Abbiamo seguito l’audizione delle rappresentanti di Udi nazionale alla commissione Affari costituzionali della Camera, nella fattispecie le dottoresse Alida Castelli e Vittoria Tola.
Nel 2025 in Italia lavora 1 donna su 2. Se la donna abita al Sud ne lavorano 1 su 3. Se le donne sono giovani hanno tassi di occupazione minori, pur con livelli di istruzione maggiori rispetto ai colleghi maschi e con stipendi inferiori.
Le donne lavoratrici che percepiscono stipendi part-time sono la maggioranza (sia volontario che involontario) e sono di solito segregate in lavori a basso reddito. Se poi sono single o madri single sfiorano la povertà. Se vivono in città come Milano, la situazione e il rischio di esclusione e marginalità sociali peggiorano.
Tutto questo, anche a sistemi previdenziali vigenti, vuol dire bassa pensione, e per le prossime generazioni potrebbe andare anche peggio.
Ora, il Governo adotta la Direttiva (EU) 2024/1499 del Consiglio, del 7 maggio 2024, e la Direttiva (UE) 2024/1500 del Parlamento Europeo che introducono un quadro giuridico vincolante in materia di organismi di pari opportunità.
Torno sul tema delle consigliere di parità perché è importante non abbassare l’attenzione e diffondere consapevolezza in merito a cambiamenti in atto che riguardano i diritti di ciascuno/a in materia di lavoro.
Ne avevo parlato ampiamente qui e qui.
Nei giorni scorsi si sono svolte le audizioni in commissione Affari Costituzionali della Camera, alcune considerazioni e aggiornamenti vanno fatti.
L’attuazione delle direttive europee in tema di organismi per la parità (c.d. equality bodies) poteva e doveva essere l’occasione per parlare di discriminazioni e sistemi di prevenzione ed intervento di tali atti. Quale occasione migliore di consultazione e conoscenza dei presidi a tutela delle discriminazioni? Metodologia assunta da altri Paesi che poteva aprire un dibattito tra associazioni, organizzazioni dei lavoratori ecc. Tutto questo non è avvenuto e non sta avvenendo nella società civile italiana e resta una tematica ancora una volta tra addetti ai lavori. Eppure i diretti e le dirette interessate/i sono persone in carne ed ossa, dipendenti di aziende italiane che nulla o poco sanno dei propri diritti evidentemente. Così inizia il suo ragionamento Alida Castelli, già Consigliera di parità della Regione Lazio dal 2003 al 2017 e audita in commissione Affari Costituzionali per conto di UDI, insieme a Vittoria Tola. Castelli aggiunge che al punto 46 della direttiva si afferma: “La presente direttiva stabilisce requisiti minimi e offre quindi agli Stati membri la possibilità di adottare o mantenere disposizioni più favorevoli. L’attuazione della presente direttiva non dovrebbe servire per giustificare un regresso rispetto alla situazione esistente in ciascuno Stato membro”.
L’impegno del Governo italiano dovrebbe essere essenzialmente questo, non tornare indietro. Invece, sopprimendo i livelli territoriali delle consigliere di parità (regionali, provinciali e metropolitane), si va verso un depauperamento del tessuto di intervento antidiscriminazioni. Rispettare e addirittura migliorare i requisiti minimi così come si evince dall’art. 20: “Gli Stati membri possono introdurre o mantenere disposizioni più favorevoli dei requisiti minimi previsti dalla presente direttiva. L’attuazione della presente direttiva non può in alcun caso costituire motivo di riduzione del livello di protezione contro la discriminazione già predisposto dagli Stati membri nelle materie trattate dalle direttive 2006/54/CE e 2010/41/UE”. Come si potrà verificare che non ci sia stato un peggioramento delle condizioni pregresse all’adozione delle direttive europee? Si chiede Alida Castelli.
Concludendo, aggiunge: “non vorrei che questa “operazione di innovazione obbligatoria” si rivelasse solo una innovazione truccata da vecchio ed un ritorno indietro per le pari opportunità”.
Non vorremo certo smarrire un ricco patrimonio costruito in decenni di attività di rete sui territori e al fianco delle persone discriminate? Perché gettare alle ortiche tutto questo bagaglio di esperienza ed accentrare tutto a Roma con un organismo di garanzia unico per tutta Italia?
Infine, siamo sicuri che unificare le due direttive sia stata una buona idea? Perché mettere insieme in un unico organismo antidiscriminazioni multiple e complesse di genere e le funzioni antidiscriminazioni razziali (UNAR)?
L’Italia non ha ancora creato un’istituzione nazionale indipendente per i diritti umani, nonostante gli impegni assunti dal Paese in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dicono le raccomandazioni ricevute dal Comitato CEDAW e dalla prima e seconda Revisione Periodica Universale del Consiglio per i Diritti Umani ONU.
L’indipendenza di tale nuovo organismo per la parità dovrà essere tutta costruita e valutata attentamente.
Le consigliere istituite sul territorio nazionale con decreto 196/2000 che ha disciplinato questi pubblici ufficiali che promuovono azioni stragiudiziali, interventi diretti per la rimozione di discriminazioni singole o collettive ecc. Perché non dotare queste figure territoriali e nazionali di risorse adeguate? Invece dal 2000 anno in cui venne adottata la legge che istituiva le consigliere di parità regionali e provinciali in una rete con la consigliera di parità le risorse di anno in anno sono state ridotte, quasi azzerate. Il colpo di grazia: nel 2015 con il Dlgs 151/2015, ovvero il Jobs Act, è stata definitivamente modificata la figura delle Consigliere di Parità soprattutto a livello locale svuotandole del potere e del ruolo che era conferito loro.
Eppure i compiti erano importanti: individuazione delle discriminazioni, costituzione in giudizio al fianco o al posto della lavoratrice, richiesta di rimozione delle discriminazioni senza andare in giudizio.
Quindi, verrebbero meno le antenne territoriali delle consigliere di parità, sostituite da un Organismo unico e centralizzato per la parità che esercita le funzioni sull’intero territorio nazionale, con particolare riguardo alle zone rurali e remote, e garantisce l’accesso ai propri servizi su base paritaria e gratuitamente, escludendo ogni tipo di barriera alla presentazione di denunce, anche mediante accomodamenti ragionevoli a beneficio delle persone con disabilità”. Una Pec, quindi, secondo il Governo, sostituirebbe egregiamente la relazione umana diretta tra consigliere e vittime di discriminazioni. Ottima considerazione se non fosse che iniziare l’iter è già complicato, ricco di timori e incertezze, figuriamoci a distanza.
Chiediamo al governo di modificare il testo di legge, come richiesto unanimemente, perché sia coerente ed efficace rispetto all’obiettivo reale della parità di trattamento!”
Dopo le audizioni cosa è accaduto?
Facciamo il punto della situazione. Il 31 marzo 2026, la Commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato un parere significativo riguardante lo schema di decreto legislativo per l’attuazione delle direttive UE 2024/1499 e 2024/1500. Qui il resoconto della discussione.
Roberta Mori, portavoce nazionale delle Democratiche, ha introdotto la conferenza stampa di giovedì 2 aprile, per aggiornare a proposito del decreto legislativo sulla riforma delle consigliere di parità, parlando di “interpretazioni sbagliate e semplicistiche sull’applicazione delle direttive UE. Dopo le audizioni in commissione, sembra che siano state salvate le consigliere territoriali. Le direttive europee fissano dei requisiti minimi per indipendenza, efficacia e autonomia. Non si possono abbassare le tutele ed è vietato un regresso. Non possiamo permetterci di perdere le competenze specifiche delle consigliere di parità.
Il governo sta recependo le direttive con un’idea fredda, centralistica delle pari opportunità. Si legifera senza tener conto di quanto già in atto. Ci si dimentica delle donne e delle discriminazioni che affrontano nel mondo del lavoro. Il 15% delle donne ha discriminazioni o molestie sul lavoro, 1 donna su 4 non ne parla con nessuno e solo il 2% denuncia.
Abbiamo messo in atto una solida e puntuale contrapposizione fondata sul merito: con il testo parere alternativo sono state espresse le critiche al decreto attuativo governativo. Il principio di uguaglianza sostanziale dell’art. 3 è fondamentale. Gli organismi di parità non devono arretrare, ma progredire con risorse certe e cospicue.
Valentina Ghio, deputata PD, ha affermato: “il sistema doveva rafforzare la tutela delle donne. Invece si è proceduti a un regresso delle tutele contro le direttive europee. Abbiamo sventato il tentativo di tagliare le consigliere territoriali di parità. Ora bisogna cercare di continuare la battaglia con il potenziamento delle tutele.
Sara Ferrari, deputata PD, ha aggiunto: “il decreto legislativo attuativo delle direttive su discriminazioni multiple e su discriminazioni di genere: in commissione affari costituzionali. La direttiva doveva potenziare gli organismi di parità. Il governo, con il decreto legislativo in questione, di fatto ha dettato disposizioni tali da violare le direttive europee, poiché è regressivo. Il decreto prevede l’unificazione di UNAR all’organismo delle consigliere di parità. Il Cda del nuovo organismo centrale per la parità dovrebbe essere guidato da 5 persone, nominate dal governo e quindi quale autonomia dal potere politico potrebbe mai esserci? Il vulnus: la cancellazione di una realtà territoriale che copre capillarmente il Paese, con il rischio di smantellare il massimo accesso ai servizi che la direttiva chiede. Si è rischiato un danno, di violare le direttive. E’ una gravissima occasione persa, in un Paese dalla pessima qualità dell’occupazione femminile, con una quota bassa di donne che partecipano al mondo del lavoro. Molestie, demansionamenti, quale protezione? Ad oggi la commissione ha votato il parere di maggioranza che ha dovuto mantenere il mantenimento delle consigliere di parità territoriali dopo tutte le audizioni. L’occasione persa è notevole, non si sa ancora con quali finanziamenti e autonomia lavoreranno le consigliere di parità territoriali con il livello centrale, che è un organismo scelto attraverso l’accordo tra i due presidenti di Camera e Senato (i vertici del cda sarebbero nominati da figure espressioni della maggioranza di governo)”.
Susanna Camusso, senatrice PD, ha affermato che “l’opposizione ha lavorato congiuntamente e votato contro la bozza di testo del decreto governativo. Le audizioni alla Camera e al Senato hanno inciso ma non basta. Il rischio infrazione continua a essere possibile pur avendo mantenuto le consigliere di parità territoriali: i criteri di nomina non assicurano indipendenza e trasparenza del nuovo organismo. Il testo del decreto è costruito per far apparire che nelle statistiche le discriminazioni non esistono. Non ci sono i compiti e le risorse delle consigliere di parità, non ci sono più azioni per la promozione del superamento di situazioni discriminatorie collettive. Il Governo vuole affermare una narrazione secondo cui in fondo le donne se la cercano sempre, che non c’è discriminazione di fatto, che le donne provocano.
Colpisce una politica che sistematicamente non dà risposte alle donne tutte, per provare a rimuovere le discriminazioni. Significa mantenere uno status quo in cui la violenza economica è parte di un disegno complessivo. Hanno messo un cerotto parziale sulla rete delle consigliere di parità territoriali. I pareri delle commissioni su atti di governo sono consultivi e non vincolanti. Bisogna vigilare sull’iter e per riconquistare i compiti peculiari della rete delle consigliere di parità territoriali di parità”.
Chiara Gribaudo, deputata PD, si è soffermata sulla direttiva sulla trasparenza salariale: “nel recepimento facciamo dei grandi passi indietro, nonostante le audizioni. Il governo avrebbe potuto esprimere delle condizionalità, questo vuol dire non vincolare il governo al rispetto delle norme vigenti (codice p.o. sui luoghi di lavoro). Oggi c’è più attenzione sul gender pay gap, servono politiche adeguate sostenute economicamente. Oggi è previsto il report biennale per le aziende con più di 50 dipendenti. Occorre abbassare il numero di dipendenti per l’applicazione della direttiva. Così come è importante passare a una idea di condivisione della cura.
Serve un salto di qualità nel confronto parlamentare che è stato negato. La direttiva recepita esclude i contratti precari, apprendistato, lavoro intermittente, lavoro domestico. Non si sostiene l’azione di andare a trovare laddove più si annidano gli elementi discriminatori. La contrattazione nazionale non è discriminatoria, ma è sugli elementi accessori che si doveva incidere per intervenire sul gender pay gap. Vogliono smantellare le tutele esistenti. Dobbiamo continuare a far sentire la nostra voce. Dobbiamo ricordare che questo è un governo che non vuole aiutare le donne, ma vuole smantellare i diritti acquisiti”.
Siamo all’80mo anniversario del voto alle donne, storia trasversalità delle conquiste delle donne, sin dalle Costituenti. Si è cercato di creare una frattura nelle conseguenze, non considerando e volendo annullare la rete territoriale. La territorialità è collegata alla prossimità di intervenire e di essere efficaci. C’è il tentativo di burocratizzare l’organismo. Questo governo ha un’idea verticale e verticistica del potere. Va a minare il concetto di rappresentanza, che andrebbe allargata. C’è stata una inversione a U rispetto ai principi del PNRR sulla parità e sulle condizioni per ottenere i finanziamenti.
Tonia Stumpo, consigliera di parità della Regione Calabria, è netta: “Le infrazioni restano tutte in piedi. Nessuna attenzione all’indipendenza dell’organismo centrale i cui vertici dovrebbero essere nominati dai vertici di Camera e Senato sulla base di competenze non ben definite. Il decreto non risolve quanto previsto dalla direttiva del 2024: richiesta e condizione di non dipendenza dalla politica dell’organismo di parità.
Il 19 maggio ci dovrebbe essere la seconda lettura del decreto governativo sui nuovi organismi di parità.
Non vi sono certezze su remunerazione e finanziamento dei livelli territoriali, né sulle modalità di continuità della loro azione. Penso che a questo punto noi come consigliere di parità presenteremo le domande con i nostri curricula presso le presidenze di Camera e Senato affinché si conoscano le competenze vere delle consigliere territoriali. Perché non esistono solo le amiche degli amici”, lasciando intendere che le nomine dovranno continuare a essere attribuite non per vicinanza politica, ma per reali competenze acquisite sul campo.
