Ci sono storie che non nascono per insegnare, ma per condividere. Il libro di Francesca Leone dal titolo “Quando il leone smette di dormire” (EBS Print) è una di quelle: un viaggio autentico, fatto di verità scomode, di una forza silenziosa che un giorno ti spinge a dire: “ora basta”, e di libertà costruita con fatica.
Sicura che la scrittura sia un modo per lasciare un segno, uno strumento per condividere la possibilità concreta di trasformare il dolore in forza e la confusione in visione, in queste pagine l’autrice non racconta una vita perfetta, né una rinascita spettacolare.
Racconta piuttosto di quei momenti in cui ci si sente bloccati, in trappola, con la sensazione che tutto stia crollando e che nessuno possa capire davvero cosa stai provando. Dietro una vita che sembrava “a posto” si nascondevano ferite, solitudini e momenti bui, fino a toccare il fondo.
Francesca, è un libro per tutti, senza differenza di età o di genere?
“Quando il leone smette di dormire” è un libro che non nasce per una categoria specifica di persone, non è legato all’età e al genere. Credo molto nel fatto che oggi, più che mai, non dovrebbero esistere limiti quando si parla di rinascita, crescita personale o di possibilità di rimettersi in gioco.
Spesso siamo noi stessi a pensare che ci sia un momento giusto e uno sbagliato per cambiare, come se dopo una certa fase della vita non fosse più possibile farlo. È chiaro che a vent’anni e a cinquant’anni si affrontano responsabilità, contesti e paure diversi, e questo può rendere il cambiamento più complesso in modi differenti.
In realtà, quello che ho imparato è che ogni percorso di rinascita, grande o piccolo che sia, ha lo stesso valore e può arrivare in qualsiasi momento.
Qual è il sentimento prevalente che ti ha accompagnata durante la stesura?
Se dovessi racchiuderlo in una parola, direi condivisione.
Durante la stesura c’erano sicuramente molti sentimenti, a volte anche in contrasto tra loro, ma soprattutto un desiderio profondo di dare un senso a quello che avevo vissuto, senza tenerlo più solo per me.
Scrivere è stato, da un lato, un processo molto personale, liberatorio: mi ha permesso di alleggerirmi e di guardare certe esperienze con più lucidità. Dall’altro, però, c’era una spinta altrettanto forte verso l’esterno, la voglia di condividere il mio percorso.
Senza la pretesa di essere un esempio, ma con la speranza che qualcuno, leggendo, potesse riconoscersi anche solo in una parte e pensare: “se ce l’ha fatta lei, posso farcela anch’io”.
È stato un equilibrio continuo tra introspezione e apertura, tra il bisogno di capire e quello di restituire.
E dopo la parola fine?
Dopo la parola fine, il sentimento prevalente è stato quello della responsabilità.
Nel momento in cui ho deciso di pubblicare “Quando il leone smette di dormire” ho compreso che non era più solo qualcosa di mio. C’era una responsabilità in quello che avevo scelto di raccontare, nel modo in cui l’avevo fatto e anche verso le persone che, in qualche modo, fanno parte della mia storia.
Ma soprattutto, ho sentito una responsabilità nei confronti di chi avrebbe letto: di come le mie parole potessero essere interpretate e di cosa potessero lasciare. Non perché io abbia delle risposte da dare, ma perché ho scelto di condividere un percorso reale, con le sue fragilità e le sue verità.
E forse è proprio questo il passaggio più importante: quando scrivi per te stesso sei libero, quando scegli di condividere diventi responsabile di ciò che stai mettendo nelle mani degli altri.
Nel libro descrivi un’infanzia molto felice: quanto pensi che quelle radici ti abbiano salvata nei momenti più bui? Inoltre, come ti vedi oggi e come ti vedi nell’età matura?
La mia infanzia, per quanto felice, mi ha lasciato qualcosa di complesso.
Da un lato, mi ha dato un riferimento fortissimo: una misura della gioia, della famiglia, di quel senso di amore sincero e spontaneo che ho vissuto da bambina. In questo senso è stata una base importante, perché ha creato in me il desiderio di ritrovare, in qualche forma, quella stessa autenticità.
Dall’altro lato, però, mi ha anche messo davanti a una mancanza. Crescendo, ho preso consapevolezza di aver perso qualcosa e questo ha portato con sé momenti di sofferenza, legati soprattutto al confronto tra ciò che era stato e ciò che non era più.
Nel tempo mi sono accorta che questa ricerca mi ha spesso portata a legarmi non solo a singole persone, ma a interi nuclei familiari in cui percepivo quella stessa sincerità: era come se cercassi, in modo naturale, di riconnettermi a quel tipo di equilibrio che avevo conosciuto da piccola e che mi mancava.
Credo che, più che “salvarmi”, quelle radici abbiano continuato a indicarmi una direzione, anche nei momenti più difficili.
Quando si parla di maturità mi viene anche da sorridere, perché ho quasi quarant’anni ed è un momento della vita in cui si può forse iniziare davvero a dare il meglio di sé, proprio perché cresce la consapevolezza.
Oggi mi vedo soprattutto in costruzione, con basi ancora in evoluzione, ma proprio in questo trovo la bellezza: continuare a crescere senza perdere quella parte di sensibilità, curiosità ed energia che mi ha sempre accompagnata.
Credo che, alla fine, la maturità non sia un punto di arrivo, ma un modo diverso di affrontare la vita.
L’indipendenza economica è un filo conduttore del libro: quando hai capito che non era solo una questione di soldi ma di identità?
Per me l’indipendenza è sempre stata un bisogno fondamentale: non dipendere completamente dagli altri, non essere un peso e poter camminare sulle mie gambe.
Dentro questo concetto rientra inevitabilmente anche l’indipendenza economica, perché il denaro, al di là di ogni retorica, è ciò che ci permette di vivere con dignità: pagare le bollette, affrontare gli imprevisti, prenderci cura di noi stessi, degli animali e delle persone che amiamo. Non parlo di lusso, ma di avere la tranquillità di affrontare la vita quotidiana.
Ho capito però che non era solo una questione economica quando, pur avendo un’attività avviata, mi sono resa conto che dentro di me mancava qualcosa. Ed è importante dirlo con chiarezza: non era un lavoro che non mi piaceva, anzi. Mi ha dato soddisfazioni, mi ha fatta crescere e mi ha insegnato molto.
Quello che ho compreso, lavorando su me stessa, è che nel tempo era diventato anche una forma di dimostrazione: funzionava, ma non sempre mi rappresentava fino in fondo. Facevo bene quello che facevo, ma spesso con la sensazione di dover confermare qualcosa, più che esprimere davvero chi ero.
A un certo punto ho capito che continuare così non sarebbe stato sostenibile, né per me né per chi avevo accanto. E ho scelto di rimettermi in gioco, assumendomi la responsabilità di quella scelta.
È stato anche un paradosso: per cercare una forma più autentica di indipendenza ho lasciato qualcosa di sicuro per qualcosa che ancora non lo è. Ma non è stata una fuga o una leggerezza: è stato un passaggio costruito, che mi ha richiesto di ripartire, di riorganizzarmi e di rimettere in discussione molte certezze.
Per me è stato lì il punto di svolta: capire che l’indipendenza economica non è solo riuscire a mantenersi, ma riuscire a farlo in modo coerente con la propria identità.
Il tuo legame con gli animali è potentissimo: in che modo ti hanno aiutata a guarire emotivamente?
Il mio legame con gli animali è qualcosa di molto profondo e negli anni ho capito che, probabilmente, sono state più le volte in cui loro hanno salvato me di quante io abbia salvato loro.
Dai cavalli, ai gatti, ai coniglietti, ai cani… Chiunque è entrato nella mia vita ha lasciato qualcosa e non c’è giorno in cui io non porti con me anche il ricordo di quelli che non ci sono più. Per me sono famiglia.
Quello che mi hanno dato è difficile da spiegare in modo razionale: una presenza costante, silenziosa, ma profondamente rassicurante. Un esserci senza chiedere nulla in cambio, senza aspettative e senza condizioni. È un valore che, a volte, nei rapporti umani rischiamo di non trovare.
In momenti anche complessi della mia vita, la loro presenza è sempre stata un punto fermo. Non risolveva i problemi, ma mi faceva sentire meno sola nell’affrontarli.
Nel 2022 ho scelto di trasformare questo amore in una professione, fondando Happy and Fed Cat Sitting. È stato un passaggio importante, nato dal desiderio di prendermi cura anche dei gatti degli altri, con la stessa attenzione e lo stesso rispetto che ho sempre avuto per i miei, ma anche di dare serenità ai loro umani, permettendo loro di vivere con tranquillità il tempo lontano da casa.
In fondo, credo che sia il mio modo per cercare di restituire una parte di quello che gli animali hanno dato a me: presenza, cura e un senso profondo di famiglia.
Quali progetti futuri attendono, quindi, la (Francesca) Leone che oggi ha smesso di dormire?
Ad oggi i progetti futuri non mancano, ma ho imparato che, finché restano solo nella testa, rimangono idee. Metterli per iscritto li ha trasformati in obiettivi, e oggi il mio impegno è quello di lavorare per raggiungerli e renderli concreti.
Ma perché questo accada servono tempo, struttura e la capacità di scegliere e dare delle priorità, perché non tutto può essere realizzato nello stesso momento.
Per questo Happy and Fed® è oggi uno dei progetti più importanti. È un percorso che sta crescendo insieme a me e che continuerà a svilupparsi non solo come servizio a domicilio, ma anche con l’obiettivo di creare una struttura di accoglienza felina in un contesto familiare. Attorno a questo progetto nasceranno anche collaborazioni, iniziative e soluzioni digitali legate al benessere del gatto.
Per chi ha piacere di seguire questo percorso un po’ più da vicino, condivido aggiornamenti, contenuti sul mondo dei gatti e sulla vita con loro anche sulla pagina Instagram happyandfed_catsitting.
In parallelo continuo a lavorare su me stessa, perché mi rendo conto che tutto quello che costruisco fuori è inevitabilmente legato a quello che sono dentro.
C’è anche l’idea di un secondo libro, per raccontare quello che sto costruendo oggi, con le sue evoluzioni e le sue difficoltà, come forma di testimonianza e condivisione di una crescita.
Più che sentirmi arrivata, oggi mi sento in costruzione: è una fase fatta di lavoro, di scelte e di passaggi che spesso non si vedono, ma che sono fondamentali per dare solidità a ciò che si vuole realizzare.




