
Le cattive madri (1894) – Olio su tela (1202×225)
Osterreichische Galerie Belvedere, Vienna
Giovanni, Battista, Emmanuele, Maria Segantini nasce ad Arco di Trento, parte italofona del Tirolo, il 15 gennaio 1858 da Agostino Segantini e Margarita De’ Girardi, il territorio all’epoca era sotto la dominazione austro-ungarica.
La famiglia vive in condizioni economiche non buone. Nel 1865 muore Margarita e Giovanni che ha solo sette anni viene mandato a Milano dal padre che, incapace di gestire il figlio, lo consegna alla figlia di primo letto, Irene.
Da quel momento la vita di Giovanni diviene un vero calvario, l’infanzia è triste, solitaria, senza reali punti di riferimento, da ragazzo viene addirittura arrestato per vagabondaggio e povertà e per un errore burocratico risulta anche apolide, condizione che gli toglie perfino le radici nazionali.
Nel 1870, a dodici anni vive per strada, viene rinchiuso nel Riformatorio Marchiondi proprio per il suo carattere intemperante causato certamente dalla totale mancanza di affetti reali e della sicurezza che solo una vera famiglia poteva dare.
Dal Riformatorio, nonostante sia lì che comincia a disegnare, cerca di fuggire un anno più tardi perché non resiste alle costrizioni educative punitive molto severe, ma viene ripreso e riportato al collegio fino al 1873.
Viene poi affidato al fratellastro Napoleone, a Borgo Val Sugana, che lo mette a lavorare come garzone nella sua bottega di fotografo per mantenersi e non pesare sulla famiglia.
La sua infanzia e adolescenza sono segnate dall’abbandono di ogni relazione affettiva e dalla mancanza di una patria perché a causa di un errore burocratico risulta anche apolide.
Resta da Napoleone per un anno poi a sedici anni con una ancora rudimentale coscienza artistica e una forte passione per la pittura si iscrive ai Corsi serali dell’Accademia di Brera a Milano dove resta per tre anni.
L’Accademia diventa il suo primo rifugio e riparo tranquillo, lontano da pericoli, qui frequentando le lezioni, entra in contatto con gli ambienti artistici e conosce quella che sarà l’unico grande amore della sua vita: Luigia Bugatti detta Bice.
Non la sposa mai ufficialmente pur vivendo insieme a lei tutta la vita e avendo con lei quattro figli; a motivo della sua situazione irregolare la loro unione è estremamente anticonvenzionale per l’epoca. Bice fu una madre protettiva per i figli ma anche per lui.
Di lui si sa che parlava poco, molti lunghi silenzi accompagnati da occhi scuri intensi che comunicavano più delle parole. Nelle sue lettere troviamo un uomo addirittura mistico e meditativo molto distante dalla vita mondana e artistica dell’epoca.
Amava in modo appassionato la montagna e la luce alpina, quando dipingeva all’aperto anche con gelo e neve diceva che l’aria purificava il suo sguardo.
Le sue opere sono popolate da simboli nascosti: animali, sentieri, madri, bambini, alberi tutto non casuale, ma con significati sempre da decodificare.
Adorava gli animali, dalle mucche ai cavalli, le considerava presenze sacre e silenziose quasi figure religiose della natura.
Le sue prime opere hanno come argomento scene molto realistiche, legate alla vita contadina. La sua vera rivoluzione artistica nasce quando cambia città e si trasferisce prima sulle Alpi poi in Engadina a St. Moritz.
Il suo nuovo mondo non sono più i campi e il lavoro dei braccianti, ma è la montagna non soltanto come soggetto delle opere, ma soprattutto come momento di arricchimento dello spirito.
La tecnica che lo farà essere, insieme a Gaetano Previati, anche un grande divisionista è quella di pennellate scomposte con piccoli tratti cromatici, intensi e pieni di luce.
Inoltre nelle sue opere non vediamo solo paesaggi luminosi, ma la visione della natura è estremamente simbolica perché ci parla di vita, morte, redenzione e in questo quadro, appunto, di maternità.
Quella maternità di cui Giovanni era stato privato precocemente e che gli aveva causato immenso dolore e una grande inquietudine di vita.
L’artista crede che la natura, in tutte le sue forme, non sia solo una realtà tangibile e bellissima, ma anche prova dell’esistenza di Dio. Una sorta di panteismo pittorico.
L’’opera in esame: “Le cattive madri” è tra le opere visionarie più difficili e inquietanti dell’artista, non solo un quadro simbolista, ma una visione dell’autore che racconta il sogno, la colpa e la redenzione.
Dipinta tra il 1894 e il 1897 fa parte del Ciclo del Nirvana, ciclo di leggende orientali rivissute in modo personale da Segantini.
Se osserviamo l’opera vediamo:
*Un paesaggio freddo con un solo albero secco simile ad uno scheletro
*Dai rami emerge una figura di donna dai capelli rossi, seminuda, imprigionata tra i rami
contorti dell’albero
*Si trova in una posa scomposta con il corpo sofferente, piegato ad arco, il capo riverso
all’indietro
*I capelli e una parte del suo abito sono avvolti dai rami che la imprigionano insieme
alla figura della testa di un neonato, come in un contorto cordone ombelicale.
*La testa del piccolo si intravede sul seno materno in posizione di allattamento e
il bimbo succhia la linfa vitale.
*Alla donna si offre la speranza di un riscatto attraverso il ricongiungimento al figlio.
* La neve non trasmette pace, ma è una coltre che blocca tutto in un’atmosfera priva di
tempo e in lontananza il paesaggio si apre a monti illuminati da una luce fredda e
debole in una scena irreale.
*Il quadro si svolge in un paesaggio ghiacciato di montagna, una scenografia
tragica e simbolica, unica testimone di tormento e riparazione.
Alcuni critici vedono in quest’opera un’anticipazione del Surrealismo, in realtà l’artista si ispira al testo “Nirvana” di Luigi Illica, l’autore di famosi libretti d’opera come Tosca, Manon, La Bohème, Madama Batterfly scritti per Puccini e altri musicisti.
Usa i versi di Illica e li porta sulla tela seguendo un processo di tipo simbolista, dal concetto all’immagine.
Le donne di cui si parla sono quelle che hanno rinunciato a dare la vita ad un figlio per seguire una vita diversa forse libera da vincoli ed è appunto a queste donne che si rivolge Segantini attraverso Illica.
Sono donne che devono espiare la colpa di non aver voluto essere madri in un Purgatorio arido, freddo e ghiacciato come il loro cuore.
L’opera contiene anche elementi autobiografici ispirati alla perdita della figura materna quando Giovanni era molto piccolo.
Per il pittore la perdita della madre diventa una vera ossessione fino a fargli dire che le donne che per qualunque motivo rifiutano la maternità devono essere considerate l’antitesi dell’angelo, della figura rappresentante la femminilità che ha come missione primaria quella della creazione della vita.
Segantini quando dipinge il quadro ha 36 anni, usa pennellate sottili filiformi che descrivono la forma delle figure, il pittore cerca il simbolo e non fa disegni preparatori, ma lavora subito sulla tela.
L’opera ha grande successo, viene acquistata dal governo austriaco e Segantini viene acclamato come un importante esponente del simbolismo europeo.
A 41 anni va a lavorare in un capanno ad alta quota, 2700 metri, sul monte Schafberg sopra Pontresina in Engadina, per dipingere un quadro del Trittico alpino, ma lì improvvisamente il 28 settembre 1899 muore per una peritonite.
Da giorni accusava forti dolori addominali e non si decideva a scendere a valle per farsi visitare perché non voleva smettere di dipingere.
Una morte quasi da leggenda, solo sulle montagne che amava e considerava una vera identità spirituale.
E’sepolto nel cimitero di Maloja con la moglie e i figli.
Al Museo Segantini in Engadina si conservano molte sue opere e documenti.
Se l’arte può essere anche un atto politico l’autore la usa per giudicare cosa sia giusto o sbagliato, partendo dai suoi dolori e dalle sue sofferenze di bambino fino a dire:
“Amo e rispetto sempre la donna in qualunque condizione essa sia pur che abbia viscere di Madre”
.

3 commenti
Articolo bellissimo, delicato e pieno di immagini che restano negli occhi
Hai raccontato Segantini in un modo che fa venir voglia di fermarsi davvero a guardare l’arte, non solo “vederla”. Complimenti
“Un articolo davvero splendido. La dottoressa Paselli riesce a tessere un legame profondo tra la biografia tormentata di Segantini e la potenza simbolica delle sue ‘Cattive madri’. Un’analisi toccante che restituisce non solo la tecnica del pittore, ma tutta l’umanità e il dolore che si celano dietro i suoi capolavori. Grazie per questo prezioso approfondimento!”
Molto bello questo articolo, complimenti!! Attraverso il racconto dettagliato del vissuto tormentato di Segantini, si spiega chiaramente il malessere, quella forte inquietudine che si prova quando si osserva la tela. Il suo dolore è palpabile, ti avvolge come una ragnatela.
Ho provato una sensazione simile anni fa visitando la mostra di Ligabue al Palazzo dei Diamanti.
Questo dimostra che l’arte ti salva, sempre. Che tu dipinga, che tu scriva, che tu faccia musica etc… ogni forma artistica ti permette di canalizzare le emozioni, anche le più distruttive e di liberarle, trasformandole. È a tutti gli effetti un processo alchemico, è guarigione. ❤️