Regia di Valérie Donzelli
con Bastien Bouillon, André Marcon, Virginie Ledoyen,
Nelle sale dal 5 marzo
Foto di Christine Tamalet
Mi ricordo un bel film di François Truffaut. La calda amante. Il protagonista era il direttore di una rivista letteraria, studioso di Balzac e scrittore. Casa di gran lusso nel migliore arrondissement di Parigi, conferenze e presentazioni di libri in posti prestigiosi, ospite degli hotel più belli e contorno di vita agiata. In uno di questi viaggi conosce una hostess, Françoise Dorléac (sorella di Catherine Deneuve, purtroppo scomparsa giovanissima) con cui inizia una relazione.

Il film è bello, ma il motivo per cui ci ho pensato guardando La mattina scrivo è che ai tempi (il film è del 1964) non era ipotizzabile la povertà per uno scrittore. Gli intellettuali erano ben pagati e frequentavano un ambiente privilegiato. Era inimmaginabile che il protagonista del film di Truffaut potesse avere problemi di denaro. Semmai con la moglie, per via delle infedeltà (e infatti è quello che succede), ma col suo lavoro che turbamenti potevano mai sorgere? Sessant’anni dopo le cose sono cambiate al punto che lo scrittore al centro del film di Valérie Donzelli è al limite della miseria.
Tratto dal romanzo autobiografico di Franck Courtès (edito in Italia da Playground), il film segue la faticosa vita di Paul. 40 anni, sposato, due figli grandi, ha lasciato un lavoro che gli permetteva di vivere abbastanza bene (era fotografo) per inseguire il sogno di un romanzo. E se il primo libro aveva venduto, alle prese col secondo cambia tutto. È in piena crisi creativa, quello che riesce a scrivere non piace al suo editore, la relazione con la moglie si incrina, si separa e in men che non si dica precipita nella precarietà.

I vecchi diritti d’autore sono una manciata di euro e non gli bastano per vivere. Ha lasciato la casa coniugale e dorme in abitazioni di fortuna. Ma non si arrende: vuole scrivere. Deve però trovare un mezzo di sostentamento. Così si mette alla ricerca di un lavoro che gli lasci del tempo libero perché “la mattina scrivo”. Ai centri occupazione sorridono alla sua richiesta e lo liquidano. Deve trovare un’altra soluzione.
L’unica via sembra quella delle piattaforme di lavoro occasionale, solo con un lavoro non fisso potrà gestire il suo tempo. Potrebbe funzionare, ma gli impegni sono pesanti e i quattrini scarsi.

Su queste piattaforma le persone si propongono per lavoretti vari. Se li accaparra chi accetta il compenso più basso. Una guerra fra poveri. Paul accetta quel che trova anche se i lavori manuali non sono il suo forte. Lo vediamo alle prese con traslochi, lavori di giardinaggio, piccoli interventi idraulici, smontaggio di mobili, svuotamento di cantine. Ogni compito è una novità, ogni incarico è un incontro con un’umanità varia. Ci sono persone gentili, alcuni generosi, altri che tirano sul prezzo fino all’ultimo o imbrogliano.

Il protagonista è bravissimo nel mostrare il cambiamento fisico e il progredire dei segni di stanchezza sul volto, la regista è attenta a ogni minuto dettaglio (le mani che si tagliano e si rovinano). Spesso si sorride perché Paul resiste alla depressione con una forza di volontà quasi commovente e fra i datori di lavoro ci sono personaggi curiosi, anche se la regista riserva a tutti uno sguardo di grande umanità.
Si avverte un tocco alla Ken Loach nel descrivere la precarietà e alla fine gli incontri di lavoro di Paul si rivelano lo scontro casuale di due marginalità in tempi grami per chiunque. I soldi sono pochi per tutti.

Diventare più povero significa anche diventare più solo e essere guardati con sospetto da vecchi amici e persino dalla famiglia più stretta.
Ma Paul non demorde, nemmeno quando i suoi sforzi sembrano non arrivare a nulla perché si fida del sacro fuoco della scrittura.
Un bel film che è anche una fotografia del mondo di oggi. Dice Franck Courtès, l’autore del libro alla base di La mattina scrivo: «In Francia ci sono undici milioni di poveri; io sono diventato povero perché volevo scrivere. C’è un sistema economico dominato dagli algoritmi: non c’è neppure più bisogno di un padrone oppressivo, perché c’è già un sistema cinico, che non permette alcuna solidarietà, in cui tutti sono contro tutti e si accetta qualsiasi umiliazione.»
