Regia di Alberto Rodríguez
con Antonio de la Torre, Bárbara Lennie
Nelle sale dal 14 maggio
Foto di Julio Vergne
Uno strano film che riesce a conciliare una visione “operaista” col thriller il tutto arricchito da eccellenti riprese subacquee.
Siamo a Huelva, sulla costa spagnola atlantica, oltre lo stretto di Gibilterra.
A terra ci muoviamo fra il porto coi suoi pub popolari e un paio di abitazioni costiere ma la maggior parte della vicenda si svolge su una nave e per almeno mezz’ora ci immergiamo sott’acqua inseguendo i protagonisti.

I fondali non hanno niente in comune con la trasparenza tropicale resa famosa dai film di Jacques Cousteau e da tante trasmissioni televisive dedicate ai viaggi. Quelli di Le tigri di Mompracem non sono seducenti e azzurri, ma torbidi e minacciosi e richiamano il grigio e la fatica delle vecchie fabbriche.
I sommozzatori di Huelva scendono sott’acqua per lavorare: siamo a bordo di un’imbarcazione che supporta le navi mercantili di passaggio, seguendo la manutenzione delle strutture sottomarine, un lavoro importante che non mi sembra sia mai stato raccontato al cinema.

Sono uomini, soprattutto uomini, le donne si ritagliano il 5 per cento del totale, gente che lavora sott’acqua per disincagliare catene, recuperare carichi, aggiustare quel che si rompe. Non ci avevo mai pensato, ma l’ottanta per cento delle merci del pianeta arriva a destinazione attraverso il traffico marino, quindi la logistica è cruciale.
Quello del sub è un mestiere sfiancante e molto pericoloso. Il senso del rischio lo si respira per tutto il film, sulla nave l’atmosfera è distesa, gli uomini ridono e scherzano finché non ci si immerge. A quel punto la tensione è palpabile, non c’è più nessuna parola di troppo, la concentrazione è al massimo perché anche la minima distrazione di chi resta a bordo può essere fatale per il compagno in immersione.

Ci sono le gerarchie, gli anziani e i novellini, chi guadagna di più e chi è alle prime armi. Chi rischia e chi si ferma di fronte al pericolo. Chi lo sottovaluta cedendo al ricatto dei padroni perché ha bisogno di soldi.
Antonio ed Estrella, fratello e sorella, lavorano sulla nave, lui un veterano, lei appena imbarcata. È stato il padre a soprannominarli quando erano bambini Le tigri di Mompracem, perché i suoi figli non dovevano avere paura di niente. La vita con loro, una volta cresciuti, non è stata generosa. Estrella ha avuto solo storie sbagliate e per colpa di una disattenzione del padre durante un’immersione ha perso l’udito da un orecchio, Antonio è stato cresciuto col mito dell’uomo forte che non deve mai fare un passo indietro. Chi rinuncia è un vigliacco, pontificava il padre. Ha un matrimonio finito alle spalle e una moglie incattivita che minaccia di non fargli più vedere le figlie se non pagherà al più presto gli alimenti arretrati.

La vita va avanti, le immersioni si susseguono con riprese sono bellissime che trasmettono tutto il pathos di quel mestiere così rischioso. I rapporti fra colleghi alternano solidarietà e competizione.
Ciascuno fa quel che può, finché Antonio non scopre un carico di droga nascosto sotto una nave che attracca al porto ogni tre settimane. Se riuscisse a rubarne una piccola parte e rivenderla, potrebbe risolvere i problemi che lo affliggono.

Quando c’è di mezzo la droga, lo sappiamo, è impossibile che tutto fili per il verso giusto.
Fra azione e dilemmi individuali tutto si amalgama in un bel film girato per la maggior parte a Huelva, nel sud della Spagna, un porto mercantile che è vicinissimo al parco nazionale di Doñana popolato da fenicotteri rosa che contrastano con i giganteschi, incombenti cargo scuri.
