Giuseppe Pellizza da Volpedo nasce il 28 luglio 1868 a Volpedo (Alessandria), un paese agricolo del Piemonte che sarà sempre il centro della sua ispirazione artistica.
E’ il luogo dal quale osserva il mondo dei contadini e tutti i movimenti socio politici che si agitavano in quegli anni.
La famiglia era d’origine agiata, il padre Pietro, un proprietario terriero impegnato nella vita politico-sociale del paese con la moglie, la tortonese Maddalena Cantù, ebbe quattro figli.
Fin da ragazzo Giuseppe amava disegnare copiando le immagini illustrate dei giornali di casa, ma il padre era contrario alla sua iscrizione all’Accademia d’arte e solo con l’intervento di un conoscente dal quale la famiglia acquistava vino, riuscì ad iscriversi a Milano iniziando la frequenza alle lezioni nel 1884.
Nel 1885 espone alcune sue opere all’annuale di Brera, conseguendo premi ed encomi.
Nel 1886 si trasferisce a Sanremo presso lo studio del pittore Sanquirico che esercitava gli allievi nella copia di soggetti viventi con le più belle modelle di Milano.
Dopo quattro anni di studio lascia Milano e va a Roma, ma l’ambiente accademico lo delude per cui si trasferisce a Firenze dove frequenta l’Accademia di Belle Arti e ha come maestro Giovanni Fattori. Lì conosce anche alcuni macchiaioli come Silvestro Lega e Telemaco Signorini.
Nel 1888 decide di continuare gli studi a Bergamo, all’Accademia Carrara dove impara la fotografia, il suo desiderio però è andare a Parigi infatti nel 1889 ci va, ma deve rientrare poco dopo per la morte di una sorella.
Nel 1890 dopo tanti viaggi ed esperienze sollecitati da una sua forte inquietudine artistica e da un non ben precisato tormento, tipico delle personalità geniali oltre che dalla voglia di imparare e sperimentare, torna definitivamente a Volpedo e adatta un locale vicino alla casa del padre a Studio di pittura.
Nel 1892 sposa Teresa Bidone, una donna del suo stesso ambiente, semplice e schiva, originaria della zona di Volpedo. Teresa sarà una figura centrale nella vita di Giovanni, è stata il suo equilibrio, il suo sostegno, la presenza reale, quotidiana decisiva e concreta che gli ha regalato sempre sicurezza.
Ha rappresentato la sua tipologia di bellezza femminile laddove per bellezza non s’intendeva solo la fisicità, ma l’insieme di spiritualità e forza d’animo.
Purtroppo la sorte non è stata propizia per loro perché Teresa nel 1907 muore di parto insieme al suo bambino. In un periodo critico per Giovanni che si sente artisticamente isolato e deluso anche dalla pittura e inoltre nello stesso anno muore anche suo padre.
Giovanni è devastato da questi avvenimenti tanto che non dipinge più, cade in una crisi depressiva e pochi mesi dopo la morte di Teresa si toglie la vita, impiccandosi nel suo studio, all’alba del 14 giugno 1907 a soli 39 anni.
Nelle sue lettere parla di una casa svuotata, di una solitudine fisica oltre che artistica, senza l’equilibrio che solo Teresa era riuscita a trasmettergli in quei pochi anni.
“Il quarto stato” è l’opera che ha reso famoso Giovanni, considerata un’opera iconica, molto popolare, è un dipinto molto grande realizzato con la tipica tecnica divisionista a piccole pennellate vicine.
Pellizza è molto colpito dalle rivolte dei contadini che si ribellano alle condizioni di miseria nella quale vivono i lavoratori sfruttati e non considerati in quegli anni.
Già nel 1890 aveva avuto l’idea di realizzare un quadro di contenuto sociale proprio per dimostrare la sua vicinanza alle cause di rivolta che serpeggiavano in quel periodo.
All’inizio l’opera si chiamava: “Il cammino dei lavoratori” ed era ispirata dalla protesta forte dei braccianti sfruttati dai proprietari dei terreni.
L’opera successivamente viene chiamata “Il quarto stato” perché proprio in quegli anni nasce una nuova forza sociale oltre alle tre già presenti: clero, nobiltà e borghesia, è il proletariato composto da operai, lavoratori e contadini.
Si tratta degli ultimi ovvero delle persone invisibili ai più che hanno preso coscienza della loro dignità di uomini, donne, lavoratori e lavoratrici.
E’ una massa che avanza silenziosa, lenta, unita, forte, non solo persone che rivendicano dei diritti, ma un’umanità che prende coscienza di sé e fa sorgere una nuova epoca, una nuova fase della storia sociale dell’Italia di quegli anni.
Se osserviamo il quadro non vediamo poveri contadini o braccianti disperati, ma uomini e donne dignitosi, illuminati da una luce forte e viva, è la forza di riappropriarsi del proprio futuro.
E’ un ’opera in movimento, i personaggi sembrano avanzare al rallentatore con una tecnica scenica molto studiata da Giovanni infatti vediamo una folla compatta e silenziosa che si muove spedita verso chi guarda.
E’ una barriera umana che cammina in linea orizzontale, l’artista abbassa il punto di vista così che le figure sembrino enormi e pare che debbano, marciando, uscire dal quadro verso gli spettatori, per coinvolgerli e renderli attivamente partecipi.
I movimenti sono sincronizzati come in una marcia non minacciosa, ma sicura e forte di sé e dei propri diritti.
Notiamo:
- l’uomo al centro cammina con passo deciso, ha una giacca sulla spalla, guarda davanti a sé e rappresenta il lavoratore cosciente dei diritti, è sicuro della sua dignità, non è aggressivo, ma con decisione guida il gruppo e ha forza.
- a destra di chi guarda c’è una donna che tiene in braccio il suo bimbo, cammina velocemente, sicura e seria, è la sua Teresa che rappresenta la famiglia, il futuro.
L’aspetto molto rilevante è che Teresa si trova sullo stesso piano dell’uomo, fatto estremamente rivoluzionario per tempi nei quali le donne non contavano troppo.
- L’altro uomo in primo piano è più anziano, meno centrale, ma sempre decisivo. Rappresenta l’esperienza, la continuità generazionale e la partecipazione collettiva di un intero popolo alla causa.
Fatto interessante è che Giovanni per realizzare questi tre personaggi usa dei veri modelli reali, come aveva imparato da Sanquirico, sono alcune persone del paese di Volpedo.
Di sicuro la madre col bimbo è Teresa, l’adorata moglie di Giovanni, i due uomini pare siano un certo Battista Caramelli al centro e l’altro un non ben identificato contadino del paese.
Giovanni è stato artista attento ai particolari, molto pignolo, aveva una cura maniacale e precisa dei gesti, delle espressioni del viso e degli abiti dei personaggi del dipinto.
Le mani che implorano dimostrano le richiese dei lavoratori, sono disarmate perché la protesta è decisa e giusta, ma non violenta.
La folla è lenta, ma avanza compatta perché chiede che le richieste siano soddisfatte.
L’Opera è di una straordinaria potenza e forza espressiva, trasmette grande emozione e coinvolge totalmente lo spettatore in un’azione di complicità e comprensione per la lotta eterna nella rivendicazione dei diritti dell’uomo.
Vorrei citare una frase della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino, mutuata dalla Rivoluzione francese del 1789, momento chiave per la nascita del Quarto Stato:
“Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti”

l quarto stato (293 x 545)
Olio su tela
1896-1901
Galleria d’Arte Moderna (GAM)
Milano

1 commento
Buongiorno e brava …
…leggevo le tue parole che illustrano il significato profondo dell’opera. Ero seduto in giardino, ascoltavo un allievo di mio figlio Domenico che suonava il pianoforte preparandosi per un concorso. Mi sono semplicemente emozionato.
E’ stato un momento di autentica bellezza.
Grazie.
Andrea