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    Home»Pari opportunità»I congedi paritari e l’uguaglianza di genere
    Pari opportunità

    I congedi paritari e l’uguaglianza di genere

    simonasforzaBy simonasforza31/03/2026Updated:31/03/2026Nessun commento9 Mins Read
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    Alessandra Minello, demografa sociale del dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova, studia le differenze di genere in Italia e in Europa declinate in vari ambiti. Con Tommaso Nannicini nel 2024 ha pubblicato “Genitori alla pari”, edizioni Feltrinelli.

    L’articolo 37 della nostra Costituzione, parla della madre lavoratrice e della protezione di madre e bambino. Del padre non si parla. Solo nel 2000 con la legge 53 si introdurrà il congedo parentale esteso agli uomini. Alle madri spettano 5 mesi di congedo di maternità obbligatorio. Su questo penso siamo tutti e tutte d’accordo, ovviamente si può migliorare sempre. Qui un articolo di Save the children sui diritti dei padri, che può aiutare a comprendere lo status quo.

    Io mi sono recentemente posta il quesito su come viene percepita dalle donne l’idea di varare congedi parentali paritari e obbligatori per i padri. Dopo che la proposta di 5 mesi di congedo si è arenata, mi sono confrontata con la mia bolla social. Avevo delle sensazioni positive, ma qualcosa evidentemente non collimava. Ne è emersa molta paura da parte di alcune madri, di perdere qualcosa, compresi i diritti acquisiti, ma non solo. Nonostante, i congedi paterni allo studio non prevedano riduzioni dei periodi di congedo materno, qualcosa non convince di questa novità e proposta. La si vive come qualcosa di tecnico e slegato dalla realtà e dai desideri. Eppure, è innegabile un movimento che progredisce verso formule più ampie di collaborazione nella crescita di un figlio.

    C’è a mio avviso da un lato la volontà di condividere in alcune donne, in altre il timore di perdere uno status, quello di caregiver principale. Eppure una condivisione maggiore farebbe bene anche ai figli, oltre che a madri e padri.

    Oggi, ci troviamo all’interno di un cambiamento epocale e dobbiamo saperlo attraversare con maggiore coraggio e serenità. Per non farci travolgere da paure, ansie e rigurgiti del passato che non sempre ha apportato benefici.

    “Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, in Italia il 74% delle ore di cura della famiglia grava sulle spalle delle donne. Ancora una volta. la situazione peggiora quando si confrontano genitori e non. Secondo l’Istat le donne lavoratrici contribuiscono al lavoro di cura familiare con 2 ore e 48 minuti in più al giorno rispetto agli uomini lavoratori, un divario che sale a 4 ore e 12 minuti quando ci sono bambini in casa. Nell’arco di un anno, tra le madri e i padri che lavorano, c’è un divario di 64 giorni passati – solo dalle prime – a svolgere lavori di cura non retribuiti tra le mura domestiche. (…) Una madre lavoratrice, rispetto a un padre lavoratore passa due mesi dell’anno in più a prendersi cura della famiglia, mentre lui legge, studia, va in palestra prende una birra con gli amici, gioca a calcetto col capo da cui dipende la sua promozione. Donna uguale cura: è questa l’equazione – errata – su cui si basa la nostra cultura collettiva, o almeno quella tradizionale “. Ma non ci sono fondamenti scientifici alla base di questa associazione. 

    “già nel 1978 la sociologa e psicanalista statunitense Nancy Chodorow dimostrava l’assenza di prove empiriche di una diversità biologica tra donne e uomini che potesse tradursi in una diversa attitudine alla cura. Nemmeno l’impossibilità maschile di partorire e allattare giustifica la mancanza di condivisione di tutti gli altri comportamenti legati alla cura. Invece. fin dalla tenera età, bambine e bambini vengono socializzati in ruoli e attività di genere distinti, in cui alle ragazze vengono insegnate abilità legate alla cura, all’empatia e alla gestione delle relazioni, mentre i ragazzi vengono spinti verso attività più orientate all’azione e all’indipendenza. E un bombardamento continuo di immagini e ruoli stereotipati, da cui difficilmente si riesce a sfuggire. Una volta c’erano i cowboy e e Barbie, oggi ci sono Pokémon e unicorni, ma il risultato non cambia. E la cultura che agisce, non la biologia”.

    Quanto tempo ci vorrà per avere un equilibrio di genere nel lavoro retribuito e non retribuito. Chissà quanto si dovranno trasformare le relazioni. 

    “L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha stimato che ci vorranno 204 anni prima di arrivare a registrare statisticamente le stesse ore impiegate da donne e uomini nel lavoro retribuito e in quello non retribuito. Solo nell’anno 2228. infatti si realizzerà la parità nell’uso del tempo, Questo non significa che in tutte le case sarà così, anzi, le disparità saranno sempre molte, e tutto lascia pensare che nel nostro paese saranno più vivide che altrove anche tra duecento anni. Ma il cambiamento è in atto e prima o poi arriverà a maturazione”. 

    Come sarebbe la vita di un padre se avesse a disposizione lo stesso tempo di una madre per stare a casa con i figli? Quanto il patriarcato influisce e influenza le percezioni e le consuetudini, le abitudini, le scelte? 

    Cosa accadrebbe se ci fossero congedi paterni obbligatori e retribuiti totalmente? Sicuramente assumere una donna o un uomo non sarebbe più differente per un’azienda, ovviamente se il tutto fosse accompagnato da politiche e misure adeguate. Sicuramente lentamente occuparsi dei figli non sarebbe più automaticamente associato a una donna. Si aprirebbero praterie di opportunità. E poi ampliare la platea dei beneficiari agli autonomi. Cambiare cultura aziendale attraverso benefici fiscali o premialità negli accessi agli appalti pubblici per le imprese con un “alto coefficiente di paternità”. Incentivare forme di lavoro agile per le famiglie ma anche per i caregiver familiari. “è importante la presenza di figure di riferimento per le aziende stesse, dei e delle “manager della condivisione” finanziate dalla fiscalità generale. L’obiettivo di queste figure dovrebbe essere appunto quello di favorire la condivisione delle responsabilità tra i dipendenti e la creazione di un ambiente di lavoro che valorizzi l’equilibrio tra vita professionale e familiare. Se c’è un ripensamento organizzativo degno di questo nome, un miglior bilanciamento del tempo per chi lavora porta ad aumentare la produttività aziendale il vantaggio dunque può essere bilaterale, sia per chi gestisce l’azienda sia per chi ci lavora”.

    Un altro anello del cambiamento per avere davvero genitori alla pari, dopo la rivoluzione dei congedi paritari, il tempo flessibile di coppia e il sostegno alle aziende, passa per servizi integrati a livello comunale: asili nido, centri diumni passa per consulenza familiare e attività educative per adulti (genito ri e non solo) e bambini. Senza dimenticarsi della gestione dei mesi estivi come punto cruciale per una vita familiare più semplice, a meno di un cambiamento radicale anche nel calendario scolastico. Comunità educanti a livello locale, che si fanno ecosistema ottimale per il dispiegarsi di una genitorialità condivisa: dovrebbe essere questo l’obiettivo ultimo di servizi integrati gestiti in maniera armoniosa dal settore pubblico e dal terzo settore.
    Non dobbiamo avere paura dei congedi parentali paritari e obbligatori, non vanno a intaccare il legame materno, ma a completarlo con qualcosa di ancora poco esplorato, l’apporto paterno alle relazioni genitoriali. Non stiamo negando l’importanza delle madri nelle fasi di esogestazione. Ma dobbiamo esplorare nuovi orizzonti non più eludibili. Ci sono differenze innegabili ma non possiamo nemmeno più permetterci di negare una possibilità di ampliamento dello sguardo di cura. Questa naturalita’ delle donne e della cura non è universalmente vera e non onnicomprensiva. Bisogna riconoscerlo noi per prime. Usciamo da vincoli culturali e da immaginari secolari e guardiamo con serenità a possibili sviluppi nuovi. La mia domanda resta la stessa. Siamo disposte a condividere oppure no? Questo rappresenta un bivio cruciale nel modo di intendere la maternità e il mettere al mondo nuove pratiche, comprendendo nuovi soggetti. Forse saremmo più libere da aspettative e attese, più autonome nel disegnare le nostre esistenze. Ci vogliamo pensare o ci chiudiamo a riccio? Certo i rischi ci sono, ma quale cambiamento non implica dei pericoli o delle difficoltà? A noi spetta l’impegno di costruire alternative praticabili e nuove opportunità. Possiamo condividere la cura, possiamo insegnare la cura, possiamo comprendere nella cura altri soggetti, i padri perché no. Ovviamente, bisogna passare per riforme e risorse certe in questo senso. Nulla è mai immediato e semplice. 

    L’ILO ha incluso il lavoro di cura tra gli elementi chiave per il futuro economico globale, sottolineandone l’importanza equivalente rispetto al lavoro retribuito. Ma questo non basta a spezzare dinamiche negative che spesso vedono le donne pagare il prezzo più alto, basti guardare e saper leggere attraverso le decine di migliaia di dimissioni volontarie annuali. L’inattività dopo la maternità non deve essere la regola o un destino. Per questo vorrei che riflettessimo su nuove opportunità di cogestione dei figli con i padri, che non significa sovrapposizioni o inattuabili forme di sostituzione in toto. Senza tabù, stereotipi o riserve culturali del passato. Una indagine Inapp-Plus, al netto di tutte le difficoltà tuttora esistenti, ha evidenziato la tendenza alla riduzione delle differenze di genere nella gestione della cura negli ultimi anni. Mi sa che è giunto il momento di cambiare sguardi, prassi e soluzioni politiche. Per risolvere e inquadrare il “problema senza nome” in riferimento al lavoro di Betty Friedan del 1963. Claudia Goldin, premio Nobel per l’economia nel 2023, identifica e misura uno sbilanciamento, che causa inquietudine e pressione sociale nelle madri. La questione della segregazione femminile nel ruolo domestico (nel nome di una mistica della femminilità che ne annulla le aspirazioni) resta ancora senza nome ed è molto vicina al “mito della madre”, per cui le donne sono intrappolate nell’infelicità nella continua rincorsa verso un ideale di perfezione e nell’inquietudine di una vita sacrificata per la cura. Decostruire è l’azione che dovremmo intraprendere per alleggerire le aspettative che tuttora caricano il materno.

    A noi il compito di modificare l’assetto e perché no, smussare resistenze e pregiudizi di genere. Come femministe dovremmo saper riconoscere i vantaggi di una maggiore condivisione dei compiti di cura, andando oltre paure e ostacoli. Vogliamo smantellare o no il patriarcato? Vogliamo mettere al centro il benessere delle madri, i diritti delle madri?

    Alessandra Minello genitorialità lavoro paternità Tommaso Nannicini
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    Blogger, femminista e attivista politica. Pugliese trapiantata al nord. Equilibrista della vita. Felicemente mamma e moglie. Laureata in scienze politiche, con tesi in filosofia politica. La scrittura e le parole sono sempre state la sua passione: si occupa principalmente di questioni di genere, con particolare attenzione alle tematiche del lavoro, della salute e dei diritti.

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