Alcuni giorni fa, mentre viaggiavo con l’auto su una strada circondata dalla campagna osservavo l’esplosione straordinaria di colori nei prati e negli alberi, in parte dovuta alle piogge e al calore del sole che si erano alternati nella settimana precedente.
Tutti gli alberi da frutta, meli, peschi e pruni creavano grandi macchie di rosa e bianco come in una tavolozza naturale di rara bellezza, una vera gioia per gli occhi abituati da mesi al grigiore delle giornate invernali.
Tra tutti questi alberi forti ed esplosivi c’era di lato un piccolo albero, in gran parte rinsecchito e spoglio, stava in un angolo lontano dal filare allegro e potente del frutteto.
Nonostante fosse arido e contorto, in una parte dei suoi rami spuntavano dei bellissimi fiori bianchi, era un vecchio pruno selvatico che aveva resistito agli insulti dell’inverno e fioriva, solo in parte, nonostante fosse piuttosto malconcio.
Lo faceva con forza e determinazione, non accettando la sua condizione generale piuttosto sciupata e provata da anni di incuria e intemperie.
I suoi fiori, seppur pochi, erano belli, folti e di grande vigore.
Mi ha colpito, tanto che mi sono fermata sul ciglio della strada per ammirarlo.
La natura non smette mai di produrre energia positiva anche se attorno a sé gli uomini creano distruzione, guerre e devastazione.
Troppe volte le esperienze della vita ci mettono davanti a prove dolorose e difficili da superare: dolori, separazioni, perdite, malattie. Ci si chiede di rinascere da noi stessi, superando gli ostacoli che ogni giorno sembrano insormontabili.
Sono quelli i momenti di resilienza che dobbiamo essere in grado di affrontare e gestire con la stessa forza e determinazione di quel pruno selvatico.
Non è facile, ma è l’unica via che abbiamo per rinascere e ritornare a vivere.
Essere forti come quell’albero non significa negare il dolore, ma riconoscerlo e imparare a come gestirlo, decidendo di riprendere in mano i pezzi rimasti integri per rigovernare la vita che verrà.
Questo non vuol dire non soffrire, ma adattarsi per non spezzarsi, come fanno le canne dei canneti che non resistono spavaldi al vento che li può spezzare, ma si piegano, lo lasciano passare poi si rialzano più forti di prima.
Non dobbiamo reprimere il dolore, ma provarlo, viverlo anche col pianto e la tristezza che sono modi utili per scaricare la grande tensione emotiva.
Manteniamo le nostre abitudini, i riti del quotidiano possono aiutarci a ritrovare il controllo e la stabilità.
Cerchiamo di non stare da soli, gli amici e le persone che ci sono vicine ci possono dare una mano per ridurre il senso di vuoto e di paura.
Lavoriamo su di noi, elaboriamo il dolore riflettendo su ciò che siamo rimasti nonostante le ferite e i traumi, troviamo un senso alle esperienze drammatiche che abbiamo vissuto e, se possibile, trasformiamo i traumi in opportunità per crescere ancora come persone.
Mi piace citare la frase di Gabriel García Márquez nel romanzo “L’amore ai tempi del colera”:
“Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce,
ma la vita li costringe ancora molte altre volte a partorirsi da sé”.
