Una notizia arrivata dalla Turchia nei giorni scorsi ha scosso profondamente l’opinione pubblica: due adolescenti, uno di circa 13-14 anni e uno di 17, sono entrati armati a scuola in due diversi episodi, tentando un attacco. Nel caso più grave, il più giovane aveva sottratto il fucile al padre, ex poliziotto, e ha aperto il fuoco all’ingresso dell’edificio. Il bilancio è stato drammatico, con vittime tra gli studenti e un’insegnante che aveva tentato di proteggerli.
Di fronte a tragedie di questo tipo, la reazione immediata è cercare una causa, un colpevole, una spiegazione semplice. Ma la realtà è più complessa. Episodi di violenza giovanile estrema sono quasi sempre il risultato di un intreccio di fattori psicologici, familiari e sociali.
Viviamo in una società disorientata. Comprendere cosa vogliono i ragazzi è difficile, ma spesso lo è anche capire cosa vogliamo noi adulti. Come osservava Jacques Lacan, l’essere umano agisce per diventare oggetto del desiderio dell’altro. In altre parole, ciò che cerchiamo è riconoscimento: vogliamo essere visti, considerati, rispettati.
Negli ultimi decenni, il ruolo dei figli è cambiato profondamente. Se un tempo i bambini crescevano spesso nell’ombra, oggi sono al centro del sistema familiare. Sono pochi, spesso unici, e su di loro si concentrano aspettative, investimenti emotivi e proiezioni. Tuttavia, questa centralità convive con un paradosso: genitori sempre più impegnati, assorbiti dal lavoro e dalla pressione sociale, rischiano di essere emotivamente meno presenti.
Il risultato è una crescita segnata da oscillazioni: momenti di iper-visibilità, in cui il bambino viene idealizzato, alternati a fasi di invisibilità, in cui si sente trascurato. Secondo la letteratura psicologica, questa instabilità può contribuire allo sviluppo di fragilità narcisistiche, caratterizzate da un’immagine di sé grandiosa ma allo stesso tempo vulnerabile (Kohut, 1971; Kernberg, 1975).
Quando questa fragilità incontra la frustrazione, un fallimento, un rifiuto, una mancata conferma, alcuni ragazzi possono reagire attribuendo la colpa all’esterno. “Sono gli altri che non capiscono”, “sono gli altri che non vedono il mio valore”. Si tratta di un meccanismo difensivo noto, che consente di proteggere un’identità fragile scaricando la responsabilità.
Nel caso dell’adolescente coinvolto nell’attacco, dai suoi scritti emergerebbe proprio questa dinamica: un senso di superiorità accompagnato dalla percezione di non essere riconosciuto, nemmeno all’interno della famiglia. Una frattura che, nel tempo, si sarebbe trasformata in un pensiero distorto e violento.
Il dibattito pubblico tende spesso a individuare nei videogiochi o nei contenuti mediatici una causa diretta di questi comportamenti. In realtà, la ricerca suggerisce una lettura più articolata: l’esposizione a contenuti violenti può aumentare l’aggressività, ma soprattutto nei soggetti già vulnerabili (Anderson et al., 2010). Non è quindi la causa, ma un possibile fattore di rischio.
Più rilevante appare il contesto relazionale. Studi sullo sviluppo adolescenziale mostrano come la qualità della relazione con i genitori rappresenti uno dei principali fattori protettivi (Steinberg, 2001). Presenza emotiva, capacità di ascolto e coerenza educativa sono elementi fondamentali per aiutare i ragazzi a costruire un’identità solida.
Eppure, nella società contemporanea, la responsabilità educativa viene sempre più delegata alla scuola. Ma educare non è un compito che si può esternalizzare. Richiede tempo, attenzione, relazione.
A complicare il quadro contribuisce anche una cultura fortemente orientata alla performance. Successo, competizione, affermazione personale diventano parametri centrali di valore. Secondo alcuni studi, questa pressione può alimentare una visione del sé basata sul confronto costante con gli altri, rendendo il fallimento difficile da accettare (Twenge, 2006).
In questo scenario, la violenza estrema non nasce dal nulla. È spesso l’esito di una combinazione di fragilità individuale, carenze relazionali e pressioni sociali.
La risposta, allora, non può essere semplificata. Non esiste una soluzione unica, ma alcune direzioni appaiono chiare: ridurre l’enfasi sull’eccezionalità, restituire valore al limite, promuovere un riconoscimento autentico e non condizionato alla performance.
Soprattutto, è necessario tornare a guardare i ragazzi per ciò che sono: non “speciali” da esaltare né “problemi” da correggere, ma persone in crescita, che hanno bisogno di essere viste davvero.
E questo implica anche una riflessione sul ruolo degli adulti, in particolare dei genitori. In un tempo in cui si è chiamati a fare tutto, lavorare, realizzarsi, essere presenti, il rischio è quello di una presenza intermittente. Non assente, ma discontinua.
È forse proprio da qui che bisogna ripartire: da una presenza meno perfetta, ma più autentica.
Perché, in fondo, la domanda che attraversa queste storie resta sempre la stessa: chi ci vede davvero?

