Regia di Janicke Askevold
con Lisa Loven Kongsli, Herbert Nordrum
Nelle sale dal 7 maggio
Le leggi norvegesi in merito alla procreazione assistita prevedono senza troppi vincoli anche per le donne single la possibilità di accedere alla procedura. Sembra che siano ormai tante le madri single in questa condizione. Un’amica della regista, grazie alle scarne informazioni ricevute dalla banca del seme è riuscita a risalire all’identità del donatore. Colpita da questo fatto reale la Janicke Askevold ha costruito il suo film, addentrandosi nelle complesse e anche contraddittorie dinamiche che l’incontro con il padre biologico potrebbe scatenare.

Edith è vicina ai 40 anni, è una giornalista che ama il suo lavoro ed è madre single di un bambino di tre anni, avuto con l’inseminazione artificiale. Ama molto il piccolo e ne è riamata, in una sequenza la vediamo mentre gli legge un libro illustrato che nel modo più politicamente corretto racconta la storia di un bimbo come lui, ovvero nato col seme di un donatore. Per un po’ il piccolo ascolta poi chiede alla madre di leggergli un altro libro. Ha voglia di addormentarsi con una fiaba più tradizionale. Questa piccola scena che dura pochi minuti inquadra il senso del film e suggerisce la voglia di raccontare la vicenda senza ideologie precostituite, senza giudizi né pregiudizi.

Non basta che la legge consenta alle donne sole di avere un figlio con il seme di un donatore, la possibilità non salva i protagonisti da conseguenze psicologiche, dubbi, sbandamenti. A chi intraprende questo percorso non basta neppure sapere che secondo le statistiche un bimbo cresciuto da sole figure femminili non ha nessun problema. La realtà e le reazioni individuali sono come sempre più complesse.
Succede che per caso Edith scopra l’identità del donatore. Come restare indifferenti? Le viene voglia di incontrarlo, neppure lei sa bene perché, neppure lei sa cosa stia cercando. Forse solo un modo per conoscere meglio il figlio o forse la curiosità di scoprire se l’anonimo donatore avrebbe potuto essere un buon compagno e il padre giusto per il figlio.

Per arrivare a lui, usa il suo essere giornalista e decide di incontrarlo con la scusa di un’intervista. Naturalmente senza dire altro.
Il film è limpido nel raccontare gli slittamenti delle emozioni, l’imprevedibilità degli incontri, la difficoltà di tenere nascosta la verità che costringe a una cattedrale di bugie.

Freddo nella luce nordica, senza sbavature nella narrazione, il film ha la sua forza vincente nei due protagonisti. Assolutamente perfetti. Lei incerta, tormentata e decisa al tempo stesso, lui sgomento, indifeso. La conclusione: non abbiamo ancora tutti gli strumenti che ci permettono di affrontare senza sobbalzi le nuove forme di genitorialità. Vale la pena impegnarsi anche perché tornare indietro è impossibile. E neppure giusto.
