Da autore tv con Luciano Rispoli a romanziere. La carriera eclettica di Mariano Sabatini. E i suoi consigli per orientarsi, ed emergere, in libreria
Chi sei? Presentati ai lettori di Dol’s. Quali i tuoi lavori prima di diventare scrittore?
«Mi definirei un comunicatore a 360 gradi. Con una certa autoironia, posso dire di aver inventato la crossmedialità, quando ancora si chiamava eclettismo. Ho iniziato desiderando spasmodicamente di diventare giornalista. Con un pizzico di sgomento, quest’anno ho realizzato di essere iscritto all’Ordine da 30 anni, prima come pubblicista e poi, dopo l’esame di Stato, come professionista. Il che vuol dire che bazzico il mestiere da almeno 32-33 anni.
Mi sembra di aver avuto tante vite. Tante esperienze. Ma il punto di svolta è stato il mio maestro e padre elettivo Luciano Rispoli, un genio assoluto della radio e della televisione, uno che ha inciso e cambiato il corso della storia di questi media. Un privilegio stargli accanto per oltre 15 anni, firmando programmi storici come “Tappeto volante”, “Campionato di lingua italiana” e “Parola mia”. Un altro per cui provo gratitudine è Sandro Curzi, il mitico fondatore del Tg3, che firmò a Tmc il mio praticantato d’ufficio».
Scrittore lo sei nato o lo sei diventato?
«È stata un’evoluzione naturale, come dicevo sono sempre passato da un medium all’altro senza soluzione di continuità. I giornali, la televisione, la radio, il Web… e poi i libri. Ho iniziato con una lunga intervista al regista Mario Monicelli, figura leggendaria. Ma non mi sono sentito scrittore finché non ho pubblicato il mio primo romanzo. E l’ho fatto stando accanto a Elda Lanza, la prima presentatrice della televisione, che accompagnai alla pubblicazione presso Salani. Vedendo come faceva lei, mi sono detto: perché non provare? Buona la prima, anzi il primo, “L’inganno dell’ippocastano”, l’inizio della mia saga gialla».
Cosa hai scritto prima di questa serie?
«Tante cose. “Trucchi d’autore” e “Altri trucchi d’autore” per Nutrimenti, “Ci metto la firma!” per Aliberti, “L’Italia s’è mesta” per Perrone. E non ho smesso: con la Vallecchi ho fatto più di recente ho pubblicato “Scrivere è l’infinito” e “Ma che belle parole!” sulla vita e la carriera di Rispoli. Ho scritto anche un libro per bambini dal titolo “Una cagnolina non vola mica” per Chiaredizioni».
Chi è Leo Malinverno, il tuo protagonista? Quanto ti somiglia?
«È un simpatico sbruffone, giornalista investigativo. Fisicamente è purtroppo più bello, direi molto simile a Luca Argentero, caratterialmente mi somiglia negli aspetti emotivi, di sensibilità, di umanità. L’ho fatto a mia immagine e dissomiglianza, un mix di come sono e come mi piacerebbe essere. Lui è più bravo di me a chiudere i rapporti sentimentali. Ed è certamente un giornalista più valente, coraggioso, spericolato. Io sono un giornalista da grembo, da salotto».
Giallo, noir, poliziesco: qual è l’etichetta (se ce n’è una adatta) per i tuoi libri?
«Elda Lanza definiva i suoi “romanzi d’amore con morto”. I miei sono romanzi di percorsi umani, di nodi psicologici o sociali, con omicidi. Il crime è una cornice, il panorama è più vasto».
Cosa si deve aspettare un lettore, iniziando un tuo libro?
«Una storia che lo appassioni e non lo annoi. Deve essere pronto a precipitare in un gorgo di intrighi, pensando come dice Karl Kraus che “artista è chi fa della soluzione un enigma”. Un buon lettore si fa irretire dall’enigma».
Al di là dell’ottimo intrattenimento che offri, ci sono temi sociali che ti stanno a cuore e che tocchi?
«Mi sta a cuore l’umanità, sono un vampiro di umanità. Suggo dalla vita quotidiana. Una volta Barbara Alberti mi disse che ogni mio personaggio è protagonista delle righe che gli dedico, volendo sottolineare la cura che metto nel rendere la loro essenza. Non ci sono personaggi minori, penso, solo scrittori incapaci di servirli. Noi siamo al servizio dei personaggi».
Hai due figlie femmine. Ma che ruolo hanno le donne nei tuoi libri?
«Il ruolo che hanno le donne nella vita. Sono persone, non le costringo in un ruolo. Le ascolto e le assecondo, come dicevo prima. Non sono io che decido cosa devono dire o fare. Vale anche per gli uomini. Un bravo narratore ritengo si faccia guidare dai personaggi che lo vanno a trovare e che gli chiedono di essere messi su carta. Nella vita poi è diverso. Le mie figlie mi insegnano tanto. Amo le donne, ho molte più amiche che amici. Alla fine i maschi mi annoiano un po’, troppo statici, rigidi, preoccupati di apparire coerenti e forti in ogni circostanza. Credo che si nasca maschi e ci si debba sgrossare per diventare uomini».

I tuoi romanzi sono ambientati a Roma. Quale città ritrovano i romani e scoprono i non romani?
«Trovano la mia Roma, è impossibile raccontarla nella sua totalità, complessità, stratificazione e variegatura. Roma va presa a pezzi. Sono tante città medio-piccole in una metropoli che induce stupore anche in chi, come me, ci vive da oltre 50 anni».
I tuoi libri hanno avuto traduzioni all’estero e diversi premi. Quali sono state le soddisfazioni più grandi?
«La felicità e il godimento sono i messaggi dei lettori, l’affetto che comunicano, la riconoscenza per averli portati via dalla tristezza, dalla noia, dalla difficoltà di vivere. Il resto scivola via, l’attesa e la considerazione di chi ci legge torna a consolare nei momenti no. Le storie salvano, del resto. Per me è stato ed è così. I libri sono compagni di vita imprescindibili. Spero che i miei rimarranno e racconteranno qualcosa di me e di quello che ho capito oppure no, dopo che sarò andato altrove».
Raccontaci il nuovo episodio “Mutevoli nascondigli”, in uscita il 12 marzo: con quale caso si confronta Malinverno?
«Riparte nel punto esatto dove finiva “Primo venne Caino”, ritroviamo il serial killer denominato “il tatuatore” che ridurrà Malinverno in fin di vita. Quando scrivo devo stare attento, perché sono predittivo, e anche io mi sono trovato per mesi mentre scrivevo il romanzo in una situazione sanitaria delicata. Poi però il romanzo vira sulla morte di Petronio Grigo, uno scrittore di bestseller, che ha tutt’altra vocazione, possiamo dire. Viene decapitato quasi in diretta. Un uomo losco che, nel tentativo di sfuggire alla sferza del tempo e forse della noia, prova a celarsi nei mutevoli nascondigli, i più detestabili e abietti».

Il nuovo editore, che pubblica un inedito e ripubblica tutta la serie, è Indomitus Publishing. Come si distingue dagli editori “tradizionali” e perché vi siete scelti?
«Dopo l’abbandono di Salani con cui, dopo la morte di Luigi Spagnol, non ci siamo più intesi, ho provato a ricollocare l’intera serie. Non è stato per niente facile, sono trascorsi dieci anni dalla pubblicazione del primo della serie. Ma in editoria, anche dopo il Covid, è cambiato tutto. Come se fosse trascorsa un’era geologica. C’è stata una polarizzazione delle grandi major. I piccoli fanno molta più fatica, soprattutto a trovare visibilità nelle librerie di catena che sono perlopiù bazar. Con Davide Radice, che sa lavorare come pochi e mi ha sottoposto condizioni contrattuali di privilegio, ci siamo capiti subito e sono felice di lavorare assieme. Mi sento un po’ pioniere di questo nuovo modo d’intendere l’editoria. Cosa abbia spinto lui ad accogliermi non lo so, ma avrà fatto le sue valutazioni. Mi ha anche chiesto un quarto romanzo e ci sto pensando».
Consigli a un aspirante narratore?
«Di cambiare aspirazioni. Sicuro di voler narrare? Ma non è più bello e comodo leggere? Se proprio non puoi farne a meno, accertati in ogni caso di aver letto a sufficienza. Solo leggendo di tutto, soprattutto romanzi a pacchi, potrai apprendere l’arte di narrare. Non ci sono scuole che tengano, griffate o scalcinate che siano».
