Mother Mary è un film del 2026 scritto, montato e diretto da David Lowery.
Thriller psicologico “da camera” con risvolti orrorifici, che risuona tanto di un certo Roman Polański e dell’ossessione dello stesso Lowery per traumi ed errori.
Mother Mary ha attirato l’attenzione soprattutto per la musica: il racconto dell’immaginaria superstar Mother Mary interpretato da Anne Hathaway, è infatti corredato dalle canzoni originali di Charli xcx. L’artista britannica si era già affacciata al cinema, nel pieno di questa incredibile rinascita artistica, con The moment e poi con Wuthering Heights, da cui era derivato l’album omonimo.
Animato da una perturbante contaminazione di estetiche tra le ripresa amatoriale e il videoclip musicale, nonché quasi del tutto impostato sullo scambio/scontro e sulla “rievocazione” dialettica tra le due protagoniste, l’ultima opera del quarantacinquenne di Milwaukee usa la costruzione del corpo della pop star come terreno d’inchiesta con espliciti riferimenti a quanto di ben più che noto il recente panorama musicale abbia da offrire/abbia già offerto.
Il film si apre con la ripresa amatoriale di un supposto fan della protagonista, che inquadra con movimenti inafferrabili un suo concerto sino a che l’estasi e le urla delle canzoni cantate a memoria s’arrestano, la camera del cellulare pure, e in una frazione di secondo il corpo della regina viene strattonato e penzola nel vuoto, sorretto solo dal cavo che avrebbe dovuto salvaguardarne l’incolumità nel momento culminante di un’esibizione su di una piattaforma sollevatasi sul pubblico in delirio.
La pop star Mother Mary dopo questo strano incidente nel corso della sua ultima performance entra in crisi. Sente che forse è arrivato il momento di fermarsi ma per la sua ultima esibizione ha bisogno di un vestito particolare. Per realizzarlo chiede l’aiuto di Sam (Michaela Coel) una delle sue amiche più care, la stilista che ha collaborato con lei fin dall’inizio ma che poi la cantante ha deciso di allontanare. All’inizio distanti, le due decideranno gradualmente di collaborare, unite, tra l’altro, da una strana visione fantasmatica che tormenta entrambe.
Mother Mary, una dea abituata ad esibirsi su piattaforme sospese nel vuoto come fosse una sacerdotessa che inneggia alla folla, si presenta sfatta, struccata, trasandata al cospetto dell’unica persona che può aiutarla, ormai elegante, carismatica e minacciosa vestale di un culto che lei stessa ha contribuito a plasmare.
Quindi un dietro le quinte, con Mother Mary che indossa un body bellissimo e una altrettanto splendida corona, la cui visione le fa scattare però un’irrefrenabile crisi, e la convince a mollare tutto e tutti.
Il regista prende le iconografie più riconosciute e condivise del Taylor Swift’s Reputation Stadium Tour, con tanto del simbolo del serpente che il personaggio della Hataway porta tatuato sull’avambraccio sinistro.
Poi ci sono le coreografie, con la stessa fusione di eleganza fatata ed eterea e spirito animalesco, e i più che iconici bodies pensati e realizzati ad hoc per ogni singola esibizione, bellissime, sofisticate.
E c’è pure il suggerimento di un’erede eletta, richiamata nella mal dissimulata paura che la protagonista cova nei confronti di una possibile sostituzione per mano di quest’altra amatissima emergente – ” le cui tette sono su tutti i manifesti in strada” – che aprirà il suo concerto di rilancio con la chioma biondissima, ma anche imbracciando la chitarra – altro eco e iconografia di un passaggio perché richiamante gli outfit con cui Taylor Swift diede il via alla sua miliardaria carriera.
Il momento della danza, che è forse tanto l’apice emotivo quanto quello attoriale della Hataway, setta un ritmo psichico, esperienziale e tragico che ben riassume quello del film intero: fatto di arresti improvvisi, lucenti rilanci tra sezioni in concerto o a cavallo tra videoclip e musical teatrale, e profondi scavi nell’inconscio e nel passato di Mother Mary, sino alle più evidenti cadute.
È un gioco a due, quello imbastito da Mother Mary e Sam o forse a tre, se è vero che tra le recriminazioni delle due protagoniste si intravede proprio la presenza dello stesso Lowery, ossessionato com’è dai legami amicali e famigliari ma soprattutto dai fantasmi, desideroso di conoscere cosa ci sia dall’altra parte.
Forse è anche lui parte dei meccanismi di Mother Mary, forse come la sua protagonista una parte di sé che sta provando a ritrovare sé stessa. Si tratta di un lavoro complesso, sfuggente come il film, che in effetti per primo sembra fare fatica a mostrarsi davvero.
Un horror fantastico completamente al femminile.

Adriana Moltedo
Esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Ceramista, Giornalista, Curatrice editoriale, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità. Scout.
