Regia di Tarik Saleh
con Fares Fares, Lyna Khoudri, Cherien Dabis
Nelle sale dal 23 aprile
Un film politico non ha bisogno di essere anche un film militante. Tarik Saleh, regista egiziano che vive dal 2015 a Stoccolma, espulso dal suo Paese per le critiche espresse al regime, è arrivato al terzo capitolo di una trilogia che vi consiglio di recuperare. Dopo Omicidio al Cairo e La cospirazione del Cairo torna con una nuova storia, sempre ambientata nella capitale egiziana, che utilizzando le regole del cinema di genere, racconta una storia privata sullo sfondo di un complotto politico.

Un film appassionante che inchioda lo spettatore senza lasciargli un attimo di respiro.
George Fahmy (interpretato da Fares Fares, l’attore feticcio di Saleh) è l’attore più amato di tutto l’Egitto. Lo conoscono tutti, ha una vita agiata da divo di Hollywood, è corteggiato da registi, produttori, aziende che lo vogliono come testimonial e ancora di più dalle donne. Sposato, è infedele, senza alcun senso di colpa, con quella spregiudicatezza che contraddistingue spesso gli uomini di successo.

Tutto sembra andare nel migliore dei modi, la moglie è paziente, la giovane amante innamorata, i set e le feste riempiono di glamour la sua vita.
Quando all’improvviso gli arriva, per dirla con Coppola una proposta che non può rifiutare: il regime lo vuole protagonista di un film nazionalista, finanziato dal governo. Niente funziona, dal copione a tutta la troupe, il ruolo non gli permette nessuna libertà interpretativa, i servizi segreti cominciano a perseguitarlo, ogni sua azione è controllata e più cerca di smarcarsi più viene risucchiato dalla palude dei ricatti del potere.

Ed è qui che il film si eleva a un livello universale, mettendo al centro della storia il rapporto fra l’arte e il potere, fra la libertà e la carriera. Fra l’individuo e la società. Dire una volta di sì perché non se ne può fare a meno è come dire una bugia. Inevitabilmente ne seguiranno altre. Cedi, poi chiedi un favore anche se sai che qualunque

concessione avrà un prezzo.
Fares Fares anche se non gli assomiglia per niente, possiede la duttilità di un Mastroianni, quell’aspetto da uomo comune che rendeva l’attore italiano perfetto in ogni ruolo, proprio perché sapeva mettere da parte la sua personalità.
Le figure femminili sono tutte molto sfaccettate e sorprendenti. La più interessante è l’ultima amante che è anche la misteriosa moglie del generale che supervisiona il film. La storia proibita che intreccia con il protagonista entra con tutta la sua audacia nel film senza intaccare il meccanismo da spy story che anzi ne esce ancora più complesso.

Man mano che la vicenda si snoda anche lo spettatore si interroga sulle trappole del potere, scontrandosi con i meccanismi machiavellici di fronte ai quali l’uomo comune è per forza perdente.
Ci sono scene di massa degne di un kolossal, c’è il racconto del complotto contro Al-sisi e viene voglia di conoscere meglio la storia recente dell’Egitto, c’è l’industria del cinema al Cairo, ci sono i segreti dell’esercito e dei servizi segreti e c’è un magnifico personaggio che tallona il protagonista che in certi dialoghi riporta alla memoria I tre giorni del condor, il mitico film con Robert Redford.

Le aquile della Repubblica mette in scena quel gruppo di eminenze grigie che sostiene e circonda un capo, permettendogli si restare al potere e viene il dubbio che siano proprio loro veri sottili artefici dei destini di una nazione.
Da una parte il protagonista, attore vanesio e bugiardo patologico che ha sempre vissuto usando la sua furbizia, dall’altra i vertici del potere che lo annientano senza bisogno di mentire, anzi facendosi forza della verità. Ed è proprio questo dualismo un altro degli aspetti politici del film che analizza il potere in quanto tale, in questo caso una dittatura, ma gli stessi equilibri, si chiede lo spettatore, sono forse replicabili anche in qualunque altra situazione lavorativa e persino sentimentale? A voi la risposta.

Quindi, un intelligente e appassionante film che consiglio senza remore.
