Regia di Francesca Archibugi
con Jasmine Trinca, Michele Riondino, Vittoria Puccini, Filippo Timi, Angelina Andrei, Francesca Reggiani
Nelle sale dal 7 maggio
Presentato alla Festa del cinema di Roma, il film è stato accolto tiepidamente. Secondo me perché è stato visto come una storia realistica. Se la si guarda in questo modo, non sta in piedi, troppi momenti esagerati, personaggi tutti d’un pezzo, un mondo diviso in due, da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Che sono poi non solo la criminalità, ma anche i potenti. In più una protagonista che attraversa indenne le peggio avventure. Insomma, non ci si può credere.

Bisogna cambiare sguardo: è una favola. Non ci racconta il mondo come è ma come vorremmo che fosse, come ci auguriamo che prima o poi diventi. Un mondo dove a vincere è la giustizia, un mondo che sa risparmiare le anime innocenti. Ho cominciato a vedere la storia in questo modo quando la macchina da presa ha filmato la collina di Perugia, di notte, illuminata come un presepe.
Un’immagine bellissima, di grande pace che più volte è tornata nel film. Quando appariva, conduceva per mano lo spettatore nei territori della favola, dove tutto è possibile e dove il lieto fine è d’obbligo, anche se l’eroe deve superare le prove che si trova davanti.

Rosa Lazar, quindicenne moldava bellissima e priva di ogni malizia, è un Cappuccetto Rosso dei giorni nostri che finisce nelle fauci del lupo. Il film si apre con lei riversa sotto un ponte alla periferia di Perugia, così malridotta da essere scambiata per un cadavere dalla polizia chiamata sul posto. E ci vuole l’attenzione del vicequestore Filippo Timi per accorgersi che è viva.
La ragazza guarisce troppo presto per essere stata scambiata per morta, e pazienza, la cosa grave è che non si rende conto delle violenze subito e non vuole raccontare niente, perché a suo dire ha sempre incontrato solo persone buone.

La sostituta procuratrice (sempre brava Jasmine Trinca) è determinata e non si rassegna a che i “cattivi” la passino liscia e affida la ragazza allo psicologo Michele Riondino (anche lui se la cava sempre a dispetto dei difetti di una sceneggiatura). Con lui, afflitto da un matrimonio stanco e un passato greve, Rosa si apre ma si affeziona anche troppo. E si sa che i comportamenti inappropriati sono in agguato.

Insomma, è vero che Francesca Archibugi e i suoi sceneggiatori, fra cui Francesco Piccolo, hanno voluto ficcare tanti temi nella vicenda, compresa la mafia rumena e quella albanese che trafficano con le donne e i viziosi del Parlamento Europeo. L’alternarsi di passato (cosa è successo a Rosa da quando ha lasciato la Romania?) con l’indagine è un po’ meccanico e fitto, ma i colloqui della giovane con lo psicologo sono ben rappresentati mettendo a fuoco un tema d’attualità: la difficoltà di azione dei servizi sociali.

Non ci si annoia nelle due ore di film, ma per approfondire davvero tutto quanto stava nelle intenzione degli autori forse sarebbe stata più indicata una serie televisiva. In compenso Francesca Archibugi sa scoprire e dirigere i nuovi giovani talenti, in particolare le ragazze: di Angelina Andrei che dà viso e corpo a Rosa e incarna tutte le sue fragilità, qui al suo esordio, sentiremo di sicuro ancora parlare.
