Tra splendori e dolori: sul palcoscenico le Donne “senza tempo” di
Anna Maria Damato.
Intervista con la attrice (ma non solo) barese che porta in scena le vite di figure femminili controverse.
By COSIMO LERARIO
Non nascondo che per me è un po’ imbarazzante intervistarti, dal momento che appena un mese fa hai
interpretato un personaggio scritto da me.
Sì. Quello della Duchessa di Bari Isabella d’Aragona Sforza nel tuo “La visita della Madre”.
Una figura assai sfaccettata. Sovrana autorevole, dotata di un orgoglio e una fierezza incredibili; ma anche Donna
colpita da terribili sofferenze. Dalle violenze domestiche di cui fu spesso vittima, alla morte di ben tre dei quattro figli che mise al mondo.
È quel suo lato umano e vulnerabile, in un tempo senza tempo, che mi ha colpita profondamente.
E che ho tentato di riprodurre sulla scena.
E lo hai fatto magistralmente, aggiungo da Autore. Non era assolutamente facile.
Comunque non è l’unica Donna a cui hai dato voce e corpo in scena. Nella tua carriera nei hai interpretate
parecchie.
Le ho amate tutte. Sia che si trattasse di protagoniste, che di comprimarie.
Non ho mai accettato l’idea che esistano “ruoli minor”’: ogni personaggio in scena ha una sua rilevanza nella narrazione,
a prescindere dal numero di battute che gli toccano.
Per me è stato un privilegio entrare nelle vite delle Donne che ho interpretato. Di tutte.
Parliamo di un paio di loro: quelle che io personalmente ti ho visto interpretare.
Iniziamo da “Savina Rupel, madre a Ravensbruck”, di cui peraltro hai tu stessa messo mano al testo.
Quel lavoro nacque da un incontro reale. Conobbi di persona Savina a Trieste, durante la mia collaborazione con
l’ANED e lo storico Marco Coslovich. Una Donna che dovette assistere alla morte del suo bambino nel campo di prigionia nazista citato nel titolo. Eppure non si lasciò sopraffare dal dolore e resistette a tutto, riuscendo a sopravvivere per diventare testimone vivente di quegli orrori.
Scrivere di lei ed interpretarne la vicenda è stato per me un onore immenso.
Di recente ti ho applaudito nel ruolo di Enrichetta, la figlia di Eleonora Duse.
Altra figura di Donna segnata da una profonda sofferenza, questa volta essenzialmente psicologica ancor più
fisica come nel caso di Savina.
Sì. In “Eleonora Duse, memorie di una vita” di Leo Lestingi ho esplorato e cercato di esternare il dolore della piccola Henriette, anche da adulta annichilita da una infanzia anaffettiva, avendo ricevuto attenzioni materne col contagocce in nquanto figlia di una madre che si era consegnata interamente all’Arte.
Attrice e autrice poliedrica, ma anche scrittrice sensibile.
So che hai un romanzo in gestazione.
Sì. Non manca molto che venga al mondo.
La scrittura è una componente essenziale della mia vita; che si tratti di copioni, racconti oppure qualcosa di più
strutturato come questo primo romanzo.
Torniamo al Teatro. Cosa rappresenta davvero per te ?
“Un privilegio. Quello di poter raccontare storie di Donne che meritano di essere condivise.
Donne che sento sempre andare in scena accanto a me ogni volta che si alza il sipario.”
Ma quando è che è nato questo tuo smisurato amore per il Teatro.
In una data precisa: gennaio 1989. Avevo sedici anni e mezzo.
Andai al Teatro Piccinni a Bari a vedere Mariangela Melato che interpretava “Anna dei miracoli”. Ne fui folgorata. E decisi che avrei calcato il palcoscenico; cosa faccio ormai da oltre quattordici anni.
Più determinata della mia Isabella d’Aragona. Chapeau.
Chissà che ne pensano a casa tuo marito Mario e tua figlia Stella.
Bisognerebbe chiederlo a loro. Ma credo che ambedue siano orgogliosi di questa mamma che dà voce a quelle Donne che più di altre hanno attraversato disagi e sofferenze, ma senza mai rinunciare ad essere stesse.
E credo proprio che tu debba continuare a farlo.
Appuntamento ad una prossima volta, magari con un nuovo personaggio.
Assolutamente sì.
Alla prossima.

