Regia di Michele Mally
3D Produzioni
Nelle sale il 20, 21 e 22 aprile
Egon Schiele. Ma anche Sigmund Freud e la nascita della psicanalisi, Franz Wedekind con la sua Lulù, Arthur Schnitzler che ci ha mostrato la potenza del sogno e ancora Gustav Klimt con le sue sensuali fantasie liberty.
La Vienna a cavallo fra ‘800 e ‘900 era animata da artisti e uomini di cultura che avrebbero lasciato il loro segno nella Storia e che sono punti di riferimento ancora oggi. In mezzo a loro passa fulminea come una cometa la stella di Schiele, nato nel 1890 e morto per colpa della spagnola (come la moglie Edith) a soli 28 anni nel 1918, in un’Europa dove il vecchio mondo stava lasciando lo spazio al nuovo. E dove sarebbe crollato l’impero austroungarico.

Il documentario ripercorre la vita e le passioni di Schiele che a 19 anni, diplomato prima del tempo all’Accademia, già aveva affinato uno stile inconfondibile. Una pittura febbrile (ha lasciato 400 quadri e migliaia di disegni e schizzi) concentrata soprattutto sui corpi, sensuali, scarnificati, potenti, osceni (subì processi per pornografia), ma anche disegni di paesaggi e fiori dove però esaltava l’appassire più che il lussureggiare.

Viveva e amava come se sapesse di avere poco tempo, non si fermava davanti a niente e non a caso il titolo del film fa riferimento al tabù. A un proibito che non è solo il sesso, che peraltro lo appassionava e forse lo ossessionava, ma anche alla morte, alla crudeltà, al disfacimento di corpi sempre contorti, solitari anche in coppia e mai in pace.
Ascoltiamo molte interviste a filosofi, critici d’arte e curatori di musei che certo ci propongono analisi interessanti sull’artista ma non riescono mai a raggiungere la forza espressa dalle opere, l’intensità dei nudi, gli sguardi delle modelle che sembrano sempre persi in un altrove misterioso, e poi i corpi femminili ritratti da una prospettiva particolare, il più delle volte osservati dall’alto.

Un modo per impossessarsi di seni, volti, intimità in magnifici potenti disegni che al tempo stesso trasmettono la sensazione che sia impossibile capire la femminilità fino in fondo. Più è svelata, più è violata, e più resta misteriosa.
Le donne furono cruciali per la sua vita e per la sua arte e ebbero il nome dell’adorata sorella minore Gerti, della modella prediletta, la libertina Wally e infine della amata moglie Edith, borghese ma acuta, libera e volitiva, che non riuscì a dargli quel figlio che forse avrebbe potuto pacificare i tormenti di Egon.

Il documentario è attento a inquadrare il periodo storico e lo fa con belle immagini d’epoca e con l’aiuto di rari filmati e frasi dei grandi personaggi di quegli anni. Fra le citazioni ce n’è una di Freud. Conosciuta ma che resta illuminante: “La civiltà è fondata sulla repressione degli istinti”. Ma non vale per gli artisti, la cui essenza più profonda sta proprio nel ribellarsi a questa imposizione. Klimt ebbe 14 figli e Schiele dedicò tutta la sua brevissima intensa vita a chiedersi fin dove poteva spingersi per capirla, la vita. Contando su quell’eterno ritorno a cui pensiamo ancora oggi
