Regia di Richard Linklater
con Guillaume Marbeck, Zoey Deutch, Aubry Dullin
Nelle sale dal 5 marzo
I bravi autori copiano, i geni rubano. Jean-Luc Godard rubava ai migliori e anche Richard Linklater ha rubato a mani basse per il suo meraviglioso film che rievoca una delle stagioni più rivoluzionarie del cinema: la Nouvelle Vague.

Un pugno di giovani agguerritissimi critici, imbevuti di cultura cinematografica e talento, riuniti attorno alla mitica rivista Cahiers du Cinéma fecero a pezzi nelle loro recensioni “le cinéma de papa” per poi mettersi in gioco. Perché tutti passarono dalla critica al set.

E sono registi che hanno lasciato il segno, Truffaut, Rohmer, Rivette, Chabrol. Tutti diversi, ognuno con uno stile originale, hanno lasciato un segno nella storia del cinema. L’impatto di quel movimento fu così incredibile che in tre anni esordirono 162 nuovi registi. Irriverenti, determinati nelle loro scelte estetiche, guardavano al cinema con occhi nuovi e scoprivano, rivalutandolo, quello che la critica paludata ignorava, come il grande noir americano, i b movie o i western. E veneravano tanti registi, fra gli altri, Nick Ray, Rossellini, Bresson, Melville.

Cercavano la libertà creativa e la verità. Non avevano paura di niente. Erano giovanissimi e animati dal sacro fuoco. Quanto si potrebbe raccontare di quel periodo esplosivo, a cavallo fra gli anni Cinquanta e i Sessanta del secolo scorso.

L’ultimo a passare dietro la macchina da presa fu Jean-Luc Godard. Correva l’anno 1959, il copione che avrebbe girato era di François Truffaut, il produttore ci mise tutto il suo coraggio perché quei giovani gli piacevano e poi facevano quello che oggi si definirebbe un cinema a basso costo. Non avevano bisogno di studi, giravano all’aperto, facevano a meno stuntman e truccatori. Così i soldi destinati a Godard erano veramente pochi e i giorni per le riprese appena venti.

Godard inventò soluzioni geniali ogni giorno, sperimentò, non nascose il suo cattivo carattere, fece a meno delle comparse perché gli bastava la realtà: la gente vera, filmata senza che se ne accorgesse. Credeva nella libertà, pensava che i pochi soldi rendessero più creativi. Perché filmare un incidente quando bastava tenerlo fuori scena e far sentire solo il rumore?

Protagonista di quel film che sarebbe diventato un mito era un ancora sconosciuto Jean-Paul Belmondo che si divertiva di più a tirare pugni sul ring che a girare. Accanto a lui accettò, un po’ di malavoglia, la già famosa Jean Seberg, che era stata protagonista di Bonjour tristesse. Abituata al grande cinema e a Hollywood su quel set così fuori da ogni regola si stupiva giorno dopo giorno ed era tentata ogni dieci minuti di piantare tutto in asso. Ma quando morì a soli 40 anni, tutti la ricordarono come l’americana di Fino all’ultimo respiro.

Il film di Linklaker, girato in francese (un’anomalia per un film americano) è semplicemente meraviglioso, perché catapulta lo spettatore dentro quel periodo. Non lo ricostruisce, ha un approccio più sofisticato, perché è come se noi vedessimo tutto attraverso gli occhi dei protagonisti. Non replica in modo scolastico le scene che tutti conosciamo a memoria, ma ce le mostra con lo sguardo di chi le girava. Vediamo il set con tutti i suoi guai. L’ambizione di Godard e le sue bizze, gli incontri con i registi a cui aveva affidato piccoli ruoli, fra cui il grande, grandissimo Jean-Pierre Melville.

Quello che Godard e gli altri ragazzi dei Cahiers cercavano erano il cinema e la vita. O meglio la vita nel cinema perché il cinema è verità. Il cinema è vita ventiquattro fotogrammi al secondo.

Ogni istante del film sarebbe da raccontare ed ogni inquadratura è un piacere. Vediamo le riunioni di redazione della rivista, la presentazione al Festival di Cannes di I 400 colpi, fulminante esordio di François Truffaut. E poi Rossellini in visita ai Cahiers, Robert Bresson che nella metro di Parigi gira Pickpocket, Jean Seberg nella lussuosa casa col marito, Belmondo in palestra sul ring. Tutto all’insegna di una leggerezza commovente, con una scelta di cast incredibile. E spiazzante. Perché ogni personaggio è quello reale e al tempo stesso lo reinventa e lo omaggia e tutti sono perfetti.

Girato in un bianco e nero lucido d’epoca e al tempo stesso modernissimo in sequenze rapide mai compiaciute in una Francia di allora che sprigiona fascino a non finire.

Io mi sono commossa di fronte a questo amore in tutta purezza per il cinema, non una banale operazione nostalgia ma un atto politico: anche oggi si può tornare a un innesto di verità e di immediatezza nel cinema. La passione e il sacro fuoco Richard Linklater li possiede. Come i ragazzi di quella rivoluzione che fu anche culturale e di costume.

