DAVID LACHAPELLE (2003)
Jesus is My Homeboy: Sermon
TECNICA FOTOGRAFICA
Collezione privata
MILANO ( 2026)
David Lachapelle viene considerato, nel mondo dell’arte, un fotografo e artista tra i più visionari perché trasfigura la realtà in scenografie pop/kitsch, iperrealiste, di grande effetto e attualità; alcuni critici l’hanno soprannominato “il profeta surreale” del tempo presente, intendendo per presente il tempo attuale, l’oggi, dominato dalla solitudine delle persone soprattutto giovani e dalla grande incertezza del vissuto quotidiano che non ha più reali e consolidati punti di riferimento.
Questo nelle grandi città industriali, ma non soltanto.
Lachapelle nasce a Fairfield, in Connecticut (USA) l’11 marzo 1963, da ragazzo subisce diversi atti di bullismo per la sua diversità per cui scappa e va a New York dove si forma alla School of the Arts.
Ancora adolescente viene notato da Andy Warol, il re della Pop Art, che ne coglie il grande talento e gli commissiona un primo lavoro per la rivista Interview.
Diviene fotografo famoso e lavora per pagine di Vanity Fair, Vogue, Rolling Stone e GQ
Nel periodo newyorchese tra il 1990 e il 2000 è il fotografo scelto dalle star hollyvoodiane, ritrae personaggi come Madonna, Lady Gaga, Leonardo Di Caprio, Elton John, Eminem, Naomi Campbell, David Bowie e Michael Jackson su sfondi mega colorati estremamente stravaganti, surreali, con importante immaginazione.
Nel 1991, il New York Times scrive che Lachapelle sicuramente influenzerà il lavoro artistico di un’intera generazione, paragonandolo al grande e famoso fotografo Richard Avedon.
Nel 2006 è a Roma dove visita la Cappella Sistina di Michelangelo, è qui che avviene la svolta nella sua vita artistica, lascia la pubblicità e la moda commerciale per dedicarsi all’arte come visione personale futuristica, attraverso la fotografia, ma di contenuti profondi, molto spirituale e introspettiva, ispirandosi fortemente alle composizioni scenografiche e contenutistiche dei dipinti del Rinascimento.

L’opera “Jesus is my Homeboy” viene realizzata all’aperto, nella piazza Manhattan Bridge di New York a ricordare Piazza S. Pietro col suo colonnato del Bernini.
L’opera comprende una serie di fotografie che nascono dal servizio creato per una rivista inglese, divenendo poi una delle creazioni artistiche tra le più esaminate, lodate, ma anche dense di forti polemiche senza mai negarne la straordinaria forza espressiva.
La serie è composta da sei fotografie che interpretano in modo rivoluzionario e secondo uno stile assolutamente originale, unico e ricco di forti contenuti, le scene del Vangelo di Cristo, svolte però in contesti urbani e suburbani contemporanei, con riferimenti estetici al movimento Hip Hop.
Quella Hip Hop è una cultura/ movimento nati nel profondo Bronx, nei primi anni ’70, come risposta sociale alla povertà e alla disoccupazione, generatrici di molti conflitti tra gli abitanti della periferia dei quartieri afroamericani e latini nei luoghi degradati della City.
L’Hip Hop era una valida alternativa alla disperazione perché, creando una ben identificata identità espressiva, conteneva e incanalava in positivo la violenza e la disperazione delle bande che vivevano “on the road”.
Proprio a questa serie appartiene l’opera Sermon.
L’intento di Lachapelle è quello di rispondere alla domanda: ” Come sarà la seconda venuta del Cristo?
Ispirandosi alla scritta che appariva su una maglietta in voga in quegli anni tra i giovani, la sua risposta fu la stessa: “Gesù è il mio amico” immaginando che, come avvenne duemila anni fa, Cristo avrebbe sicuramente scelto di stare tra gli emarginati e i diseredati.
Vediamo quindi la scena in cui Gesù, con la veste chiara, in una bolla luminosa, così come l’hanno disegnata alcuni pittori del Rinascimento, parla a ragazzi di varie etnie in abiti da strada, così come parlava agli apostoli che altro non erano se non poveri pescatori, contadini ed esattori.
La scena si svolge in luoghi dimessi come certi ghetti desolati e deteriorati, ma con le luci potenti che somigliano a quelle di un palcoscenico.
L’artista costruisce i set come fossero la scena di un film quindi scatta tante volte fino a ottenere l’effetto desiderato, tecnicamente la sua forma d’arte è in stampa cromogenica ovvero un metodo fotografico a colori ottenuto con processi chimici, esposto poi alla luce quindi sviluppato.
Lachapelle instancabilmente crea, ordina, fotografa, ritrae e, come in una pittura, dipinge sulla tela fotografica. I toni dei colori restano morbidi e la qualità del prodotto è molto alta.
La sua opera sollecita pareri contrastanti: c’è chi la trova blasfema e oltraggiosa, chi invece la vive come critica al consumismo, all’ipocrisia e al degrado senza speranza delle metropoli, affrontando anche tematiche importanti come il razzismo, l’omofobia, la trascendenza e la religione.
Nell’opera possiamo osservare: Un interno disadorno, scenografico con muro di mattoni, arco e colonnato.
Gesù in piedi predica a ragazzi di colore e ragazzi latini seduti a terra, abbigliati con felpe coloratissime e cappuccio, bandane e fasce, jeans comodi e sneakers.
Il Cristo allarga le braccia verso i ragazzi così come viene ritratto in alcune opere dell’iconografia religiosa classica: “Lasciate che vengano a me”
La luce è calda e punta su di lui mentre il resto della scena è in penombra.
Somiglia al “Discorso della montagna” in altro contesto, qui è in un esterno barocco, quasi irreale, in una piazza o in un luogo di ritrovo di giovani problematici che si rivolgono intensamente a lui, in ginocchio o in piedi, chiedendogli di essere ascoltati e capiti.
In effetti, al di là delle critiche possibili, il messaggio dell’artista è un messaggio incisivo e forte di denuncia sociale, che ci parla di consumismo, d’ambiente, di emarginazione, di solitudine e soprattutto della disperazione silenziosa delle nuove generazioni.
Le sue opere si possono vedere a Roma al Palazzo delle Esposizioni, al Mudec di Milano e in molte prestigiose gallerie e musei di tutto il mondo. Sono battute da Sotheby’s e da Christie’s con valori di quotazione di mercato piuttosto alti in quando l’artista produce pochi esemplari per ogni creazione.
Concludo con una sua citazione:
“Non ho mai visto alcuna differenza tra l’essere fotografo o artista.
Se a qualcuno piace pensare che la fotografia sia arte, ciò è fantastico.
Lascerò che sia la Storia a decidere”

1 commento
Un omaggio di gratitudine a tutti i ragazzi e ragazze che nella sua infanzia l’hanno bullizzato, deriso, emarginato, reietto, respinto, dileggiato.
Perché se non l’avessero fatto non l’avrebbero costretto a scappare via da loro e a cercare altrove spunti e motivazioni alla propria eccelsa.Arte.
Lui è giustamente annoverato nell’empireo dei Grandi.
“Quegli altri”, invece saranno rimasti a trascinarsi nelle loro grigie esistenze perbeniste e preclusive.
Giustamente.