e Andy la venerava totalmente tanto che quando diventò famoso la volle sempre con sé a New York, nella sua casa piena di gatti. Julia era una donna molto creativa, aveva una calligrafia bella e decorativa tanto che l’artista la usò anche per alcuni suoi lavori di grafica.
Nonostante avesse superato la malattia, Andy restò molto riservato e schivo con un solo vero amore, quello per Yulia, sua madre.
Negli anni della maturità aveva mantenuto molte paure ed ossessioni probabilmente frutto dei suoi trascorsi come malato, aveva una grande paura della morte, raccoglieva in una collezione le notizie su incidenti e disastri di ogni tipo e anche la serie di opere su Marilyn appare come una forte sua intima sofferenza causata dalla notizia della morte violenta e misteriosa dell’attrice.
L’uomo Andy sembra freddo e distaccato dal mondo, in realtà è vulnerabile e timoroso.
Nel 1968 una donna gli spara nel suo Studio di New York e per alcuni minuti muore, viene miracolosamente salvato con un difficile intervento chirurgico, ma la sua vita cambia totalmente da quel momento: deve indossare sempre un busto sotto gli abiti ed è psicologicamente devastato.
Le sue paranoie aumentano, diventa ancora più silenzioso e distaccato da tutto. Teme il silenzio, dorme con la televisione accesa o telefona agli amici solo per sentire la loro voce e non sentirsi solo.
Nonostante appaia come un simbolo della trasgressione frequenta di nascosto le chiese cattoliche di culto bizantino, prega ogni giorno e aiuta economicamente chi ha bisogno senza fare alcuna pubblicità alla cosa.
Questo lavoro di Warhol il Marilyn Diptych è uno dei più famosi, viene definito un’icona al quadrato che come tutta la Pop Art si fonda sul concetto di icona.
Pensiamo a quel periodo, negli Stati Uniti, è l’epoca del consumismo, della superficialità, della pubblicità e della moda e Marilyn è la stella di quel mondo e anche una meteora visto il suo breve percorso di vita.
Proprio a quel sistema di logica commerciale si ispirano i protagonisti della Pop Art come ad un grande negozio dal quale attingono i soggetti utili per proporre messaggi critici, ironici verso l’affarismo, feticcio del benessere fatuo della società, la stessa società americana della “Way of life”.
L’arte Pop non crea nuovi soggetti, ma usa quelli noti, li ripropone, fornisce messaggi che alterano l’originale e come avviene in quest’opera d’arte, ne fa oggetto di critica e messaggio di riflessione.
Anche Warhol si appropria di immagini non sue per realizzare opere proprie.
Nel 2004 sul “The Guardian” uno dei media di news più autorevoli, l’opera “Marilyn Diptych” viene collocata al terzo posto tra le opere d’arte più influenti del ventesimo secolo solo dopo Duchamp e Picasso.
Il viso di Marilyn è ritratto come oggetto di consumo perché quello della diva è tra i più vendibili proprio come fenomeno commerciale che ha la stessa volatilità dei prodotti che appaiono e scompaiono in un attimo.
In questo caso la foto di Marilyn era stata scattata nel 1953 per la promozione del film Niagara, Warhol non ne acquista lo scatto, ma lo fotografa e lo usa,
è il ritratto di un ritratto.
L’attrice muore qualche mese prima dell’opera di Warhol, tutti i media utilizzano parte del suo corpo per ricordare qualcosa che non esiste più e appartiene al mito del tempo passato, qualcosa che è irrimediabilmente perduto.
E’ un’icona, un’immagine sacra che rimanda ad una persona non più esistente nella realtà, quel viso che appartiene alla diva nel 1953 rimane cristallizzato per l’eternità è fuori dal tempo è il “Volto di Marilyn Monroe” per sempre.
Warhol mette un volto in copertina per attrarre il suo pubblico, asseconda le pulsioni voyeuristiche di certi giornali e gli va bene tutto: dalla Coca cola, ai dollari, dalla statua della libertà all’atomica, da Elvis a Mao Zedong.
Si accorge che tutta la gente pensa in modo identico e lo afferma, come se le persone fossero automi, ma negli U.S.A tutto avviene senza coercizione, infatti lì il conformismo nasce come fatto spontaneo.
Anche la morte dell’artista è circondata dal mistero e da particolari poco noti:
nel 1987 entra al New York Hospital per operarsi alla cistifellea, dopo aver rimandato l’intervento per anni per la paura fobica della morte anche a causa dell’attentato subito.
L’operazione in apparenza riesce e Andy dovrebbe tornare a casa dopo poco, ma improvvisamente il suo cuore si ferma, a 59 anni, durante la notte del 21 febbraio 1987.
La sua famiglia denuncia l’Ospedale per cattiva gestione post operatoria e solo più tardi raggiunge un accordo legale con la struttura.
L’uomo che aveva esorcizzato la morte trasformandola in immagine artistica muore in modo anonimo e silenzioso.
Sulla sua bara è stato messo un libro di preghiere, un crocifisso e una rosa rossa.
Nonostante l’immagine provocatoria e mondana che faceva apparire al mondo, Warhol era rimasto l’uomo spirituale e fragile dell’infanzia.
Lo stesso Warhol è diventato un’icona eterna, il suo viso con parrucca bionda è un simbolo immortale non solo per il novecento, ma per sempre.


2 commenti
Articolo davvero interessante, bellissimo e piacevole da leggere. In pochi minuti riesce a raccontare Andy Warhol in modo chiaro, curioso e coinvolgente. Si sente la passione con cui è stato scritto. Complimenti davvero, lettura che lascia qualcosa anche dopo l’ultima riga.
Articolo davvero interessante e piacevole da leggere. In pochi minuti riesce a raccontare Andy Warhol in modo chiaro, curioso e coinvolgente. Si sente la passione con cui è stato scritto, Complimenti davvero, lettura che lascia qualcosa anche dopo l’ultima riga.