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    Home»Costume e società»Cultura»Film»I pugni in tasca
    Film

    I pugni in tasca

    DolsBy Dols04/04/2026Updated:04/04/2026Nessun commento6 Mins Read
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    Il 1965 è stato un anno di svolta, segnato dall’inaugurazione del Traforo del Monte Bianco il 16 luglio, la chiusura del Concilio Vaticano II da parte di Papa Paolo VI e l’intensificazione della Guerra del Vietnam con l’aumento delle truppe USA. Gianni Morandi cantava Ero un ragazzo che come te…È l’anno della morte di Winston Churchill e Malcolm X, e dell’inizio della rivoluzione culturale in Cina. I Beatles arrivarono in Italia. A Sanremo vinse Bobby Solo con il brano Se piangi se ridi.

    di Adriana Moltedo

    Marco Bellocchio a soli 26 anni faceva i suo primo film  in B/N a Piacenza.

    I pugni in tasca, regia e sceneggiatura di Marco Bellocchio, con Lou Castel, Paola Pitagora, Marino Masé, Liliana Gerace, Pier Luigi Troglio, Jenny MacNeil, Irene Agnelli, Mauro Martini, Gianni Schicchi, Alfredo Filippazzitorna, Soggetto, Fotografia di Alberto Marrama, Giuseppe Lanci – operatore, Musiche di Ennio Morricone, Montaggio di Silvano Agosti, Scenografia: Gisella Longo, Costumi di Rosa Sala.

    E’ al cinema l’esordio del regista in occasione del 60° anniversario. L’opera è considerata un manifesto di ribellione giovanile contro l’autorità e le tradizioni soffocanti, in grado di anticipare i fermenti del ‘68.

    Bellocchio, scrisse la sceneggiatura di I pugni in tasca quando era studente. Per girarlo, usò denaro preso in prestito dai suoi familiari e girò il film nella casa di campagna di sua madre, dove aveva trascorso l’infanzia.

    In una decadente villa della montagna piacentina vive una famiglia borghese la cui direzione è affidata, più che alla madre cieca, al maggiore dei quattro figli, Augusto, che, fidanzato da tempo ad una ragazza di città, attende con ansia il momento di abbandonare la casa per formare una propria famiglia nel capoluogo. Nella casa vivono: Leone, il più giovane dei fratelli, epilettico ed incapace di ragionare; Giulia, la quale, anche se apparentemente più normale, è a sua volta malata e psicologicamente ferma ad una preadolescenza che la lega morbosamente a Sandro.

    Questi, a sua volta pazzo ed epilettico, ha una mente lucida nel concepire diabolici piani tendenti a sopprimere i familiari. Sandro, quando se ne presenta l’occasione, spinge la madre in un burrone, affoga nel bagno Leone, e, dopo aver rivelato le sue prodezze alla sorella Giulia, si allea con la medesima per uccidere Augusto. Ma la fredda determinazione di Sandro atterrisce Giulia che, temendo di rimanere vittima della mania omicida del fratello, non interviene a salvarlo nel corso di una letale crisi del suo male.

    Il film di questo regista ventiseienne è molto più di un atto ribelle e rabbioso. È una specie di spirale disperata, l’osservazione di un ciclo perfetto, quasi naturale: un fiore che sboccia, appassisce e muore. Ed è per questo che c’è già tutto dentro.

    La passione e la freddezza, il fremito e la lucidità, l’insofferenza delle regole e il nitore di un classico predestinato. Ed è sempre per questo che I pugni in tasca sembra un po’ la trappola, magnifica e terribile, di Bellocchio.

    Il film che contiene in sé tutto il cuore pulsante del suo cinema futuro. Ma anche il gorgo dal quale non riuscirà mai a uscire del tutto. L’opera della rivelazione, ma anche quel macigno di paragone che peserà su tutto l’avvenire. Sulla stessa percezione di Bellocchio, che tornerà lì ogni volta, a confrontarsi con le sue immagini e i suoi mostri e solo con essi. Solo con sé stesso.

    In fondo in tutto il cinema di Bellocchio c’è un movimento incontrollato, uno slancio che scuote dalle fondamenta una realtà che ambisce o è condannata a essere immobile, una struttura gerarchica, ordinata, un’istituzione insomma. Come fosse tutto uno “scarto” partito da quest’altare della patria.

    Non è vero che ne I pugni in tasca nessuno dei personaggi sia normale. O meglio, o lo sono tutti, nella loro supina accettazione dello stato delle cose, o non lo è nessuno, per cecità, ipocrisia, paura, o poco importa chissà cos’altro. Ma se non tutti son folli, allora tutti sono normali.

    Come in un labirinto stretto e sterrato, o un infinito gioco dell’oca. La trappola è pronta. E l’unica eccezione sembrerebbe essere Ale che, pur tra ripensamenti e risoluzioni improvvisate, è l’unico a tentare l’assalto al suo sclerotico universo familiare, per mandarne all’aria tutto il portato di compromessi, quel grumo di incomprensioni, ipocrisie, storture, incesti.

    È Ale il movimento eversivo che si rispecchia nella mobilità incessante, vitale e epilettica del corpo di Lou Castel, anche lui in trappola.

    È Ale l’anormale, il portatore insano di devianza. Ma la sua furia iconoclasta è destinata a essere riassorbita dall’istinto di conservazione del sistema. L’eccezione torna alla regola più grande. Che è quella della morte, del cinema/set insuperabile.

    Perciò I pugni in tasca è e resterà il film più perfetto di Bellocchio. Perché in esso la forma e la materia si saldano in prigione. Non si esce da qui.

    Il titolo del celebre film del 1965 di Marco Bellocchio simboleggia l’impotenza, la frustrazione e la disperata volontà di distruggere le convenzioni familiari e sociali, mantenendo però una facciata di normalità o rassegnazione.

    Tenere i pugni chiusi in tasca significa voler colpire ma non poterlo fare, simbolo di una rivolta interiore che si trasforma in malattia o atti estremi e sconsiderati. Il film descrive la famiglia come una gabbia, un luogo di perbenismo e disfunzioni dove l’individuo si sente soffocare.

    Il protagonista Alessandro tenta di “liberare” la famiglia dai pesi, i membri più deboli o malati, attraverso atti criminali, mosso da una visione cinica e nichilista.

    Il film è stato restaurato dai laboratori della Cineteca di Bologna e nella versione attuale riporta l’opera nella sua versione integrale, reintegrando la sequenza dello scandaloso bacio tra fratello e sorella, ai tempi di uscita censurato.

    Il regista inizia a provocare lo spettatore fin dai primi fotogrammi, mettendo in scena la follia, la decadenza fisica e psicologica, per finire con una scena potente e indimenticabile che può essere paragonata a un esorcismo, il tutto accompagnato dalla melodia di un’aria de La traviata di Verdi.

    Bellocchio vide e previde il dramma di un’intera generazione, che ancora oggi può offrirci intuizioni e riflessioni interessanti.

    Pasolini, affermò che Bellocchio “rappresenta un’alternativa culturale ai dieci anni che ci hanno preceduti” e paragonò il suo linguaggio cinematografico a una prosa con elementi di poesia.

    moltedo-film

    Adriana Moltedo

    Esperta di cinematografia con studi al CSC Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Ceramista, Giornalista, Curatrice editoriale, esperta di Comunicazione politico-istituzionale per le Pari Opportunità. Scout.

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