Regia di Anna Cazenave Cambet
con Vicky Krieps
Nelle sale dal 23 aprile
Vicky Krieps è un’attrice dalla femminilità duttile. Una femminilità seduttiva, cangiante e forte, credibile in qualunque modo la declini. Qui dà vita a una madre che si ribella alla mistica della maternità, convinta che amare un figlio possa e anzi debba coesistere con l’essere donna e con la libertà.
Entra con determinazione sullo schermo fin dalla prima scena, imponendosi più come una ragazza piena di vita che non come una donna “convenzionale”. Vicky Krieps e quindi il suo personaggio Clémence è atletica, alta, sportiva, con un abbigliamento casual che diventa sempre più essenziale man mano che la storia si dipana, come a comunicarci che nella vita occorre guardare alle priorità: non tutte le cose hanno la stessa importanza.

Clémence ha lasciato il suo lavoro ben retribuito di avvocato per dedicarsi alla scrittura. Ha un rapporto cameratesco col marito da cui è separata. Il figlio vive con il padre ma il tempo è condiviso senza contrasti fra i due genitori. Finché non succede qualcosa che spezza un equilibrio che sembrava solido e non svelo nulla perché tutto succede nel primo quarto d’ora di film. Tempo in cui abbiamo visto Clémence nuotare a lungo in piscina e abbiamo assistito alle sue conquiste. Perché Clémence ha il tocco del playboy.

L’armonia si spezza quando, in nome dell’onestà e della trasparenza, concetti forse sopravvalutati, rivela all’ex marito di avere relazioni sentimentali con donne. L’uomo è sorpreso, incredulo, incerto, titubante nel trovare la reazione più corretta e infatti presto il rapporto perfetto con l’ex moglie si sfalda. La sua reazione è scomposta, sulle prime quasi eccitato vorrebbe ritrovare un’intesa sessuale che Clémence ovviamente respinge, poi prevale una rabbia cieca e vendicativa che si riversa sul figlio: non vuole più condividerne la cura con la madre e gli attacchi diventano sempre più aggressivi. Il film racconta l’evoluzione di questa contesa che in genere è a ruoli scambiati: sono le madri ad accusare i padri di comportamenti “immorali”. Sono i padri a rivendicare più tempo coi figli.
Tratto da un libro autobiografico di cui Vicky Krieps legge diversi brani con voce fuori campo, il film è fedele a una struttura molto letteraria e se non ci fosse la straordinaria protagonista che si carica tutto sulle spalle si sarebbe rischiato di perdere per strada la storia, rendendola troppo parlata.

Invece Vicky Krieps disegna un personaggio formidabile, una donna a 360 gradi che crede in un modo diverso di essere madre, che non si vergogna di abbordare le ragazze che la attraggono con cui vivere avventure anche di una sola notte, senza per questo dover essere considerata indegna. Inno alla libertà femminile e di scelta, anche quando va contro la morale corrente difficile da accettare anche per chi si ritiene progressista, come l’ex marito.
Seguiamo quasi in tempo reale l’evoluzione della causa e la guerra che ha come vittima il bambino, perché il padre non vuole più concedere alla madre di incontrarlo, e seguiamo in contemporanea il cambiamento di Clémence che si chiede cosa significhi amare un figlio se quell’affetto ha come prezzo la perdita dell’indipendenza. Interrogativi raccontati ma anche molto filmati nelle lunghe pedalate solitarie di Clémence, nei suoi silenzi, negli approcci verso le altre donne, nel rapporto col suo corpo a cui non servono abiti eleganti per essere desiderabile. Cambiamenti scanditi anche dal passare delle stagioni con paesaggi e climi che mutano facendoci percepire il tempo dilatato dell’attesa.
Come dice la regista, è la storia di una donna che è un personaggio di frontiere, una pioniera, un cowboy solitario.
