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    Home»Costume e società»La generazione fragile
    Costume e società

    La generazione fragile

    Nurgül COKGEZİCİBy Nurgül COKGEZİCİ03/04/2026Updated:03/04/2026Nessun commento4 Mins Read
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    La generazione fragile: davvero abbiamo cresciuto ragazzi troppo deboli o non abbiamo insegnato loro a stare nel mondo?

    C’è un video che circola sui social: un ragazzo di trent’anni piange per un bicchiere di latte. Dice di sentirsi un peso, di non essere riuscito a realizzarsi, di pesare sulla famiglia. Non è il latte il problema. Non è nemmeno l’età. È il dolore di sentirsi inutile, di non trovare posto nel mondo, di percepirsi come un fallimento.

    Guardando scene come questa, la reazione immediata di molti adulti è sempre la stessa: abbiamo cresciuto ragazzi troppo fragili. Troppo protetti, troppo accuditi, troppo aiutati. Una generazione che non sa affrontare la frustrazione, che si vergogna facilmente, che crolla davanti a una critica, che non riesce a reggere il peso della vita adulta.

    Ma la domanda vera non è se questi ragazzi siano fragili. La domanda vera è: cosa è successo nel mondo in cui sono cresciuti?

    I giovani nati tra gli anni Novanta e i Duemila non sono cresciuti in un contesto stabile. Hanno visto crisi economiche, precarietà lavorativa, competizione continua, confronto sociale costante attraverso i social media, aspettative sempre più alte e una società che misura il valore delle persone quasi esclusivamente attraverso il successo e la realizzazione professionale. Il messaggio implicito è stato chiaro: devi farcela, devi realizzarti, devi essere qualcuno. Ma allo stesso tempo il mondo è difficile, instabile, competitivo.

    Questo crea una tensione profonda. Da una parte il desiderio di crescere e diventare autonomi, dall’altra la paura di non essere all’altezza. Da una parte la spinta a fare, dall’altra la vergogna di fallire.

    Molti genitori, vedendo un mondo più complesso e più duro rispetto al passato, hanno cercato di proteggere i figli. Hanno fatto quello che ogni genitore farebbe: hanno dato supporto, accudimento, sicurezza, presenza. Hanno cercato di evitare loro sofferenza. Non per indebolirli, ma per amarli. Eppure, senza volerlo, questa protezione ha spesso ridotto lo spazio per l’autonomia e per l’allenamento alla frustrazione.

    La fragilità che vediamo oggi non nasce solo da troppo amore. Nasce da una combinazione di iperprotezione, ansia sociale, pressione alla prestazione e mancanza di spazi graduali di crescita autonoma. Non è una generazione debole: è una generazione molto sensibile, molto consapevole e allo stesso tempo molto esposta al giudizio.

    Il punto centrale è la vergogna. Molti giovani adulti oggi non si sentono semplicemente in difficoltà: si sentono un peso. E sentirsi un peso è una delle emozioni più dolorose che una persona possa provare. Significa percepirsi come inutile, come un problema, come qualcuno che non restituisce abbastanza. In una società che lega il valore alla produttività, non lavorare o non essere autonomi diventa quasi una colpa morale.

    Quando un ragazzo piange per un bicchiere di latte, non sta piangendo per il latte. Sta piangendo perché sente di non meritare nemmeno quel gesto di cura. Sta piangendo perché dentro di sé ha costruito l’idea di essere di troppo.

    La soluzione non è smettere di proteggere o diventare più duri. Non è nemmeno accusare i giovani di fragilità. La soluzione è trovare un equilibrio nuovo tra sicurezza e responsabilità. I ragazzi hanno bisogno di sentirsi amati e sostenuti, ma anche di essere accompagnati gradualmente verso l’autonomia. Hanno bisogno di piccoli fallimenti, di responsabilità reali, di spazi in cui possano sbagliare senza sentirsi distrutti. Hanno bisogno di imparare che la frustrazione non è una catastrofe, ma una parte normale della crescita.

    Serve un cambio di prospettiva culturale. Dobbiamo smettere di misurare il valore delle persone solo in base al successo economico o professionale. Dobbiamo insegnare che crescere richiede tempo, che il fallimento non è una condanna, che il percorso di ognuno è diverso. E soprattutto dobbiamo restituire dignità alla lentezza e alla costruzione graduale della vita adulta.

    Questi ragazzi non sono persi. Sono in transizione. Sono una generazione che sente molto, che soffre molto, ma che ha anche grandi risorse: empatia, sensibilità, consapevolezza emotiva, desiderio di senso. Se accompagnati con equilibrio, possono diventare adulti più umani, più attenti alle relazioni, più consapevoli del valore della vita.

    Forse la domanda non è “come abbiamo fatto a crescere ragazzi così fragili”.
    Forse la domanda giusta è un’altra: come possiamo aiutarli a diventare adulti forti senza perdere la loro sensibilità?

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    Nurgül COKGEZİCİ

    Nurgul Çokgezici nasce nel 1984 in Kurdistan, nella regione dell’Anatolia. All’età di 9 anni, a seguito della diaspora curda degli anni ’90, si trasferisce in Italia, dove intraprende il suo percorso di integrazione e formazione. Completa gli studi elementari, medie e superiori in Italia, dimostrando fin da subito una forte dedizione all’inclusione. Successivamente, si laurea in Mediazione Linguistica presso l’Università UNIUMA (Umanitaria), per poi specializzarsi in Linguistica Moderna. La sua carriera accademica e professionale si distingue per una forte vocazione all’interculturalità e all’educazione inclusiva. Nurgul Çokgezici è oggi una figura poliedrica: mediatrice linguistico-culturale, psicologa, pedagogista ed educatrice socio-pedagogica. Da anni lavora nelle scuole, promuovendo progetti educativi finalizzati all’integrazione e all’inclusione. Esperienze Professionali Come mediatrice linguistico-culturale, ha collaborato con le commissioni territoriali per la protezione internazionale, operando in quasi tutte le regioni italiane. Ha inoltre svolto attività come mediatrice e interprete giurata in tribunali, prefetture, questure, ospedali e consultori, offrendo supporto a persone in situazioni di vulnerabilità.

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