Regia di François Ozon
con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Pierre Lottin
Nelle sale dal 2 aprile
Forse qualcuno ricorda il film del 1967, diretto da Luchino Visconti: era Marcello Mastroianni il protagonista della trasposizione cinematografica di uno dei romanzi più famosi del Novecento francese, Lo straniero, di Albert Camus. Ma c’era qualcosa che non funzionava, perché Mastroianni era troppo mediterraneo, troppo empatico e simpatico, troppo “caldo” per trasmettere l’infelicità senza scampo, senza remissione e senza dolore del protagonista. Perché la vicenda del libro, ambientato nell’Algeria coloniale del 1938, è anche, o forse soprattutto, un manifesto filosofico.

La storia è simbolo di una vana rivolta, la rappresentazione di una vita, uguale a tutte le vite, che non trova un suo senso, un’esistenza sopraffatta dalla noia, dall’indifferenza, schiacciata dalla gratuità degli eventi. Qualunque cosa accada, non cambia niente e gli atti che si compiono sono immotivati, anche i peggiori, persino un omicidio. Si agisce per inerzia, privi di volontà. Basta un lampo negli occhi, il riflesso del sole su un’arma e può partire un colpo fatale. Avrebbe potuto accadere o non accadere e niente in fondo sarebbe cambiato nella vita del protagonista.

Facendo tesoro di tutta la sua sapienza cinematografica (ha girato più di venti film) e della sua sensibilità, il regista francese ha realizzato una versione filologica e molto fedele del romanzo che oltralpe tutti conoscono perché fa parte delle indispensabili letture scolastiche.

Meursault è un giovane uomo che ha un impiego di poco conto nell’Algeri coloniale. La sua vita scorre monotona e niente lo colpisce, è solo uno dei tanti francesi che è andato a lavorare in una colonia. Quando gli comunicano la morte della madre ricoverata in un ospizio (non era in grado di farsene carico) mostra il telegramma al suo superiore e partecipa al funerale passivamente, cercando poi di riempire i due giorni che gli spettano per il lutto. Non piange, non soffre, non chiede niente ai responsabili della struttura e non lo fa per cattiveria, ma perché è incapace di provare e ancor meno mostrare emozioni. Neppure la relazione con una ragazza innamorata lo scuote. Fa quel che bisogna fare, si va al cinema assieme, si fa l’amore, ma tutto gli scorre addosso senza segnarlo. Ci sono i vicini di casa a cui dà retta perché la convivenza lo richiede ma anche loro non lo turbano e resta indifferente persino quando uno di loro picchia la fidanzata con tale trambusto che interviene la polizia.

L’Algeri coloniale (il film in realtà è girato a Tangeri) è raccontata con lo stesso distacco, ma facendo affiorare con dettagli minuti la difficile coesistenza dei francesi con “les indigènes” nei confronti dei quali vigeva una vera e propria segregazione. C’erano bar e cinema dove ai locali era vietato l’ingresso. E se con gli algerini i rapporti diventavano facilmente violenti, le donne erano vittime designate.

Il film in un bianco e nero d’epoca di grande eleganza coinvolge e emoziona proprio per la sua freddezza e per il rigore di inquadrature che sembrano fermi immagine storici. Benjamin Voisin è perfetto nel restituire l’impassibilità del protagonista in una recitazione tutta giocata sulla sottrazione. Certo che il film verrà apprezzato di più da chi conosce almeno un po’ la filosofia di Camus e le sue riflessioni sul conflitto fra un uomo che cerca un senso e un mondo che gli risponde solo col caos, costringendolo a vane fatiche che non lo porteranno da nessuna parte. Perché non c’è salvezza né riscatto per l’uomo in rivolta di Albert Camus.

