La violenza maschile porta con sé il genere che la agisce e non è mai neutra. Non si ferma al reale, oggi, e lo sperimentiamo spesso, la violenza contro le donne passa anche attraverso il digitale. Non ci sono gradi di separazione tra reale e virtuale, ma la dimensione online e digitale spesso la amplifica, la rende più pervasiva, spesso difficile da riconoscere e da fermare, sottovalutata perché è ovunque e si insinua in modo subdolo e mimetizzandosi con altri fenomeni.
In Italia, i dati ISTAT del 2022-2023 mostrano che il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito violenza online almeno una volta, e oltre il 20% nel solo ultimo anno. L’Osservatorio Nazionale sull’Adolescenza (2022) ha rilevato che oltre il 20% dei giovani è coinvolto in episodi di cyberbullismo e violenza online, sia come vittime che come atti perpetrati. Oltre l’80% dei casi di reati come pornografia non consensuale, violenza online e cyberstalking colpisce vittime di sesso femminile. Secondo l’EIGE (2022), tra il 40% e il 50% delle donne ha subito molestie sessuali, anche online.
Un odio spesso organizzato come ci ricordano i gruppi Phica e Mia moglie. Ho aspettato giorni interi, ma sui giornali cartacei non c’è stato approfondimento su questo problema enorme. L’inchiesta della CNN la chiama «Rape Academy», ovvero una rete globale dove uomini senza scrupoli si scambiano istruzioni e video su come drogare e abusare delle proprie partner. I numeri sono impressionanti. Dimostrano la diffusione di certe prassi che Gisèle Pelicot ha denunciato con forza e che riguardano anche l’Italia.
Per questo è particolarmente importante il lavoro portato avanti in Commissione bicamerale femminicidio, che ha portato ad approvare una relazione sulla dimensione digitale della violenza maschile contro le donne, a seguito della proposta del gruppo del Partito Democratico di indagare a fondo il fenomeno. La Commissione ha saputo lavorare in maniera unitaria per produrre un testo condiviso, anche grazie all’apporto degli esperti auditi. I lavori sono reperibili sul sito ufficiale di Camera e Senato.
Ne sono emersi punti importanti in merito all’aggiornamento della normativa statale in linea con quella europea per il contrasto al fenomeno e per la tutela delle vittime. Essenziale anche la necessità di sviluppare una educazione all’utilizzo degli strumenti digitali, non solo in termini tecnici ma per il rafforzamento della cultura della parità di genere, del rispetto e del rifiuto di ogni forma di violenza, rivolta a minori e adulti. La prevenzione è uno dei capisaldi della Convenzione di Istanbul.
La relazione punta sulla responsabilità delle piattaforme e prevede inoltre la necessità di figure di garanzia deputate al controllo dei contenuti, che siano in grado di fare un monitoraggio e assicurare un intervento tempestivo per il riconoscimento delle violazioni, soprattutto della pubblicazione non consensuale di immagini sessualmente esplicite e manipolate con AI, la previsione di meccanismi per ottenere l’effettivo immediato oscuramento di contenuti illeciti; la previsione di un ‘daspo’ digitale; il rafforzamento del ruolo del Garante della privacy e dell’Agcom; il patrocinio a spese dello Stato per le vittime.
Altri passi in avanti sono stati fatti sul fronte della violenza economica, con un testo ad hoc della medesima Commissione.
E’ questa la strada che dovremmo percorrere sempre, insieme, unite per traguardi urgenti e comuni. Così dovrebbe essere anche per la riforma dell’art 609 bis del codice penale sulle violenze sessuali.
Martedì 14 aprile si è riunito il comitato ristretto del Senato che dovrebbe lavorare ad una sintesi tra maggioranza e opposizioni sulla modifica dell’articolo 609bis. Ci auguriamo che le opposizioni mantengano la barra dritta perché nessun compromesso è possibile sulla pelle delle donne. Senza consenso è stupro e questo deve essere l’unica base di lavoro possibile. Abbiamo più volte detto che è meglio nessuna legge che una legge sbagliata. Non perdiamo la bussola. Restiamo compatte al fianco della rete D.i.Re.
Sarebbe dovuto arrivare al voto questa settimana in Senato (dopo l’approvazione alla Camera) il Ddl Valditara in materia di educazione sentimentale e sessuale, che riguarda in particolare la volontà di negare l’utilità di una formazione culturale e sociale di tipo universalistico accessibile a tutte e tutti in modo paritario. Il consenso informato dei genitori non è altro che questo: discriminazione fatta legge e un bel bavaglio alla libertà di insegnamento sancita costituzionalmente. Un precedente pericoloso che renderebbe l’educazione oggetto di negoziazione continua tra famiglie e scuola, con differenze di formazione a seconda del contesto di provenienza e non più quindi universalistico e omogeneo per tutti/e. Con le ricadute negative nel breve e lungo periodo di cui siamo a conoscenza. Il voto è solo rimandato, ma le associazioni come Italy Needs Sex Education, Meglio a Colori ed Educare alle Differenze si sono già mobilitate in modo permanente per dire no al Ddl Valditara. Al centro della contestazione c’è innanzitutto il divieto di affrontare l’educazione sessuo-affettiva nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, previsto dal disegno di legge.
L’educazione sessuo-affettiva nelle scuole non può essere un optional a discrezione dei genitori. Torniamo al discorso della prevenzione e dell’intervento precoce per non dover continuare a subire violenze e abusi in quanto donne. Occorre arrivare per tempo proprio quando si iniziano a formare le prime idee e modi in cui si costruiscono le relazioni, si riconoscono i limiti, si nominano le emozioni e i rapporti di potere. Non si può più affrontare il fenomeno della violenza maschile come se fosse una eterna emergenza, quando invece è strutturale e interconnesso nelle relazioni e nella società, attraversa le vite di tutti e tutte.
