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    Home»Pari opportunità»Femminismi»Dialogo con una giovane femminista radicale
    Femminismi

    Dialogo con una giovane femminista radicale

    simonasforzaBy simonasforza13/05/2026Updated:13/05/2026Nessun commento20 Mins Read
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    Proseguo l’approfondimento, iniziato con l’intervista a Cristina Gramolini (che trovate qui), ospitando Martina Persenico che ci racconta il suo personale percorso politico da giovane femminista radicale, nato dal confronto critico con il femminismo liberale e sviluppatosi attraverso lo studio delle teoriche del femminismo radicale e l’esperienza diretta nei collettivi separatisti.

    Al centro della riflessione vi sono la critica al patriarcato e al capitalismo come sistemi intrecciati di oppressione, l’analisi delle norme di bellezza, dell’eterosessualità obbligatoria, della pornografia, della prostituzione e del genere inteso come costruzione stereotipata.

    Si rivendica l’importanza della lettura, dell’autocoscienza e degli spazi separatisti tra donne come strumenti di liberazione collettiva, contrapponendoli a un femminismo contemporaneo ritenuto superficiale, inclusivo solo in apparenza e incapace di mettere realmente in discussione i privilegi maschili.

    Attraverso riferimenti teorici, esperienze personali e pratiche di attivismo, emerge una visione del femminismo come percorso di decostruzione radicale delle istituzioni patriarcali e di riscoperta della relazione tra donne, della conoscenza del corpo femminile e della sorellanza come forma di resistenza culturale e politica.

    Prendetevi del tempo per riflettere alla luce dei punti evidenziati nel’intervista, sperando possa nascere un soddisfacente e rispettoso dibattito, perché abbiamo bisogno di tornare a confrontarci e ad andare a fondo ai temi. Martina Persenico parteciperà al convegno “Femminismo fortemente sconsigliato ma necessario” che si terrà a Milano il 16 e 17 maggio presso CFUP, Viale Monza 140.

    Com’è nato il tuo incontro con il femminismo?

    Nella società di oggi è facile venire a contatto con un dato ‘femminismo’: quello della presunta uguaglianza, del liberalismo, del capitalismo. Un femminismo definito intersezionale senza cognizione di causa.

    Questo è stato il mio primo incontro con quello che però è uno pseudo-femminismo, un femminismo a misura degli uomini. Ammette tutto: ogni adesione agli stereotipi di bellezza gettando fumo negli occhi dicendo che è “libera scelta”. Ancora, condona il porno, la prostituzione e il matrimonio (due facce della stessa medaglia), l’utero in affitto, qualsiasi pratica culturale misogina, il genere come performance.

    Ho iniziato a distanziarmene quantomeno parzialmente con la stesura della mia tesi di laurea intitolata Vergine e madre: la condizione femminile nella struttura patriarcale. Un’analisi giuridica declinata in tre casi di studio. Ho infatti voluto approfondire la letteratura femminista con testi di Carol Pateman, Germaine Greer, Carla Lonzi. Ho finalmente sbirciato nell’immensità del femminismo radicale, ma non era abbastanza. Ancora non concepivo il porno come misogino e il genere come un insieme di stereotipi da abolire. È servito un cambio di ambiente per approfondire veramente il femminismo radicale.

    Grazie al quinto anno di università trascorso presso la Maynooth University in Irlanda ho approfondito i testi delle immense Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin capendo che c’è ben poco di femminista nelle suddette pratiche: che i riti di bellezza non sono scelte ma sono imposizioni basate sul sesso che noi non percepiamo come tali, che la prostituzione è stupro a pagamento e che il porno non è “empowering”.

    Sono tornata in Italia con una maggiore consapevolezza ma ancora mi mancava un tassello: il genere.

    Prima di approfondire il vissuto delle persone trans, non ci avevo mai riflettuto, ero giunta alla conclusione che le norme di bellezza non permettessero di scegliere liberamente ma avevo lasciato fuori dal discorso la transizione di genere. Poi, approfondendo quanto narrato dalle persone trans mi si è aperta una voragine davanti: era tutto basato sul genere, su stereotipi. Il blu per i maschietti, il rosa per le femminucce. Le bambine sono docili, dolci, emotive e giocano con le bambole imparando fin da subito il ruolo di cura. Ai maschi viene concesso di fare rumore, di essere scomposti.

    Cosa accade se una bambina non ci sta? È una futura femminista? È una bambina stanca degli stereotipi che vuole essere vivace e vestirsi comoda? No, è una “persona FtM”, che capisce fin da subito i privilegi del maschio nella società di oggi e che vuole indossarne i panni, assumerne il ruolo, e soprattutto vuole sopprimere un corpo sessualizzato e, in pubertà, dolorante. Vuole prendere le distanze dagli unici tre ruoli permessi dal patriarcato alla donna: quello di vergine, quello di madre e quello di prostituta. Vuole prendere la via più comoda: essere un uomo.

    Circa un anno fa, a ventitré anni, avevo quindi incontrato il femminismo, quello radicale. Ho pertanto preso contatti con Arcilesbica e poi con la rete dichiariamo, sentendomi finalmente parte di un femminismo costruttivo, generativo, che non significa concordare su tutto ma ascoltarsi a vicenda e accompagnarsi in questo percorso di continua crescita.

    L’urgenza di incontrarsi ed entrare in relazione, quale opportunità rappresenta?

    La mia generazione di giovani donne o è lontana dal femminismo o è assordata dagli slogan liberali del trans‘femminismo’ che sta al servizio del patriarcato e del capitalismo.

    Si dimenticano della realtà materiale dei loro corpi di donna, dei valori trasmessi dal femminismo radicale: quello della sorellanza, della biofilia, dell’intelligenza sessuale.

    Se sono in sofferenza si rivolgono a una psicoterapeuta/psicologa comunque a un palliativo concesso dal sistema patriarcale, concepiscono il loro disagio come individuale e non come collettivo, non si rendono conto che la loro sofferenza è quella di tutte e dipende dall’essere donna nel patriarcato, e che il ‘femminismo’ liberale non le aiuterà, così come non lo farà la psicoterapia.

    Gli strumenti per uscire da questo ci sono: il patrimonio che ha lasciato il femminismo radicale è immenso e di facile comprensione (a differenza del linguaggio intricato dei testi della terza ondata).

    L’autocoscienza ha aiutato milioni di donne nelle generazioni che ci hanno precedute, cancella l’asimmetria presente nel colloquio tra psicologa e paziente, e restituisce la dimensione collettiva di problemi percepiti come individuali.

    Servono spazi separati: sia assemblee dove le donne possono riunirsi e discutere dei crucci del nostro tempo, sia vere e proprie sedute di autocoscienza per conoscere i propri corpi di donna e rispecchiarsi nell’altra.

    Cos’è un femminismo necessario per te?

    Andrea Dworkin chiariva che il femminismo è contro ciò che fa male alle donne. Pertanto l’unico femminismo possibile è quello che concepisce la struttura patriarcale e capitalista come lesiva dei nostri diritti e ne prende le distanze.  

    Non cade nella fallacia dell’ “essere libere di truccarsi, depilarsi, prostituirsi, fare porno, sottoporsi alla chirurgia estetica, credere in un dio monoteista creato dagli uomini”.

    Per avvicinarsi a questo femminismo è indispensabile prendere contatto con la saggezza delle femministe radicali che ci è rimasta grazie ai loro testi, e occuparci di decostruire gli assunti patriarcali e i connessi slogan liberali. È quindi un femminismo di sostanza, di principi e di pensiero critico. Non di slogan e vuota inclusività.

    Quali fenomeni ti toccano maggiormente e sono il centro del tuo attivismo?

    Ogni violento istituto patriarcale mi tocca in quanto donna e rimane al centro del mio attivismo, non c’è una tematica che mi sconvolge più di altre.

    Ho dedicato la mia tesi al mito della verginità forse perché da adolescente, emotivamente, mi turbava l’essere definita in rapporto al membro del maschio. Mi disgustava profondamente. Poi, a vent’anni, ho scoperto che la verginità è solo un mito. Mi sono resa conto dell’assurdità di credere a una membrana che copre l’intera apertura vaginale e verrebbe spezzata dal possente membro del maschio che tutto può e tutto conquista.

    È un’idiozia antiscientifica. Se ci fosse questa membrana come uscirebbe il flusso mestruale? Non potrebbe. Infatti l’imene è come un elastico che circonda l’apertura vaginale, non ci sigilla come docili oggetti pronti ad essere scartati dal primo maschio con cui (eventualmente) abbiamo un rapporto sessuale. Questo mi ha profondamente scossa e mi spinge a parlarne, a dire alle ragazze e alle donne che il membro del maschio non le definisce. Mi fa sentire un’urgenza immensa nel conoscere il mio corpo ignorato dalla scienza, e nello spingere le altre donne a conoscere i loro corpi.

    Ci sono però altre tematiche per me irrinunciabili e che mi hanno plasmata facendomi soffrire in adolescenza, e riflettere da giovane femminista.

    La miriade di norme di bellezza che ci ruba tempo e salute mentale: le donne si devono truccare per essere presentabili, strappare o bruciare i peli per essere curate, schiacciare il petto in scomodi reggiseni, mettere gonne cortissime e tacchi vertiginosi per essere desiderabili. I maschi niente di tutto ciò. Le donne non sono persone, sono oggetti sessualizzati o macchine per la riproduzione.

    Dobbiamo riprendere in mano i nostri corpi e, di conseguenza, la nostra salute mentale che ci sono stati strappati dagli standard di bellezza. Dobbiamo capire che non siamo “libere di” scegliere, che nessuna donna che ha decostruito quelle norme sceglierebbe di riempirsi la faccia di prodotti, camminare in bilico sui tacchi, strapparsi i peli, digiunare, sottoporsi a invasivi interventi di chirurgia estetica… nessuna lo sceglierebbe.

    Altro grande pilastro del mio percorso da femminista è l’eterosessualità come istituzione.

    È bene fare una premessa a riguardo: l’eterosessualità non esiste in un vuoto, è infatti essenziale considerare che il potere del maschio si manifesta e persiste nella struttura patriarcale in molteplici modi: negando la sessualità delle donne (ad esempio mutilandone i genitali o rendendo un taboo la masturbazione femminile), imponendo quella del maschio (ad esempio con lo stupro, il porno ecc.), controllandone il movimento (tacchi in Occidente, fasciatura dei piedi in Oriente), censurandone i prodotti culturali (quante scrittrici, scienziate, artiste si studiano a scuola? Zero; la Gentileschi solo per attaccarsi morbosamente allo stupro da lei subito).

    Di fronte a una tale immensa e radicata struttura oppressiva, l’eterosessualità, che lega dunque chi ha infiniti privilegi e ha il potere nella società e chi di ciò è privato, non può essere considerata neutrale.

    Uomo e donna non vivono MAI un rapporto simmetrico: lui ha più diritti e una società, una politica, storia, arte, cultura, giornata lavorativa costruite su misura per lui. Lei ha le briciole di quei diritti, il rischio di rimanere incinta e di perdere il lavoro, il fardello del lavoro domestico, norme di bellezza e di comportamento che la vogliono docile e sessualizzata.

    La donna etero si “innamora” del suo oppressore: produce i suoi eredi, lo soddisfa sessualmente, rassetta casa sua. Niente di tutto ciò è paritario, niente di tutto ciò è politicamente neutro.

    La penetrazione è la ciliegina sulla torta entro una società patriarcale in cui lei è oppressa, e lui avvantaggiato dall’oppressione. In aggiunta, in un mondo sempre più pornificato dove la violenza è normalizzata, il “consenso” è svuotato di significato. Cosa significa acconsentire a un rapporto con il sesso dominante condizionato da quello che il porno gli ha insegnato, con una donna che non considera sua pari e che è a sua volta condizionata a subire quelle richieste per sentirsi desiderabile?

    All’intrinseca disuguaglianza alla base dell’eterosessualità si aggiunge la propaganda fatta per sostenerla: film, riviste, cartoni, fumetti, pubblicità, norme sociali.

    Vi sono poi altre tematiche che tratto con altrettanta passione e urgenza: la prostituzione, la pornificazione, l’utero in affitto, ogni forma “culturale” di violenza: stiratura del seno (realizzata per evitare lo stupro), il test di “verginità”, mutilazioni dei genitali (anche opponendomi a quella medicalizzata e concependo che non significa imporre valori occidentali ma significa essere contro pratiche violente, lesive e misogine), il punto del marito (ossia l’aggiunta di un punto di sutura eccessivo in seguito alla lesione del perineo dovuta al parto vaginale al fine di stringere l’apertura a vantaggio del piacere sessuale del marito), il velo (non è una “scelta” è la sottomissione a una pratica che mai è stata imposta agli uomini a cui la religione impone obblighi di vestiario ben diversi, è l’accoglimento della disuguaglianza tra i sessi), il force fattening (ossia l’alimentazione forzata per soddisfare dati canoni di bellezza che richiedono un corpo più in carne) ecc.

    Infine essere femminista radicale significa per me decostruire ogni istituzione patriarcale: la legge (soprattutto in Paesi come l’Italia dove il sistema penale è su modello accusatorio, i diritti dell’imputato lo crogiolano con qualsivoglia garanzia mentre la persona offesa è sottoposta a pratiche di vittimizzazione secondaria, non creduta e ignorata), la psicoterapia ecc.

    Un’ultima tematica che di recente ha suscitato il mio interesse è l’ostinazione di inserire l’educazione sessuale nelle scuole per illudersi di contrastare la violenza maschile contro le donne mantenendo però un programma scolastico che prevede solo autori uomini, volendo quindi dedicare un’ora al rispetto preservando l’androcentrismo: è un ossimoro.

    Non c’è alcun rispetto per l’immenso contributo delle donne a ogni disciplina, c’è il mantenimento del punto di vista maschile. Come si può insegnare l’affetto, il consenso, il sesso e soprattutto il rispetto, ma poi cancellare le molteplici pittrici, scrittrici, poetesse, scienziate donne?

    Questa è la più grave e prima mancanza di rispetto che si rivolge alle bambine e ragazze tarpando le ali alle loro aspirazioni e danneggiando l’immagine che hanno di loro stesse. Inoltre insegnare il sesso sicuro e rispettoso, a giovanissime donne e giovanissimi uomini, prima ancora che abbiano imparato a conoscere i loro corpi (vale soprattutto per le ragazze la cui anatomia è ignorata nel programma di biologia), va a servizio della cultura del porno e dell’eterosessualità imposta.

    È quindi cruciale far luce sul corpo, non sui rapporti sessuali, per quanto “protetti” e (creduti) inevitabili anche da giovanissimi. Normalizzare il sesso tra adolescenti è incentivare la cultura pornificata. Alle giovani e ai giovani si insegni la conoscenza, l’arte, la scienza, la differenza tra i sessi, la musica e l’amore. Il sesso con l’altra/o viene dopo.

    Occorre rigettare il maschile come universale, il sesso come pilastro della crescita delle/degli adolescenti, preferendo la conoscenza del corpo, e un mutamento radicale di programmi scolastici ad oggi androcentrici.

    Quali sono i limiti dei movimenti femministi contemporanei?

    Il primo essenziale limite è che, ad oggi, il femminismo sottostà ai dettami del capitalismo: vuole tutto subito, parla tramite superficiali slogan, abdica al pensiero critico.

    “Non serve leggere per essere femminista basta credere nell’uguaglianza”. Invece serve leggere perché siamo talmente invase dai valori patriarcali che se non li decostruiamo non facciamo altro che riprodurli. I testi delle femministe radicali permettono di concepire quanto siano dannosi e diffusi gli strumenti con cui il patriarcato opprime le donne senza che nemmeno se ne rendano conto.

    Mi permetto di consigliare qualche testo che fa la differenza nella decostruzione del patriarcato e che è ben distante dalla scoraggiante superficialità del ‘femminismo’ di oggi: L’eunuco femmina di Germaine Greer, La dialettica dei sessi di Shulamith Firestone, La politica del sesso di Kate Millett, Sputiamo su Hegel e altri scritti di Carla Lonzi, SCUM Manifesto di Valerie Solanas, Donne di destra di Andrea Dworkin, Beauty and Misogyny di Sheila Jeffreys, In Defence of Separatism di Susan Hawthorne, I monologhi della vagina di Eve Ensler, La donna intera di Germaine Greer, Il diritto al sesso di Amia Srinivasan, Donna e serva di Armanda Guiducci, Il contratto sessuale di Carol Pateman, Il libro della vagina di Ellen Støkken Dahl e Nina Brochmann, Questo sesso che non è un sesso di Luce Irigaray, Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence di Adrienne Rich.

    Oltre alla lettura, che non è un vezzo da “femminista bianca e borghese” (unico ‘insulto’ di cui si sanno riempire la bocca le ‘intersezionali’) è una necessità per chi ha il privilegio di poterlo fare, è indispensabile la possibilità di riunirsi per discutere di queste tematiche, confrontarsi in modo generativo e non conflittuale.

    La politica delle donne: sfide e priorità dal tuo punto di vista. 

    La prima sfida è far capire l’urgenza di proseguire quanto iniziato dalle femministe del secolo scorso.

    La seconda è rinunciare alle modalità del femminismo di oggi che, come già anticipato, non sembra apprezzare il pensiero critico e preferisce raccogliere consensi senza riflettere da chi provengono.

    Se tutela prostituzione, porno, utero in affitto, pedofiliche norme di bellezza (perché volere la donna scarna, senza peli e docile è volere una bambina) spacciandosi per inclusivo e sex positive, l’unico che ne raccoglie i frutti è il maschio. Comprenderlo è difficile ma necessario.

    A quale panel ti senti particolarmente interessata a partecipare?

    Sono interessata non solo al secondo dedicato a noi giovani femministe dove parlerò degli standard di bellezza e dell’eterosessualità obbligatoria, ma anche al primo.

    Sul punto mi permetto di anticipare alcune osservazioni che spesso rimangono nell’ombra.

    Relativamente alla prostituzione io preferisco non usare termini come “mercificazione” o “dignità” perché non è quello il punto. Il punto è che sia il sesso sia la gravidanza possono essere belle esperienze se desiderate ma anche fonti di sofferenze fisiche e psicologiche. Pertanto io preferisco focalizzarmi, nel precisare perché sono contro, non su elementi vaghi quali la dignità ma su cose molto più concrete: salute, integrità psicofisica e vita.

    Ci tengo anche a precisare che trovo ridicola e dimostrativa di una certa superficialità di pensiero, la critica (infondata) che viene mossa contro alle abolizioniste ossia il loro essere “giudicanti” nei confronti delle prostitute. Nessuna abolizionista giudica nessuna prostituta. Ogni abolizionista vuole che non sia costretta a subire rapporti sessuali (ad essere stuprata quindi) perché la sua condizione economica glielo impone; ogni abolizionista vuole sostenerla nell’uscita da questo tunnel buio che ne danneggia la salute psicofisica.

    Relativamente all’utero in affitto non mi piace quando il dibattito si sposta sui bambini comprati venduti, io mi concentro sulla donna, sulle condizioni che la spingono a sottoporsi a tale pratica e sui danni che vengono causati dalla gravidanza.

    Infine, con riguardo ai bloccanti della pubertà o, più in generale sul transgenderismo, ritengo che il problema essenziale non sia l’assunto paternalistico secondo il quale “non bisogna incoraggiare/sostenere la terapia affermativa di genere perché è dannosa per i corpi di bambine e bambini”. Il punto sta a monte: il transgenderismo si basa sul genere che è un insieme di dannosi stereotipi. Il genere va abolito. Queste sono le riflessioni da proporre a chi si rispecchia nel vissuto transgender: non paternalismo ma decostruzione (e finale abolizione) del genere.

    Le libertà di e da, oggi da cosa sono rappresentate? 

    Libertà dagli standard.

    Libertà dall’oppressore e pertanto dall’eterosessualità.

    Libertà dai valori patriarcali di violenza e gerarchia.

    Libere di conoscere i propri corpi di donna, di preferire altri valori a quelli voluti dal maschio per il maschio, di vivere l’esistenza lesbica e la connessione reciproca con le altre donne. Libertà di sostituire agli assunti necrofilici della società pornificata la biofilia quindi l’amore per la vita e l’intelligenza sessuale.

    Per andare in questa direzione, nella direzione dunque non dell’”uguaglianza” (che sarebbe comunque sul modello maschile ed è quindi fumo negli occhi) ma della liberazione bisogna smettere di intestardirsi di fronte alla “libera scelta” e capire cosa ci danneggia in quanto donne fisicamente e mentalmente, e cosa ci restituisce tempo e vigore. Per farlo bisogna esercitare il pensiero critico. Per esercitare il pensiero critico bisogna leggere.

    Si parlerà di conflitti generativi, hai attraversato conflitti tossici tra donne?

    Il patriarcato ci vuole le une contro le altre, distratte a performare per il maschio e invidiare le altre donne. Lontane dall’amicizia e dall’amore, divorate dall’invidia e dalla competizione.

    Bisogna prendere le distanze da questa misoginia orizzontale.

    Quindi no, non ho vissuto “conflitti tossici tra donne”, ho chiaramente lavorato o studiato o vissuto in ambienti tossici ma a prescindere dalla presenza o meno delle donne.

    E anzi, un obiettivo che mi pongo giornalmente è di essere meno critica nei confronti delle donne che la Lonzi definirebbe vaginali e che si possono semplicemente chiamare “non emancipate”.

    Da femminista separatista, frequento solo donne e non ho rapporti significativi con i maschi quindi spesso mi dimentico del modo in cui sono socializzati e mi concentro sugli errori delle donne non emancipate. Mi sorprendo a criticarle. So però che le donne sono vittime di una società costruita per ostacolarle (sì, anche nel ventunesimo secolo), oggettificarle e opprimerle; ricevono costanti messaggi per rallentare la loro emancipazione. So che non devo giudicarle/giudicarci, voglio essere di supporto e di ispirazione come le femministe radicali delle precedenti generazioni lo sono per me.

    Quanto male porta una mancanza di riconoscenza e conoscenza profonda tra donne?

    Sento di rispondere a questa domanda facendo luce sul valore del separatismo.

    Molte potrebbero ritenerlo controproducente a fronte del fatto che “esistono anche gli uomini” e bisogna educarli al femminismo affinchè smettano di stuprarci, ucciderci, usarci.

    Peccato che gli uomini sono comodi, seduti sui loro privilegi e che noi veniamo usate per pulire casa loro, cambiare i pannolini ai loro figli e dar loro sesso a pagamento o meno, a loro non importa assolutamente nulla dei nostri diritti. Quelli che si definiscono “femministi” sono piuttosto interessati a silenziarci e spiegarci il femminismo.

    Non è vero che il femminismo non toglie nulla agli uomini, toglie eccome: togliere loro prostitute, serve, strumenti. Le energie non sono infinite e vanno investite nella liberazione delle donne, parlando con le donne.

    Per questo il separatismo è essenziale, non è estremo e anzi è un principio alla base del femminismo, dato che la coscienza femminista richiede un atto di separazione dalla cultura maschile. Questa separazione è separazione dagli uomini, dalle istituzioni, dalle relazioni, dai ruoli, dalle attività definite e dominate dall’uomo, e operate a beneficio del maschio per mantenere del privilegio maschile.

    Questa separazione è a favore dell’indipendenza, libertà, crescita, sorellanza, sicurezza, salute; valorizza il dialogo tra donne entro i gruppi di autocoscienza. Avere a disposizione spazi separati conduce a smantellare il sistema maschile interiorizzato.

    In spazi solo per donne, ove per donna, ben lontane dal concordare con le derive del genere, si intende la persona adulta di sesso femminile, è benvenuto il dialogo, il confronto, l’esercizio della propria creatività facendo conoscere la diversità dei corpi femminili, normalizzando i corpi normali, condividendo il vissuto di ognuna e comprendendo l’oppressione comune.

    Se potessi incidere su un aspetto/causa, a cosa rivolgeresti le tue energie?

    Non posso scegliere tra le varie tematiche che ho elencato nella quarta risposta.

    Per me sono tutte essenziali perché so che ledono o persino uccidono una marea di donne ogni giorno.

    Emotivamente sento molto la tematica della “verginità”, dell’eterosessualità obbligatoria e degli standard di bellezza perché da adolescente mi hanno visceralmente ferita e so che sta accadendo a moltissime altre giovani donne. Non poterle aiutare nell’immediato non mi fa dormire.

    Ma non mi fanno dormire nemmeno la prostituzione, e provo una fortissima rabbia nel vedere fondi investiti in progetti che sostengono il “lavoro sessuale” e non il modello nordico che vuole aiutare le donne a uscire dallo stupro a pagamento. Così come provo sconcerto e mi sento amareggiata a vedere milioni di ragazzine sui social con la faccia impiastricciata di fondotinta, ombretti e lustrini, i corpi pornificati e l’autostima che si rispecchia nell’approvazione nel maschio.

    Mi sento impotente perché so che il programma scolastico è rimasto lo stesso inutile e anzi, dannoso, minestrone androcentrico che cancella la voce delle donne e si disinteressa delle ragazze che promette di informare.

    Un elemento indispensabile e imprescindibile nella relazione tra donne?

    Come già detto poco sopra, ritengo che sia essenziale vivere spazi separati dove riscoprirsi e rispecchiarsi l’una nell’esperienza dell’altra.

    Conoscere il proprio corpo di donna è fondamentale.

    Lo è anche la concezione delle proprie sofferenze come collettive e non individuali per questo ritengo immensamente più benefiche le sedute di autocoscienza rispetto a quelle di psicoterapia.

    Di fronte alla società necrofilica e pornificata, l’amore tra donne è una forma sufficientemente forte e biofilica di resistenza.

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    Blogger, femminista e attivista politica. Pugliese trapiantata al nord. Equilibrista della vita. Felicemente mamma e moglie. Laureata in scienze politiche, con tesi in filosofia politica. La scrittura e le parole sono sempre state la sua passione: si occupa principalmente di questioni di genere, con particolare attenzione alle tematiche del lavoro, della salute e dei diritti.

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