Regia di David Frankel
con Meryl Streep, Anna Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci, Justin Theroux, Lucy Liu, Kenneth Branagh
Nelle sale dal 29 aprile
Il tour mondiale del cast è da grandi eventi ed è un peccato che l’Italia non sia stata inserita. Ci sono state le anteprime ma senza la presenza degli attori. Forse siamo (diventati) un mercato minore. Di sicuro ci sono Paesi più interessanti soprattutto per quanto riguarda la ricaduta del ricco product placement che impregna il film. La quantità di marchi del lusso che hanno contribuito alla realizzazione del secondo episodio di Il diavolo veste Prada non si conta anche se su ogni firma domina Dior che sta sul podio. I cambi d’abito, gli outfits come di dice oggi, sono degni di una sfilata di moda, con capi delle ultime collezioni e pregiati pezzi vintage. Una gioia per gli occhi, va detto.

Il diavolo veste Prada numero 2 è ben più di un film, è un’industria con un giro d’affari che potrebbe salvare l’economia di un paese africano. Il budget sembra si aggiri intorno ai 100 milioni di dollari. Il primo film ne era costati 35 ma ne aveva incassati 326. Fare i conti è complicato, perché oltre ai costi vivi di produzione bisogna considerare quelli degli investimenti pubblicitari e del tour mondiale bilanciati però dai contributi degli sponsor, senza dimenticare il marketing con gli incassi dei prodotti a marchio… Lascio il compito agli economisti, perché tirare le fila va al di là delle mie capacità e competenze.

Mentre posso e molto volentieri parlare del film. Come può non piacere? Basterebbe la performance di Meryl Streep a rendere il film perfetto. Girare il seguito di un cult vent’anni dopo il successo del primo era una bella sfida. Ed è stata vinta. Dal 2006 a oggi il mondo è cambiato. Tanto per dire, vent’anni fa i social, solo Facebook in verità, muovevano i primi passi, non c’era Amazon, non c’era Instagram, nessuno parlava di influencers, il primo iPhone ha visto la luce l’anno dopo l’uscita del primo film, i giornali cartacei e i magazine vendevano ancora bene.

Il film ha l’intelligenza di registrare questa rivoluzione nell’informazione e nei costumi senza appesantire lo scintillio di quella che resta una commedia sofisticata, ma tessendo la trama facendo leva proprio sui cambiamenti. Chiedendosi se sia possibile e fino a quando restare ancorati a un modo che sta scomparendo e se sia possibile conservare i privilegi del passato. Per farlo, per “resistere”, bisogna scendere a compromessi? Cosa non si può cedere e cosa invece si è disposti a lasciare’ Miranda ad esempio in più occasioni si trova a dover gestire tecnologie che non padroneggia, lei la regina a cui nulla sfuggiva collassa di fronte alla avanzata del nuovo. Tutta questa parte del film è di sicuro riuscita e lo è anche tutto quanto riguarda la moda.

Andy (Anna Hathaway) è diventata un’inviata “vera”, non è più una delle “Emily” ma una conosciuta e premiata autrice di reportage d’impatto internazionale, Emily (Emily Blunt) è passata dall’altra parte ed è una delle dirigenti più importanti di Dior. Miranda (Meryl Streep) è restata al suo posto ma Runaway (che sarebbe in filigrana Vogue e nelle edicole si può acquistare il numero vero della finta testata, almeno nell’edicola milanese di piazza Giovane Italia) fatica a mantenere la posizione di allora. Nei nuovi tempi basta una parola sbagliata, un articolo che si discosta anche senza intenzione dal politicamente corretto e si finisce nell’occhio del ciclone. Nigel (Stanley Tucci) è ancora l’attento, discreto, direttore artistico, uomo ombra e consigliere di Miranda.
Non voglio raccontare la trama, vi toglierei il gusto: vale la pena scoprirla. Dico solo che Andy tornerà nella redazione di Runaway, ritroverà i vecchi colleghi e un paio di new entry, personaggi molto azzeccati. C’è il solito turbinio di abiti e accessori nel guardaroba della rivista che a tutte noi piacerebbe avere come cabina armadio.

Ha un ruolo da gran dama Lucy Liu, attrice amata anche da Quentin Tarantino. Milano è grande protagonista con la sua settimana della moda e tanti volti noti per almeno mezz’ora di film, con riprese in Galleria, all’Accademia di Brera, al Cenacolo (tranquilli, sono anche effetti speciali, il pranzo sotto l’Ultima cena non è stato fatto a Santa Maria delle Grazie), al Palais Paris di corso di Porta Nuova, al Quadrilatero per spingersi fin sul lago di Como. Non ci sono riprese inutili e anche i doveri pubblicitari sono amalgamati con abilità nella trama.
A parte le impeccabili prove di Meryl Streep, Anna Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, c’è anche una sceneggiatura di ferro con almeno cinque battute da segnarsi.

Tutto bene? Quasi, perché le due storie d’amore del film quella di Miranda col marito interpretato da Kenneth Branagh e quella di Anna Hathaway con un architetto con cui ha una avventura (Patrick Brammall) sono scritte con la mano sinistra e sono di scarsissima emozione. Come aggiunte all’ultimo perché un po’ di rosa ci vuole sempre, diciamo che gli sceneggiatori non si sono impegnati. Ma la loro inessenzialità fa pochi danni.

Quello che resta è un film molto molto piacevole scritto diretto e interpretato con grande cura mettendo in campo i nomi migliori del panorama hollywoodiano, sia nel cast che dietro le quinte. Due ore di puro, gradevole intrattenimento che fanno dimenticare almeno per un po’ tutti i disastri del mondo di oggi
