Regia di Jan Komasa
con Stephen Graham, Andrea Riseborough, Anson Boon
Nelle sale dal 6 marzo
Lasciate da parte il realismo a tutti i costi e anche la pretesa tutta razionale di capire esattamente cosa stia accadendo. Affidatevi alla storia. Perché il film di Jan Komasa, ottimo regista polacco di cui abbiamo già apprezzato l’enigmatico Corpus Christi, gira per la prima volta in inglese e si cimenta in una fiaba nera surreale che potrebbe sfiorare l’horror ma si ferma prima, preferendo una deriva sociologica. Komasa non piace solo a me, visto che alla produzione di questo film troviamo i nomi eccellenti di Jeremy Thomas (che ha prodotto i L’ultimo imperatore e, fra gli altri, lavori di Wim Wenders, David Cronenberg, Nagisa Oshima e Takeshi Kitano) e Jerzy Skolimowski.

Good boy (titolo palesemente ironico), inizia raccontando la notte brava di Tommy, un bel ragazzo sui 20 anni che non si ferma davanti a niente. Si scatena in discoteca, si cala polveri e pasticche di ogni tipo, attacca briga con chiunque lo ostacoli, disprezza e umilia le ragazze, maltratta ragazzini che non hanno fatto niente per provocarlo. La sfrenata notte di baldoria con Tommy che ciondola intontito incamminandosi verso casa viene interrotta quando qualcuno lo colpisce e lo stordisce.
Dalla notte forsennata si passa a una residenza ordinatissima nella campagna, abitata da una famiglia che segue rituali degni del rigore dei Mormoni. Tommy, a quanto sembra, è stato “rapito” da Chris, il patriarca, che vive con la moglie Kathryn e il figlio Jonathan, un ragazzino sui 12 anni. Chris (Stephen Graham, già grandissimo protagonista di Adolescence) è un uomo meticoloso, isolato, ossessivo, che ogni mattina pettina con cura il suo parrucchino. Kathryn cova un dolore misterioso e passa il suo tempo sdraiata sul letto rispondendo alle visite del consorte con sguardo allucinato. Il piccolo Jonathan è disciplinato, ubbidiente, fuori dal mondo e pronto a compiacere la sua stravagante famiglia.

E Tommy? Tommy è prigioniero in cantina, immobilizzato, con una catena al collo, destinato a una disintossicazione dal suo stile di vita. Perché sta lì? Di quali colpe si è macchiato? Ha forse ferito qualcuno della famiglia? Il film non lo spiega, almeno non all’inizio, e lo spettatore segue la vicenda della rieducazione del ragazzo che diventa man mano sempre più assurda. Impossibile non pensare alla cura Ludovico, quella a cui viene sottoposto il protagonista di Arancia meccanica.
Tommy deve essere domato, deve capire la differenza fra il bene e il male e Chris si è assunto questo compito. Le reazioni del giovane sono altalenanti e passano dalla ribellione all’accettazione, forse perché “capisce” il senso della punizione e concorda o forse spera solo così di evadere da quella situazione incomprensibile. Ogni progresso viene premiato con piccole dosi di libertà. La catena non sparisce ma si allunga, permettendo al prigioniero di girare per tutta la casa, grazie a un sistema articolato di tiranti, lucchetti, fermi.

Il film è un thriller, quindi non voglio raccontare l’evoluzione della vicenda. Che è disturbante e paradossale, con una definizione man mano sempre più precisa dei profili psicologici dei protagonisti e delle loro relazioni fino a sconfinare in una denuncia della struttura famiglia. Con la situazione che si esaspera, analizzata in tutte le sue derive, anche lo spettatore si trova a riflettere, come in un film di Krzysztof Kieślowski, su concetti come libertà, accudimento, sicurezza. Sul bisogno d’amore e sull’accettazione della tirannia, sul silenzio e sulla violenza. Insomma cosa è giusto e cosa non lo è? Estremo e interessate, molto contemporaneo, benissimo recitato, ci prende per mano e ci porta nelle zone grigie della moralità.
