Le donne, secondo l’Istat, subiscono discriminazioni frequenti (42% contro il 22% degli uomini), part-time involontario elevato (49,2%), retribuzioni inferiori e difficoltà di carriera, segregazione orizzontale, ricatti e molestie sul lavoro. Le donne occupate in Italia si fermano al 53,3%. Spesso dopo un rientro dalla maternità ci si ritrova demansionate, con la carriera bloccata o peggio si perde il lavoro, sì ancora oggi, perché esistono le dimissioni volontarie indotte e senza tutela. 1 madre su 5 lascia il lavoro dopo il primo figlio. Provare per credere. Poi molestie e violenze sessuali.
Per non parlare della ricerca di un impiego se si hanno figli e la discriminazione a priori. Assai frequenti tuttora le domande discriminatorie che indagano sui progetti di vita e sulla volontà di creare una famiglia.
Spesso si aggiungono ad altre discriminazioni di tipo razziale o per condizioni di disabilità.
Il Rendiconto di genere dell’Inps certifica la distanza tra uomini e donne ancora rilevante. Sull’occupazione il divario è del 17,8% e il gap salariale oltre il 25%. Qui l’analisi di Roberta Lisi.
L’Italia è ancora indietro per occupazione femminile e spesso vi sono forme di discriminazione già in fase di selezione.
La figura della consigliera (o consigliere) di parità, istituita a livello nazionale, regionale e provinciale/città metropolitana, è un pubblico ufficiale che fa capo al Ministero del Lavoro. Un pubblico presidio che si occupa di tutelare lavoratori e lavoratrici in tutti i casi di discriminazioni di genere, violenze e molestie e rappresenta un punto di riferimento fondamentale in ogni comunità perché consente di affrontare problematiche di genere con tempestività ed efficacia rispondendo alle esigenze delle donne in difficoltà. L’estrema efficienza e i benefici derivano proprio dalla presenza sul territorio.
Si tratta di un organismo per la parità di genere che copre anche le discriminazioni maschili. Va sottolineato e ripetuto.
I dati della disparità ci dicono che abbiamo bisogno di parità sostanziale, potenziando le figure di garanzia, come quello delle consigliere di parità sul lavoro territoriali che sono vicine alle donne nei problemi quotidiani.
Si tratta di casi relativi alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, di revoca dello smart working, nonostante la presenza di accordi aziendali. La Consigliera si occupa anche di gender pay gap.
Il suo lavoro si esplica attraverso azioni di supporto legale, mediazione, azioni in giudizio e monitoraggio della condizione lavorativa territoriale.
La consigliera regionale lomabarda del PD Paola Bocci sottolinea che: “Il tema è che queste figure sono sul territorio e conoscono le donne, sono diventate un punto di riferimento territoriale, hanno costruito una rete di professionisti, sono un primo punto di raccolta di problematiche di donne che non sempre vogliono denunciare. Infatti, si cerca una conciliazione con i datori di lavoro. Negli anni hanno contribuito a far emergere tante discriminazioni. Sono poco conosciute e definanziate. Si occupano anche del rapporto biennale per la parità di genere per le aziende pubbliche e private con oltre 50 dipendenti.
Ciò che preoccupa è che potrebbero non esserci dei livelli territoriali come quelli attuali, con una presenza e un’azione radicata e efficace come quella oggi vigente. Sappiamo che in alcuni settori non bastano le azioni dei sindacati”. “Il decreto legislativo a firma della Presidente del Consiglio e della Ministra per la famiglia, la natalità e pari opportunità Eugenia Roccella, che prevede la cancellazione della figura delle Consigliere territoriali di parità sul lavoro, accentrando e demandando tutto a una struttura centrale nazionale (l’organismo collegiale per la parità, ndr) , è una scelta sbagliata che riduce gli strumenti per la parità di genere nei territori”. “Il divario occupazionale e retributivo delle donne richiederebbe al contrario il potenziamento di queste figure, che hanno ruoli di garanzia, sono un presidio per la parità di trattamento e un punto di riferimento di prossimità importante per le donne. Davvero si pensa che una donna in difficoltà lavorativa possa risolvere i suoi problemi con una Pec inviata a un ufficio romano?”
A differenza di un sindacato o di un avvocato privato, la Consigliera opera all’interno della rete istituzionale collaborando con l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, promuovendo l’attuazione di azioni positive nelle aziende (progetti per favorire l’occupazione femminile) e può richiedere informazioni e documenti alle aziende per verificare la sussistenza di discriminazioni. Non poco direi.
È prevista una possibile articolazione territoriale: possono essere istituite sezioni territoriali, d’intesa con Regioni e Province autonome. Tali sezioni, ammesso che per la loro creazione vi siano risorse economiche da destinarvi, opereranno sotto il controllo del coordinamento dell’Organismo nazionale. Subentreranno alle Consigliere regionali, metropolitane e di area vasta. Non si comprende la ratio secondo cui si smantella per poi eventualmente ricostituire sezioni territoriali che però dipenderebbero direttamente da Roma.
Cosa cambierebbe quindi? Non è più previsto un sistema diffuso di figure autonome territoriali, ma una struttura centralizzata con articolazioni coordinate direttamente dal centro, sempre subordinate a risorse locali di finanziamento.
All’origine di questo cambiamento c’è l’adeguamento a due direttive europee in tema di organismi per la parità (Direttiva (UE) 2024/1499 e 2024/1500). Il nostro Paese dovrebbe recepire le direttive europee sulla parità nel mondo del lavoro rafforzando l’impegno distribuito nelle città e nelle aree periferiche, non eliminare questo presidio. L’UE è intervenuta per rafforzare la tutela contro le discriminazioni, ma l’Italia decide di recepire le direttive indebolendo quanto già previsto. C’è poca attenzione alle persone, al loro dolore, alla loro paura, al loro senso di impotenza che chiedono aiuto alle Consigliere di parità territoriali. Certo come in ogni Istituto ci sono sempre margini di miglioramento, ma smantellarne l’architettura del tutto significa sacrificare decenni di esperienza sul campo.
Il pericolo che ci sia un accentramento a Roma e di fatto una perdita delle esperienze territoriali ventennali è più che giustificato.
Cosa fare? Mobilitarsi e informarsi su questo tema. I diritti verso una parità sostanziale sono sempre a rischio di arretramento. Immaginiamoci una donna che deve rivolgersi a un organismo centralizzato per far valere i propri diritti o difendersi da molestie e discriminazioni sul lavoro che strada impervia dovrà percorrere. Immaginiamoci le difficoltà di comprensione delle specifiche situazioni territoriali e aziendali e delle peculiarità di certi comparti.
Quanta fatica e quanta poca lungimiranza c’è nel voler accentrare un organismo di garanzia e gli eventuali elementi territoriali senza una reale autonomia d’azione. Abbiamo il decentramento da Costituzione e poi per certi aspetti si sceglie l’accentramento. Era nell’aria da tempo l’idea di smantellare tutto. D’altronde se non finanzi queste figure sono destinate ad essere riassorbite a Roma. Poca attenzione è stata data negli anni alla valorizzazione e pubblicizzazione di quest istituto.
Mi domando anche con quale autonomia e competenza opereranno gli operatori del nuovo Organismo per la parità?
Il nuovo Organismo per la parità subentra alla Consigliera/Consigliere nazionale di parità e assume anche le funzioni dell’attuale UNAR. Tutto in un unico calderone sulle discriminazioni. Come se quelle di genere non avessero bisogno di estrema specializzazione e conoscenza dell’ambito. Come se non ci fossero peculiarità meritevoli di attenzioni e specializzazioni particolari.
Nell’area metropolitana milanese nel 2025 sono stati trattati 86 casi, quasi il doppio rispetto ai 58 gestiti nel 2024 (potete scrivere all’indirizzo email consiglieradiparita@cittametropolitana.mi.it).
Abbiamo raccolto una dichiarazione di Diana De Marchi, presidente della Commissione pari opportunità del Comune di Milano:
“ll decreto ha scelto una strada che appare discutibile. Questa decisione comporta infatti un rischio politico e istituzionale importante: la parità tra donne e uomini nel lavoro viene inserita dentro un quadro generale di contrasto alle discriminazioni, perdendo così la sua dimensione specifica e strutturale.
Non si tratta di una scelta neutra dal punto di vista organizzativo. Collocare il tema del lavoro e della parità di genere in una posizione secondaria all’interno della struttura dell’Organismo rischia infatti di ridurne l’attenzione e l’importanza.
Questo aspetto è ancora più problematico se si considera che in Italia esistono forti differenze territoriali nel lavoro femminile. In un contesto del genere, una scelta di questo tipo può finire per limitare il potere di iniziativa delle consigliere di parità, soprattutto quando si tratta di intervenire nei casi di discriminazione nel lavoro”.
A proposito di questa riforma, interviene anche Monica Romano, consigliera e vice presidente della Commissione pari opportunità del Comune di Milano:
“La figura delle Consigliere di Parità rappresenta, da molti anni, uno dei pochi strumenti pubblici di tutela concreta per le lavoratrici che subiscono discriminazioni nel lavoro. La loro presenza nei territori ha consentito spesso di intercettare situazioni che altrimenti sarebbero rimaste invisibili o non denunciate.
Per questo motivo credo che una riforma che ne riducesse o accentrasse le funzioni rischierebbe di indebolire un presidio importante di prossimità istituzionale. Il tema delle disuguaglianze nel lavoro, del divario retributivo e delle discriminazioni di genere richiede infatti strumenti accessibili e radicati nei territori.
La sfida dovrebbe essere piuttosto quella di rafforzare questi strumenti e renderli ancora più efficaci, mantenendo quel rapporto diretto con le lavoratrici che negli anni ha rappresentato uno degli elementi più utili del sistema delle Consigliere di Parità.”.
Dobbiamo fare attenzione alla sostanza e alla consistenza dei diritti e delle pari opportunità. Non vogliamo solo specchietti per le allodole, ma un cambiamento di fatto, come recita l’art.3 della nostra Costituzione.
Cosa accadrà a queste figure essenziali per la garanzia delle pari opportunità nelle aziende, nel mondo del lavoro? Cosa accadrà al report sulla parità in azienda che permette di avere una fotografia aggiornata della situazione dei gap di genere e salariali sul territorio? Cosa accadrà alla raccolta dati territoriale e ai bisogni delle donne? Perché prevedere un accentramento a Roma, per poi ricostruire eventualmente una rete territoriale? Perché negli anni si è deciso di definanziare l’istituzione territoriale? Quale sarà la reale accessibilità del nuovo Organismo?
Di questi aspetti è preoccupata Alida Castelli, già Consigliera di parità della Regione Lazio dal 2003 al 2017. A questi aspetti si aggiunge il rischio di fare un pericoloso minestrone delle discriminazioni, con i rischi e le difficoltà che il centralismo comporta. Qui un completo e preciso articolo di Alida Castelli sulla questione.
Serenella Molendini, già Consigliera nazionale di parità, affida a un post su Linkedin il suo pensiero: “Invece di rafforzare l’Istituto delle Consigliere di parità che ha prodotto tantissima giurisprudenza in riferimento alle discriminazioni di genere sul lavoro, creiamo un nuovo organismo che dovrà avere le competenze su tutte le discriminazioni. Ho molti dubbi e perplessità. E poi la denuncia telematica: le persone discriminate hanno bisogno di ascolto, di fiducia, di competenza alta!” e ancora: “Ogni tipologia di discriminazione deve essere trattata in modo specialistico e competente come è stato fatto fino ad ora da Consigliere di parità e UNAR. Sono molto perplessa sulla modalità di denuncia. Le donne in particolare vengono dalle Consigliere per essere prima di tutto ascoltate e poi aiutate a essere difese nelle sedi opportune se non c’è possibilità di conciliazione stragiudiziale. Le Consigliere sono reperibili in tutte le province e regioni. C’è dunque un contatto diretto”.
La segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, e le segretarie confederali di Cgil e Uil, Lara Ghiglione e Ivana Veronese, esprimono in una nota congiunta “forti perplessità sullo schema di decreto legislativo per il recepimento delle Direttive europee in materia di organismi di parità e contrasto alle discriminazioni sul lavoro”. “Se da un lato accolgono con favore l’impegno del Governo nell’adeguare l’ordinamento italiano agli standard europei, che richiedono indipendenza e spazio d’azione di questi organismi, dall’altro esprimono grande preoccupazione per l’impianto dello schema di decreto che raffigura un nuovo Organismo nazionale particolarmente accentrato nelle sue funzioni – prosegue la nota -. Il rischio concreto, stando alla bozza attuale, è che l’accentramento porti al superamento o all’indebolimento della figura delle Consigliere di Parità regionali e provinciali. Questi uffici rappresentano oggi l’unico presidio di prossimità per lavoratrici e lavoratori vittime di discriminazioni di genere nei luoghi di lavoro. Eliminarli o depotenziarli significa allontanare da loro le tutele previste, rendendo i diritti solo formali e difficilmente esigibili”.
Per il sindacato confederale “questa riforma non deve essere un’occasione di tagli o razionalizzazioni, ma una straordinaria opportunità per rilanciare e anzi potenziare il presidio territoriale. Non possiamo lasciare alla discrezionalità del nuovo Organismo nazionale la semplice “possibilità” di dotarsi di articolazioni territoriali. La prossimità non può essere un’opzione facoltativa”, sottolineano Fumarola, Ghiglione e Verobnese, che per queste ragioni chiedono formalmente “di modificare lo schema di decreto prevedendo l’obbligatorietà di articolazioni territoriali permanenti e strutturate, garantendo la continuità e il rafforzamento dell’esperienza delle Consigliere di Parità integrandole in un sistema che ne valorizzi il ruolo di vigilanza e tutela contro le discriminazioni e di assistenza legale nei territori e assicurando risorse certe e personale dedicato per garantire l’effettiva operatività dei presidi di prossimità, in linea con lo spirito delle direttive europee. Il contrasto alle discriminazioni è tanto più efficace quanto più è vicino ai luoghi dove il lavoro si svolge”.
Non è assolutamente un periodo tranquillo, ma come sempre di lotta in difesa di quanto conquistato negli anni, con uno sguardo sempre proiettato al futuro. Il rischio di tornare indietro, in silenzio e senza tutele è sempre attuale. Per un 8 marzo permanente e attivo tutto l’anno. A furia di sforbiciate e finti disegni migliorativi se ne vanno alle ortiche decenni di buone pratiche e diritti. Ci auguriamo che ci siano ancora margini di intervento e miglioramento, ma soprattutto che attraverso audizioni parlamentari di esperte/i si trovi la quadra per il mantenimento di un’articolazione territoriale certa di questo Istituto.
Qui ho realizzato una breve presentazione sui cambiamenti previsti dal decreto legislativo.
Qui il testo del decreto e il testo della relazione illustrativa. Qui l’iter del testo.
